L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Dovere e desiderio

di Roberta Pedrotti

La Monnaie di Bruxelles propone per la diffusione in streaming un dittico ispirato a Elisabetta regina d'Inghilterra di Rossini e alla Favorite di Donizetti. Il risultato convince a metà: davvero eccellenti concertazione e cast (Francesco Lanzillotta, Salome Jicia, Lenneke Ruiten, Valentina Mastrangelo, Raffaella Lupinacci, Enea Scala, Sergey Romanovsky, Vittorio Prato, Luca Tittoto); lasciano perplessi la scelta della traduzione italiana per Donizetti e alcune scelte di regia e drammaturgia.

Streaming da Bruxelles, 11 e 12 marzo 2021 - "Non può quel che vuole, vorrà quel che può". Potrebbe essere il motto dell'arte in tempi di pandemia, ma non è detto - Da Ponte e Don Alfonso la sapevano lunga - che non possa aguzzare l'ingegno. Non si può programmare l'opera come se nulla fosse? Cerchiamo di inventare un progetto che vada oltre la selezione in forma concertante. La Monnaie di Bruxelles programma dapprima Bastarda, uno spettacolo dedicato a Elisabetta I sulla base della trilogia Tudor di Donizetti. Poi, la contingenza impone di modificare i progetti e con pressappoco lo stesso cast e team creativo si declina la stessa formula in un nuovo dittico: The Queen and her Favorite (Elisabetta regina d'Inghilterra di Rossini) e The King and his Favorite (La favorite di Donizetti), due storie, guardacaso, di desideri e doveri inconciliabili. La volontà di reagire e di essere propositivi senza essere scontati è da promuovere a pieni voti. I risultati? Convincono a metà.

Da un lato abbiamo una resa musicale d’altissimo livello. In entrambi i titoli Francesco Lanzillotta si conferma un concertatore di grande finezza, capace di mantenere la tensione teatrale anche in selezioni che riducono men che all’osso le partiture. Fatte salve le sinfonie, di Rossini restano le arie di Elisabetta e Matilde, il duettino Matilde-Leicester, il terzetto del secondo atto, le grandi arie dei tenori e il loro duetto del secondo atto, il finale della primadonna en titre; di Donizetti buona parte del primo atto fino all’aria di Alphonse, il terzetto, l’aria di Léonor e la stretta del terzo atto, buona parte del quarto. Tuttavia, Lanzillotta riesce a immergerci con convinzione e continuità in ogni numero, con gesto agile e accento mordente. In Elisabetta regina d’Inghilterra ritroviamo con grande piacere Salome Jicia come autorevole protagonista dalla coloratura impeccabile, articolazione nobile e chiara, capace di rendere tutta l’autorevolezza di “Fellon, la pena avrai”, la preziosità del sublime “Bell’alme generose”, nonché di intonare “Fuggi amor da questo seno” senza scivolare in una nevrosi esteriore e perdere la regalità totalizzante che in questo momento vince definitivamente sulla passioni private. Al suo fianco Lenneke Ruiten è una buona Matilde, dal canto limpido e morbido. E dispiace davvero di non poter ascoltare la sortita e, soprattutto, il duetto con Elisabetta dal Norfolk di Enea Scala, che dopo aver ampliato il repertorio verso Verdi e Puccini dimostra di non aver perso dimestichezza con Rossini, anzi, di portargli in dote una vocalità ancor più incisiva e corposa, perfetta per il machiavellico cortigiano modellato sulle qualità di Manuel Garcia. Sergey Romanovsky gli risponde assai bene, sicuro nella tessitura e franco nel timbro, come Leicester, uno dei pochi personaggi del tutto positivi che il Pesarese offrì ad Andrea Nozzari e di cui il tenore russo incarna con efficacia l’eroismo puro e un po’ ingenuo. Valentina Mastrangelo è un lusso ai limiti dello spreco come Enrico, ma nell’opera di Donizetti ha modo di rifarsi, giacché, se Inés è parte relativamente marginale, in una selezione che riduce la partitura a un terzo la sua arietta del primo atto ha modo di brillare con inusitata evidenza. Ritroviamo Enea Scala che, smessi i panni del perfido, indossa con disinvoltura quelli dell’irruente novizio, amante, guerriero. Svettante nella tessitura, ardente nel fraseggio, virile nel timbro, penetrante nei suoni misti dimostra come la consapevolezza stilistica vada di pari passo con il coinvolgimento drammatico. Per grana timbrica brunita e screziata come per intelligenza d’artista, Vittorio Prato è un degno rivale e contraltare di Fernand e alla sua ingenuità esuberante contrappone la malinconia e la consapevolezza, quando non  un pizzico cinismo, del re. Il Balthazar di Luca Tittoto è così nobile e autorevole, così ben timbrato e omogeneo in tutta le tessitura e così sapiente nel porsi al servizio della musica e del testo che il suo unico difetto (innocente) parrebbe il cantar troppo poco, orbato com’è dell’invettiva del finale secondo. Gavan Ring completa la locandina al maschile come Don Gaspar, anche se il suo apporto si riduce all’apparizione degli ultimi minuti del finale terzo. Poi, naturalmente, c’è lei, la favorita del titolo, Léonor, Raffaella Lupinacci, davvero stupenda per pienezza, facilità, duttilità d’emissione, per sensibilità nella definizione di un personaggio di rigogliosa femminilità, ferito e appassionato. L’aria del terzo atto non può che essere il suo momento di gloria, ma i due duetti con l’amato, in cui si ritaglia consapevole istanti effimeri d’impossibile felicità non sono da meno.

Sia per Rossini sia per Donizetti il valore del canto non è mai fine a sé stesso e va di pari passo per tutti con l’intensa partecipazione della mimica e degli sguardi anche nei limiti di una produzione prevalentemente oratoriale. Anche per questo duole inciampare nel primo grosso e incomprensibile limite della produzione. Abbiamo parlato della Favorite perché Donizetti ha scritto La favorite, ma qui, inspiegabilmente si è optato per la traduzione italiana. Scelta anacronistica, ormai priva di logica e fondamento e che in una città per metà francofona arriva al paradosso di dover sottotitolare e (ri)tradurre un testo che in realtà era già in francese. Certo, La favorita ha avuto una gloriosa tradizione, ma lo stesso si potrebbe dire di Carmen, Faust o Lohengrin senza che ci si sogni ancora di cantare “È l’amore uno strano augello”, “Salve dimora” o “Mercé cigno gentil”. Il punto è che non si tratta, poi, solo di versi bruttini meno aderenti alla linea melodica donizettiana: il punto è che la trama è alterata ai limiti del ridicolo (per limitare il coinvolgimento papale, il traduttore Jannetti s’inventa una motivazione d’onore per Baldassarre, che, vedovo, prima di prendere i voti sarebbe stato anche padre biologico di Fernando e della regina!) e che il genio del compositore è offuscato, come quando al raggelante finale “Et vous prierez pour moi demain” si sostituisce lo sfogo tenorile (per quanto splendidamente cantato) di un “È spenta” che avrebbe fatto la gioia di Alberto Sordi in Mi permette, babbo?. Ancor più con a disposizione una compagnia di questo valore, seguitare ad avallare una falsificazione del capolavoro è davvero un peccato. Sia almeno un’occasione per ribadire che Donizetti ha scritto solo La favorite e solo La favorite ha diritto di cittadinanza nel XXI secolo.

Eccellenza senza riserve nella direzione, nei solisti, nel coro e nell’orchestra della Monnaie, perplessità nella scelta di un testo, perplessità nella costruzione drammaturgica delle due serate. L’idea di base può essere promettente: due bambine si intrufolano nel teatro chiuso, ricordano il fascino delle sale aperte e dell’opera, dei personaggi che la abitano e che lì prendono vita, sono spettatrici ideali del concerto i cui interpreti sono anche vicini di posto, maschere, guardarobieri. Alcune proiezioni, per esempio l’abbraccio degli amanti nel primo duetto della Favorite, possono completare l’azione immaginata dalla forma concertante. Tuttavia, le controscene e la drammaturgia parallela risultano spesso invadenti, se non disturbanti, come quando le bimbe si mettono a saltellare, ballare dirigere (fuori tempo) nei momenti più drammatici. L’espediente, poi, si presta meglio a Donizetti - la cui trama ridotta all’osso può avere un carattere più romanzesco, romantico e avventuroso - che in Rossini, in cui l’intreccio di pubblico e privato, potere, inganni e sentimenti si riduce a fatica ai termini di una fiaba (Leicester come Prince Charmant?) e alla fine sembra più un pretesto per sentir cantare bene (molto bene) mentre una ragazzina gioca esplorando il teatro. Peccato, ancora, perché dosata con un po’ più di parsimonia, l’idea di una giovanissima spettatrice ideale a cui delegare gli applausi calorosi del pubblico costretto a casa avrebbe potuto risultare perfino commovente. Tutto, d’altra parte, è realizzato con tutte le cure tecniche, ottime riprese, fotografia studiata, ricchi approfondimenti disponibili sul sito web. Per l’intero progetto ricordiamo le firle di Olivier Fredj (concezione visiva e mise en espace), Urs Schonebaum (luci) e Cecilia Ligorio (collaborazione artistica).

“Non può quel che vuole, vorrà quel che può”. Noi non possiamo sapere tutto quel che c'è dietro le quinte, le contingenze del potere, le strade tentate dal volere. Noi arriviamo solo di fronte ai risultati. Non sempre tutto funziona, fra quel che si può: quando funziona, però, è davvero splendido, quando non funziona, fa comunque pensare, è comunque un reagire e proporre che potrà essere rivisto, corretto, rielaborato, discusso.


 

 

 
 
 

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