L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Rosso, nero, oro: passione e delitto della Sposa dello zar

di Irina Sorokina

Sarà difficile dimenticare l'ottima nuova produzione della Sposa dello zar di Rimskij-Korsakov a Vladivostok

Vladivostok, 3 aprile 2021 - L’eredità imponente del grande compositore russo Nikolaj Andreevič Rimskij-Korsakov non ebbe mai il destino felice nemmeno in patria, senza parlare dell’Occidente dove i suoi capolavori monumentali quali Sadko, La fiaba dello zar Saltan, La leggenda della città invisibile di Kitež e la vergine Fevronia rimasero pressappoco sconosciuti. Si ricordano alcuni allestimenti dell’epoca d’oro del Bol’šoj quando fu diretto da Boris Pokrovsky e attualmente sul cartellone del primo palcoscenico della Russia possiamo vedere Sadko e La fiaba dello zar Saltan. Un altro destino è da sempre riservato ad un altro capolavoro del genio russo, La sposa dello zar. Sembra vada sempre di moda, a San Pietroburgo nel 2018 si contavano addirittura tre allestimenti, al Mariinsky, al Teatro Zazerkal’e (Oltre lo specchio) e nell’ambito del progetto popolare L’opera per tutti.

La sposa dello zar di cui vogliamo parlarvi è degna di ogni attenzione perché è una produzione originale del filiale Primorsky del Teatro Mariinsky a Vladivostok, una magnifica città portuale situata alla fine della Russia e del mondo stesso. Di solito alcuni allestimenti del Mariinsky viaggiano fino a Vladivostok, ma nel caso della Sposa dello zar si tratta della produzione creata appositamente per il giovane teatro dell’opera e il balletto della Regione del Litorale o, in altre parole, l’Estremo Oriente Russo.

Prima di tutto, l'allestimento. Qualcuno direbbe: l’opera, prima di tutto, va ascoltata, e solo dopo dobbiamo guardare la sua veste. Tuttavia, la bellezza eccezionale della cornice di questa Sposa dello zar ci obbliga ad iniziare dal design dello spettacolo.

No, non dobbiamo compiere nessun viaggio nel tempo né sopportare qualche volgarità gratuita: la storia non è cambiata e l’ambientazione è quella del libretto. Pёtr Okunev compie un lavoro cesellato e prezioso, crea una cornice semplice e asciutta, mette al centro del palcoscenico un cubo color antracite dove i personaggi vivono i momenti più importanti della loro vita; da fuori, sul proscenio, gli altri li osservano o fanno da contorno pittoresco. Questo contorno pittoresco è il coro, molto partecipe e ben preparato; impersona gli opričniki, guardie speciali dello zar Ivan Terribile, o il popolo compiacente al giovane amore tra Marfa e Lykov.

Lo spettacolo gioca su contrasti abbaglianti, preferisce atmosfere piuttosto scure (light designer Sergej Skornecky) come scura e tormentata è la storia della giovanissima e pura sposa dello zar, ma non mancano scene piene di luce, come il dialogo tra le due fanciulle, Marfa e Dunyaša, con i ricordi dell’infanzia felice, o il racconto di Domna Ivanovna Saburova sicura che sua figlia sia la prescelta dello zar. Quel che rende questa Sposa dello zar unica è il gioco dei colori ideato da Okunev: l’assassino Malyuta Skuratov coperto del sangue veste di rosso sbiadito, Marfa bianco, l’amante di Grigory Gryaznoj Lyubaša di blu, il perfido dottore Bomelij di verde, gli opričniki di nero e non si può vedere i volti degli assassini coperti da maschere d’oro. L’oro è anche il colore dello zar Ivan Terribile che nell’opera passa minaccioso, ma non apre mai la bocca: appare simile a un idolo al centro del cubo.

La regia è affidata a Vyačeslav Starodubcev, al capo del Teatro dell’Opera e il Balletto di Novosibirsk. Lavora in stretta collaborazione con lo scenografo e si adatta allo stile visivo astratto e asciutto dell’allestimento; ogni mise en scene sembra un quadro vivente scrupolosamente pensato. Dispone del coro alla maniera di un coreografo e crea la sua versione del capolavoro di Rimskj-Korsakov “ballettizzata”; gli artisti vestiti in uniforme dello stesso colore e taglio formano figure semplici ma pittoresche. Un grande applauso va ai coristi preparati da Larissa Šveykovskaya e l’ensemble dei mimi.

Il “balletto” rigorosamente geometrico e colorato propone un finale inaspettato: la sposa scelta, Marfa, si ammala, avvelenata dalla rivale Lyubaša. Vestiva di bianco candido la fidanzata del giovane Lykov, veste il rosso chiaro la sposa dello zar. Intona l’aria finale, arriva Lyubaša, vestita di rosso chiaro pure lei. Gryaznoj la trafigge e Marfa ormai impazzita e ignara di tutto culla il cadavere della propria assassina. La passione oscura e la purezza assoluta equiparate nella morte? Sembra di si, entrambe le ragazze sono vittime di Grigory Gryaznoj.

Un cast perfettamente calzante ai ruoli si esibisce sul palcoscenico del Mariinsky Primorsky: tutti gli interpreti dei cinque personaggi principali sono ottimi e di loro tre sono magnifici. Questi tre sono gli interpreti dei ruoli di Grigory Grigor’evič Gryaznoj, motore impietoso della faccenda, e due rivali, Lyubaša e Marfa; la seconda, pura e ingenua, non sospetta nemmeno di entrare in competizione con un giocattolo del servo fedele di Ivan Terribile.

Marat Mukhametzyanov è un Grigory Gryaznoj importante e impeccabile, domina la scena per tutta la durata dell’opera. Dotato dell’aspetto giusto, viso importante e voce di baritono drammatico perfetto per l’opričnik bruciato dalla passione amorosa, costruisce il ruolo con saggezza, disegna, senza esagerare, il tormento dell’uomo che prima incontrare Marfa era stato solo un violento, e adesso vive l’amore e non l’attrazione sessuale. Il tormento lo esprime toccando l’anima dello spettatore, nella prima celebre aria “Kuda ty udal’ prežhnyaya devalas’ (“Dov’è finito il coraggio di una volta”); la voce profonda e potente colpisce per la varietà di colori, la cavata è morbida e la dizione perfetta.

Accanto a lui, la Lyubaša di Irina Kolodyažnaja è dotata di tutte le qualità necessarie per il ruolo della “sedotta e abbandonata” la cui ragione di vita è solo l’amore per “il cane dello zar”. Simile a Mukhametzyanov, sembra nata per impersonare la sua eroina: figura importante, viso bellissimo e pallido, modi dignitosi. Canta il suo primo assolo a cappella “Snaryažaj skorey, matuška rodimaja” (“Preparami al più presto, mamma cara”) con abbandono, senza un minimo sforzo e con la parola scultorea, camminando umilmente, ma con fermezza sul tavolo dove la sua bellezza viene osservata dai compagni impietosi dell’amante. Non si dimentica certo questa camminata, come rimane in memoria la celebre aria “Gospod’ tebya osudit, osudit za menya” (“Il Signore ti giudicherà per me”) con emissione morbida, cantabile perfetto e note gravi ben timbrate.

L’innocente Marfa la cui felicità viene distrutta all’improvviso perché scelta come la sposa dello zar trova il volto e la voce in persona di Maria Suzdaltseva, anche lei in possesso di perfetto phisyque du role e di voce molto bella, chiara e timbrata che si adatta perfettamente alla scrittura di Rimsky-Korsakov. Conquista per la bellezza della linea, omogeneità dei registri e soprattutto dalla naturalezza; entrambe le arie sono cantate benissimo e la seconda, quella della follia, estorce le lacrime in alcuni spettatori.

Il suo infelice e innocente, come lei, promesso sposo Ivan Sergeevič Lykov è interpretato da Evgheny Mizin, molto credibile nel ruolo del giovane pieno di buone intenzioni appena tornato dall’Europa. La voce leggermente artificiale a volte suona un po’ piatta, ma anche questo si addice al personaggio; il declamato è ben studiato.

Il giovane Evgheny Plekhanov nel ruolo di Sobakin è un padre amorevole di Marfa, intona con grande sensibilità e lo spirito nobile l’aria “Не думал, не гадаля“ (“Non ho pensato, non ho immaginato”).

Accanto al quintetto dei personaggi principali, due cantanti fanno i veri capolavori dei loro ruoli: Aleksej Kostyuk – il medico dello zar Elisej Bomelij e Sergey Plešivtcev - Grigory Luk’janovič Malyuta Skuratov - il capo degli opričniki, guardie speciali dello zar. Kostyuk che non ha la voce di tenore di carattere (pochi giorni prima ha cantato Eisenstein nel Pipistrello), gioca saggiamente con il suo strumento e trasforma il timbro gradevole in qualcosa di freddo e nasale: il dottore tedesco (realmente esistito) appare come vivo, ipocrita e assatanato dal sesso. Plešivcev, per disegnare il terribile capo degli opričniki gioca sapientemente sul declamato studiato nei minimi dettagli.

Perfette le creatrici dei piccoli grandi ruoli: Elizaveta Senatorova – Domna Ivanovna Saburova, Valeria Samojlova – Dunyaša, Svetlana Rožok – Petrovna. Facciamo notare che quasi tutti i cantanti sono vincitori dei concorsi internazionali di canto.

Sul podio, il giovane Anton Torbeev dirige con grande devozione la bellissima partitura di Rimskij-Korsakov che nelle sue mani acquista il giusto spessore e commuovente lirismo. Lo scrupoloso e passionale lavoro merita ammirazione non solo per le ottime qualità dell’esecuzione della partitura, ma anche per una notevole resistenza: in tre giorni l’abbiamo visto dirigere tre volte, un gran bel impegno. Un gran successo pienamente meritato per lui e tutti i cantanti. Di questa Sposa dello zar alla fine della Russia e del mondo rimarrà un ricordo indelebile.


 

 

 
 
 

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