L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Tra pioggia e lacrime

di Antonino Trotta

Con La traviata il Teatro Regio di Torino riapre le porte al suo pubblico: nonostante la datata messinscena di Lorenzo Amato, si apprezzano la bacchetta di Rani Calderon e l’ottima prova della protagonista Gilda Fiume.

Torino, 7 maggio 2021 – Al Regio di Torino non si ricorda una prima più emozionante di questa e se sul palcoscenico la pioggia scroscia ininterrotta, son sicuro qualche goccia sia caduta anche in platea. Ritrovarsi per uno spettacolo d’opera tutti lì, tra i velluti rossi della valva del Mollino, a distanza di oltre un anno dall’ultima alzata di sipario, è una gioia condivisa in egual misura tra tutti i presenti: l’orchestra che applaude il pubblico, il personale che accoglie gli spettatori quasi uno a uno, i ringraziamenti commossi del commissario Purchia e del direttore artistico Schwarz, tutto si somma e contribuisce alla costruzione sudata di una serata che è già bella ancor prima che lo spettacolo inizi. In fondo chi dona esiste nel momento in cui c’è chi può ricevere, il contenuto artistico deve viaggiare su un canale bidirezionale e perché ogni sera si realizzi quella magia, quella passione, quella benedetta ossessione che chiamiamo Teatro, c’è bisogno proprio di tutti.

Se il ritorno all’opera è responsabile di un’irrefrenabile euforia, non meno sconvolgente è l’osservazione di quanto sia diversa – attenzione, non meglio né peggio, diversa – il prodotto sonoro dalla rinnovata disposizione dell’orchestra: con fiati/ottoni in buca e archi nelle prime file della platea si percepisce il distanziamento degli strumenti in una trama che dà la sensazione di essere, benché precisa e compatta, più larga, nell’economia acustica complessiva gli strumenti hanno un peso più consistente e spesso si ritrovano sbalzati in primo piano anche quando s’esegue un passaggio convenzionale che, francamente, ha davvero poco d’interessante. Ecco allora che la prova del direttore israeliano Rani Calderon, alla guida dell’Orchestra del Teatro Regio nella consueta ottima forma, si apprezza sì per l’eleganza della concertazione, per il fraseggio ampio e sensibile, per le tinte malinconiche e decadenti che ben s’allacciano al taglio estetico dello spettacolo, ma si loda, in virtù delle constatazioni sopra riportate, proprio per la maestria nel governare e nel tenere insieme, e in perfetto equilibrio, tutte le parti in gioco, garantendo specialmente ai cantanti – costretti a superare una “fossa” comunque più lunga e più ampia – un particolare occhio di riguardo.

Anche la messinscena, ovviamente, deve fare i conti col sacrosanto distanziamento ma la falla dello spettacolo non è certo imputabile alle norme di prevenzione. Al di là del fascino dell’incessante pioggia – l’apertura del sipario è molto suggestiva – e del bel colpo d’occhio offerto dalle scenografie con quinte e fondali dipinti a mano di Ezio Frigerio e dai costumi, molto curati, di Franca Squarciapino, La traviata firmata da Lorenzo Amato e importata – anche questa – dal San Carlo di Napoli non solo non racconta moltissimo ma fa notare, spiace ammetterlo, l’assenza di un costruttivo lavoro di regia che sappia riconoscere, sfruttare, aiutare i talenti sul palcoscenico – talvolta nascondendo, non accentuando i punti deboli – affinché tutto ciò che si vede sul palcoscenico sia, se non vero, quantomeno verosimile.

Nel cast ci sono luci e ombre. Lucentissima Gilda Fiume nel ruolo di Violetta. Dalla Regina Mariella, sua insegnante, Fiume apprende e mette a frutto il controllo assoluto dello strumento e la ferrea disciplina propri di chi è predestinato al Belcanto. Oltre alla perfezione di acuti e sopracuti – il mi bemolle della cabaletta ti fa pensare «va bene, non è scritto, ma sarebbe un peccato non farlo!» –, liberi e rotondi, alla facilità nel canto di agilità nevrotica e di tenera grazia, alla morbidezza delle mezze voci e dei pianissimo che corrono al pari delle emissioni più forti – merito di un appoggio sul fiato d’alta scuola –, nella prova di Fiume si riconosce e si elogia anche un fraseggio ragionato, ben tornito con colori e accenti che evolvono in simbiosi con la crescita del personaggio. Julien Behr pare un po’ lasciarsi prendere dall’emozione: il timbro è gradevole, la voce, seppur piccina, è educata, la linea di canto pulita, l’emissione corretta, però l’interprete risulta abbastanza piatto – anche strettamente a livello dinamico – e il suo Alfredo, in definitiva, poco interessante. Molto professionale Damiano Salerno nel ruolo di Giorgio Germont. Completano correttamente il cast Lorrie Garcia (Flora), Ashley Milanese (Annina), Joan Folqué (Gastone), Dario Giorgelè (Duphol), Alessio Verna (il marchese D’Obigny), Rocco Cavalluzzi (Grenvil), Luigi Della Monica (Giuseppe), Riccardo Mattiotto (domestico) e Giuseppe Capoferri (commissario). Ottima la prova del coro istruito dal maestro Andrea Secchi.

La platea gremita in questa anteprima riservata/prova generale tributa agli artisti, finalmente, applausi torrenziali.


 

 

 
 
 

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