L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Il Boris che viene da Amburgo

di Francesco Lora

Al Festival di Musica antica di Innsbruck si riscopre la figura di Johann Mattheson tramite una sua opera di soggetto musorgskiano: spettacolo diviso tra Regietheater e impegnato mestiere musicale. Nella stessa rassegna, anche un concerto “amazzonico” del soprano Lea Desandre.

INNSBRUCK, 17 e 19 agosto 2021 – Johann Mattheson fu compositore, cantante, letterato, diplomatico e trattatista: per l’intera prima metà del Settecento, e oltre, fu tra i protagonisti della vita artistica di Amburgo, città che all’epoca nulla aveva da invidiare alle maggiori per iperproduttività e cosmopolitismo musicale. Iperproduttività: sulla scena locale si davano decine di opere diverse ogni anno, mentre persino a Venezia mai se ne davano più di una dozzina tra tutti i numerosi teatri cittadini; cosmopolitismo: ad Amburgo le risorse compositive dell’area germanica avevano assimilato gli stili di Francia e Italia, dando luogo a opere cantate anche in due o tre lingue. Fu appassionatamente coetaneo, collega, amico e rivale del giovane Georg Friedrich Händel, questo allora celebre signor Mattheson che con lui arrivò addirittura a battersi in duello (futili motivi, salvi entrambi); e se per tanto tempo le sue abbondanti e degnissime composizioni sono rimaste a prendere la polvere, ciò è anche per il fatto che i suoi manoscritti finirono trafugati durante la seconda guerra mondiale: ventitré anni fa il governo armeno li ha magnanimamente restituiti ad Amburgo e a tutti i curiosi. Tra quelle carte vi è anche un’opera del 1710 il soggetto della quale fa arrivare cronologicamente secondo il capolavoro di Modest Petrovič Musorgskij. Il titolo è chilometrico: Boris Goudenow oder Der durch Verschlagenheit erlangte Thron oder Die mit der Neigung glücklich verknüpfte Ehre (“Boris Godunov ossia Il trono ottenuto con l’astuzia ossia L’onore felicemente associato all’inclinazione”). Parole e musica sono accattivanti: cantabilissime arie spesso impiantate su trascinanti metri di danza, danze vere e proprie nello stile francese, versi tedeschi che qui e là passano all’italiano, un libretto che plasma la storia in brillante commedia di amori e arguzie; alla fine della partitura, una colossale chaconne cantata coralmente, tale da ingelosire quella, superba, nel Roland di Jean-Baptiste Lully. È facile immaginarlo: tra tante composizioni matthesoniane da riscoprire, proprio questo Boris Goudenow si è aggiudicato la precedenza; lo si è riascoltato una prima volta nel 2005 al Bucerius Kunst Forum di Amburgo, ed è appena stato allestito al Festival di Musica antica di Innsbruck, per quattro recite dal 19 al 24 agosto nella sala cameristica della Haus der Musik.

L’allestimento tirolese ha dovuto vedersela con la regìa di Jean Renshaw, le scene di Lisa Moro, i costumi di Anna Ignatieva e il parlato di Sebastian Songin: si è trattato di un tipico prodotto di Regietheater tedesco, con lo scopo di mettere a ferro e fuoco il testo originale, inseguendo improbabili sottotesti e impiantando pretesti; il pubblico ride di gusto – anche quando nulla vi sarebbe di che sghignazzare – né mancano allusioni al regime putiniano: allusioni gratuite, però, nella Russia solo immaginaria di Mattheson. Si è svolto invece cordialmente il discorso musicale, presieduto dal concertatore Andrea Marchiol e con schierata l’orchestra Concerto Theresia: poche stravaganze e molta correttezza, qualche rigidità ma encomiabile tenuta; spiacciono solo talune stranezze testuali, in particolare la posizione di questo o quel brano, in apparenza da ricondurre non al direttore né al compositore, bensì a manomissioni registiche. La compagnia di canto era formata da giovani, accomunati anzitutto da un impegno strenuo e da una premiante freschezza e generosità di mezzi: i soprani Julie Giussot e Flore van Meerssche come Axinia e Irina, il mezzosoprano Alice Lackner come Olga, i tenori Eric Price e Joan Folqué come Josennah e Gavust, il baritono Olivier Gourdy nella parte del titolo, i bassi Sreten Manojlović e Yevhen Rakhmanin come Fedro e Theodorus Iwanowitz. Una buona notizia: se il libretto è quasi tutto in tedesco, si è esentati dalla solita storpiatura fonetica dell’italiano; e quando attaccano arie in italiano, ascoltarle con patina tedesca fa quasi piacere, immaginando che così dovessero risultare anche ad Amburgo nel 1710. Nel concerto del 17 agosto alla Hofburg, invece, è stato presentato un programma incentrato sulla figura dell’amazzone nel teatro d’opera sei-settecentesco: sferzantemente dirette da Thomas Dunford e accompagnate dall’Ensemble Jupiter, ecco rare musiche di Francesco Cavalli, Francesco Provenzale, Carlo Pallavicino, Giovanni Buonaventura Viviani, Marin Marais, André Cardinal Destouches, Georg Caspar Schürmann, Anne Danican Philidor, Antonio Vivaldi e Giuseppe de Bottis; elegante la linea di canto del soprano Lea Desandre, che però, appunto, mostra all’orecchio nostrano la consueta menda: una prosodia italiana più artificiosamente cercata che posseduta con naturalezza.


 

 

 
 
 

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