L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Indice articoli

Pensieri dal 2019

di Roberta Pedrotti con la redazione dell'Ape musicale

Alcune considerazioni sull'anno appena trascorso e quello che sta iniziando visti attraverso lo sguardo dei collaboratori dell'Ape musicale.

Tutte le recensioni d'opera del 2019

Tutte le recensioni dei concerti del 2019

Un anno è finito, un altro sta iniziando.

Ci guardiamo indietro per prepararci al futuro, a un anno che si preannuncia all'insegna inevitabile di Beethoven, anche se il predominio nelle stagioni cocnertistiche non si traduce in un proliferare inconsulto di Fidelio (anzi, Martina Franca opta per l'omaggio obliquo e raffinato della Leonora di Paer). Senza voler fare classifiche e consacrare vincitori, una breve consultazione in redazione e uno sguardo alle recensioni pubblicate nell'anno restituisce un quadro complesso, variegato, ma ottimistico del panorama musicale italiano e straniero. Abbiamo perso, è vero, un artista sommo, forse il più grande direttore d'orchestra vivente e attivo, in Mariss Jansons (1943-2019), né possiamo dimenticare, per citare solo alcuni fra chi ci ha lasciato, Jessie Norman, Rolando Panerai e Peter Schreier, Johnatan Miller e Franco Zeffirelli.  Nel frattempo, però, nuove leve si affacciano alle scene, nuovi traguardi vengono superati, sorgono nuove sfide e necessità. Tutto quel che fa parte della vita ci ricorda che la musica e il teatro sono vivi oggi più che mai, perché vivono con noi

La Wiener Staatsoper ha effettuato felicemente il giro di boa dei centocinquant'anni di vita con, fra le varie celebrazioni, una formidabile edizione di Die Frau ohne Schatten integrale diretta da Christian Thielemann; si guarda al futuro del Covent Garden di Londra con la speranza che le ombre della Brexit non soffochino il respiro internazionale di un teatro dal cartellone sempre allettante: l'arte vive nel tempo e nelle contingenze politiche e sociali dell'attualità.

In Italia il Rossini Opera Festival ha tagliato il nastro dei suoi quarant'anni di vita, lo ha fatto programmando uno dei capolavori più grandiosi ed emblematici del Genius Loci, Semiramide. Affidata a una coppia d'oro che aveva già regalato memoriabili edizioni di Guillaume Tell e della Bohème, Michele Mariotti e Graham Vick, ha convinto appieno per la splendida concertazione (e la splendida prova dell'Orchestra Rai), lasciando aperti margini di discussione sulla regia. Viceversa la sorpresa – relativa, a ben leggere la locandina – è venuta da un titolo spesso negletto come L'equivoco stravagante, messo in scena da Moshe Leiser e Patrice Caurier con spirito e gusto impagabili, grazie anche a un cast di primissimo ordine (Iervolino, Bordogna, Luciano).

Per un festival che festeggia quattro decenni, ce ne sono altri emergenti: il Verdi di Parma, se quest'anno non ci fa tremare le vene ai polsi per recite memorabili, consolida la conquistata identità di ricerca teatrale e musicale; soprattutto Donizetti a Bergamo continua la sua ascesa fra le manifestazioni più interessanti e stimolanti del panorama non solo nazionale. Chissà che, prima o poi, non vengano anche degnamente celebrati anche Puccini e Bellini, mentre, se le stagioni continuano a ignorarlo, l'impegno di Martina Franca per Saverio Mercadante - il 2020 ci riporterà la sua Rappresaglia - lascia ben sperare.

Intanto, proprio da Bergamo viene quello che potremmo eleggere senza troppe difficoltà a spettacolo dell'anno: L'ange de Nisida in prima rappresentazione assoluta. Non sarà stata l'unica produzione memorabile del 2019, ma l'opportunità di veder debuttare un'opera di un grande del passato rimasta nel cassetto per oltre un secolo e mezzo è un evento da mozzare il fiato. Per di più a Bergamo non si solo limitati a servire il titolo inedito contando sull'interesse implicito. La riscoperta si è fusa allo spazio del teatro in restauro, a uno spettacolo toccante quanto intelligente, tutto di carta volatile, fragile e tenace, con il busto di Gaetano in prima fila a sovrintendere al debutto del suo capolavoro (perché, sì, L'ange è anche un capolavoro) troppo a lungo smarrito.

Il cast dell'Ange de Nisida testimonia anche la qualità di una giovane generazione di cantanti che, oggi, può garantire il ritorno sulle scene di un repertorio un tempo ritenuto proibitivo. Fino a venti, trent'anni fa, perfino Il trovatore o La traviata erano guardati con timore anche da teatri blasonati. Oggi non è impossibile assistere a diverse edizioni di Guillaume Tell, Les huguenots, I puritani in versione integrale, e altri sesti gradi di difficoltà per cantanti e sistemi produttivi. In generale, dall'Agnese di Paer a Torino allo Schiavo di Gomez a Cagliari, da Hänsel und Gretel sempre a Cagliari a Fernand Cortez a Firenze, sembra che il timore dell'inconsueto e le paure reverenziali che creano titoli "fantasma" possano essere sulla via di dissiparsi. Nondimeno, una stagione come quella dell'Opera di Roma, per scelta dei titoli, voci, bacchette e registi, conferma una vitalità salutare.

Lidia Friedman, protagonista a sorpresa di due dei titoli più attesi del 2019, Ecuba di Manfroce a Martina Franca (subentrava alla prima all'indisposta Carmela Remigio) e L'ange de Nisida (subentrata nell'intera produzione a Salome Jicia, in dolce attesa), si afferma allora fra le belle scoperte di quest'anno. Voce corposa, densa, dal colore personale, assai estesa, disinvolta nella coloratura, desta meritati apprezzamenti e legittime speranze. Ma il 2019 è anche l'anno della consacrazione per altri due artisti under 30, come il tenore Xabier Anduaga e il soprano Giuliana Gianfaldoni. Lui vince il concorso Operalia (e poi è Gennaro in  Lucrezia Borgia a Bergamo), lei canta Corinna nel Viaggio a Reims dei giovani a Pesaro e catalizza l'attenzione. Non sono, però, sorprese spiazzanti, anzi: il tenore basco si è formato ed è emerso dall'Accademia Rossiniana di Pesaro, si era già distinto al Rof e a Bergamo (prima della Borgia, nel Castello di Kenilworth), impressionando chi l'avesse ascoltato. Il soprano pugliese era già noto a chi presta attenzione alle nuove voci, fra concorsi e prime scritture, e non si poteva non appuntare il suo nome per futuri felici approdi.

Giovani emergenti, una fresca generazione già affermata che si conferma, e anche i divi. Sui divi, per esempio, punta l'Arena di Verona, che in un cartellone interlocutorio e navigando spesso a vista, assesta però il suo colpo dell'anno assicurandosi una manciata di recite del Il trovatore con Anna Netrebko, Yusif Eyvazov e Luca Salsi. Chi c'era racconta i brividi per le meraviglie del cast, per la Diva con la D maiuscola che incanta dispiegando una voce ampia e stupenda nell'immensità dello spazio aperto. La Diva è anche alla prima della Scala, e anche qui chi c'è si spella le mani per applaudirla, mentre chi non c'è si divide e magari se la prende con il personaggio (che ogni Diva che si rispetti, per definizione, è) e perde di vista l'artista. Anche questo fa parte del gioco e ci ricorda che all'alba del 2020 il divismo non è morto, si è rinnovato nei tempi come ogni altra cosa ed è vivo come è viva l'opera.

D'altra parte, il mondo dell'opera e della musica brulica d'iniziative: ecco lo splendore di Sant'Ambrogio, la grande festa di Gala dell'Opera, di cui i media magari enfatizzano le stravaganze (ma, diciamolo, le mises estrose quando non buffe sono una ristretta minoranza in un teatro che ospita circa duemila persone e fanno parte del gioco), mentre c'è la celebrazione istituzionale, c'è la gioia di condividere un evento che ha l'opera come fulcro, il teatro come tempio laico e civico, c'è la sostanza dello spettacolo nel suo complesso, che è il vero cuore e, quest'anno, funziona a meraviglia . Il pubblico televisivo e social, intanto, si dilunga su una piccola amnesia tosto risolta dalla prontezza dei veri artisti, ma, semmai, il presunto incidente ci ricorda ancora una volta che l'opera è teatro, è spettacolo dal vivo, hic et nunc e che tutti gli interpreti sono umani, che tutto è – fortunatamente – appeso al filo dell'attimo.

Fra attimi fuggenti si muovono la musica e il teatro fra le stelle, ma anche in un'infinità di iniziative realizzate con pochi mezzi e tanto entusiasmo. A Busseto, è di casa, ogni autunno, il Festival Verdi, che quest'anno ha riportato in scena il miracoloso allestimento di Aida firmato da Franco Zeffirelli, autentica pietra del paragone del genio dell'artista fiorentino scomparso proprio nel giugno 2019: a Busseto, però, ch'è anche un'altra stagione lirica, quella frutto dell'opera studio di Adads Accademia. E se a Bologna c'è il Teatro Comunale (dal quale quest'anno si ricorderà soprattutta la Salome splendidamente concertata da Juraj Valcuha e il ciclo mahleriano con lo stesso Valcuha, Fisch, Ettinger), c'è anche l'Orchestra SenzaSpine, che quest'anno ha debuttato all'opera vincendo la sfida dell'allestimento delle Nozze di Figaro,. Addirittura, si trovano iniziative che soprattutto in ambito contemporaneo e barocco offrono occasioni che sarebbe difficile trovare altrove: ne è un esempio la ghiotta occasione di ascoltare i Te Deum di Charpentier e Lully a Mantova (ne ne ha parlato Francesco Lora), per di più diretti da un maestro del calibro di Federico Maria Sardelli, cui si deve anche il salvataggio del Festival di Barga e la cura del complesso barocco del maggio Musicale Fiorentino. A tal proposito, val la pena di lodare, anche al di là dei singoli risultati, l'idea di dotare importanti fondazioni come anche la scala di organici storicamente informati per il repertorio sei e settecentesco.

Intanto, nei teatri di tradizione, nella cosiddetta “provincia”, si confermano motivi di conforto e soddisfazione, un panorama vivace sia per titoli sia per interpreti, che non solo si fanno le ossa prima di approdare sulle ribalte internazionali, ma che spesso quelle stesse ribalte alternano a piazze magari meno blasonate (e pensiamo a Saioa Hernandez, Luciano Ganci, Amartuvshin Enkbath, solo per fare tre nomi). Ecco allora che Luigi Raso ci ha raccontato, oltre alla ricca stagione del Teatro di San Carlo di Napoli, anche la passione che regna al Verdi di Salerno e i cento anni festeggiati proprio nel 2019 dell'Associazione Scarlatti, altra preziosa gemma partenopea in ambito soprattutto cameristico. [Antonino Trotta racconta il suo punto di vista sulla provincia italiana]

Sempre a Napoli si è svolto uno degli eventi concertistici più impressionanti del 2019 (e significativa anticipazione delle celebrazioni del 2020): la Maratona Beethoven con Juraj Valcuha a capo dell'orchestra del San Carlo e dell'Orchestra Rai. Proprio Valcuha si è distinto, nei suoi vari impegni italiani, fra le bacchette più interessanti delle nuove generazioni, garanzia di recite di altissima qualità, dalla Salome bolognese alla Pikovaja Dama napoletana, passando per una serie di opere e concerti sempre da ricordare nel Massimo partenopeo. E per quel che concerne l'Orchestra Rai, Alberto Ponti segnala fra le performance di maggior rilievo quelle del pianista Alexander Malofeev che, nonostante la giovanissima età, è uno degli interpreti più interessanti e originali del repertorio soprattutto russo, della violoncellista Sol Gabetta, le bacchetta di Fabio Luisi e Nikolaj Znaider (eccellente violinista, non da meno come direttore puro). Una menzione speciale, poi, per James Conlon per l’intelligenza e il coraggio, nonché la versatilità, nel riproporre un repertorio importante ma non così scontato (Die Schöpfung di Haydn) così come pezzi che eseguiti dal vivo sono rarità vere e proprie: Trittico botticelliano di Respighi, Die Seejungfrau di Zemlinsky, Gli affreschi di Piero della Francesca di Martinu, il recupero da un oblio di decenni di due limpide e freschissime pagine di Leone Sinigaglia (Le baruffe chiozzotte e Hora mystica che hanno risollevato una serata dopo il pesantissimo e pretenzioso concerto per pianoforte e orchestra di Giuseppe Martucci, eseguito tra l’altro con sincera passione da Giuseppe Albanese). Da riascoltare, invece, Beatrice Rana e Maxime Pascal, giovani talenti che sul piano interpretativo hanno alternato prove entusiasmanti ad altre più interlocutorie.

A Torino, sede dell'orchestra Rai, il Teatro Regio ha vissuto un periodo faticoso, con una stagione transitoria. Alberto Ponti promuove la "buona la Madama Butterfly con protagonista Rebeka Lokar e un grintoso Daniel Oren sul podio, al pari della Sonnambula con la coppia Ekaterina Sadovnikova/Antonino Siragusa diretti da Renato Balsadonna. Un altro Renato (Palumbo) è stata la bacchetta in primo piano, discutibile in talune scelte agogiche ma efficace nel dettato drammatico, di un Rigoletto caratterizzato dall’esordio nella regia di John Turturro, farraginoso ma originale. Una scoperta piacevolissima l'Agnese di Paër, concertata con mano devota e attentissima da Diego Fasolis, forte di una compagnia di canto ben assortita (con Maria a Rey-Joly protagonista) e di uno spettacolo divertente e centrato firmato da Leo Muscato.  Ottima infine, da un punto di vista registico (Mario Pontiggia) e vocale (Anna Pirozzi, Marcelo Álvarez, Ambrogio Maestri) la Tosca di appena due mesi addietro." Si attendono, però, con trepidazione le prossime stagioni, firmate dal nuovo sovrintendente e direttore artistico Sebastian Schwarz, il vero volto nuovo in uno scacchiere di dirigenze che, nelle nostre fondazioni liriche, si sta facendo sempre più internazionale. Alexander Pereira a Firenze e Stéphane Lissner a Napoli, dopo l'esperienza della Scala - dove nel frattempo è in arrivo Dominique Meyer - si apprestano a loro volta a nuove sfide italiane. Nel frattempo, è sopraggiunta la nomina di Omer Meir Wellber al Massimo di Palermo, Myung Whun Chung è ormai direttore stabile de facto della Fenice, Gatti Pappano e Chailly sono saldi a Roma (Opera e Santa Cecilia, con la sua floridissima programmazione) e Milano, mentre Firenze, Torino e Bologna non hanno ancora individuato o ufficializzato i successori di Fabio Luisi, Gianandrea Noseda e Michele Mariotti, né è chiaro il futuro di Juraj Valcuha, al momento di casa a Napoli.

La musica e il teatro musicale, poi sono oggetto continuo di studi, riflessioni, approfondimenti. Accogliamo dunque con piacere anche la segnalazione che ci arriva da Mario Tedeschi Turco di una "pubblicazione scientifica – apprezzabile anche dal pubblico degli appassionati -, vale a dire gli Atti del Convegno Mettere in scena Wagner. Opera e regia tra Ottocento e contemporaneità, a cura di Marco Targa e Marco Brighenti, Libreria Musicale Italiana, Lucca 2019, pp. 270. Si tratta di una silloge di saggi di grande valore, dal punto di vista della drammaturgia musicale, offerti da studiosi sia dell’ambito musicologico che teatrologico: Jean-Jacques Nattiez, Maurizio Giani, Marco De Marinis, Jürgen Maehder, Guido Salvetti, Martin Knust, Quirino Principe, Katherine Syer tra gli altri, per un totale di 14 saggi, una presentazione e una conclusione, nonché l’interessantissima sintesi della Tavola Rotonda coordinata da Andrea Estero, con interventi di registi, critici, musicologi, cantanti e professionisti del teatro vari quali Denis Krief, il cantante Albert Dohmen, il dramaturg Markus Wyler, Angelo Foletto, Elvio Giudici, Gaston Fournier-Facio, Nattiez, Gustav Kuhn, Antonio Cognata, la psicanalista Almatea Usuelli."

Non possiamo negare che alcuni teatri abbiano vissuto e continuino a vivere problemi amministrativi, che vi siano nodi da sciogliere, ma non possiamo non porre l'accento sulle forze propulsive positive che possiamo toccare con mano nei teatri e nelle sale da concerto, dalle grandi capitali dall'arte alla provincia, dalle istituzioni più antiche alle nuove iniziative. Non tutto è perfetto, ma c'è chi si rimbocca le maniche, lavora sulle idee, e noi contiamo su di loro perché i circoli virtuosi prevalgano su quelli viziosi. 

L'invito per tutti è di cercare di seguire il più possibile l'opera, i concerti, il balletto, il teatro, le arti dal vivo, di persona e privilegiare i giudizi sui pregiudizi esercitando sempre spirito critico. Anche in questo l'arte, la cultura ci rendono persone migliori e più complete.

 


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