L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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L'arte che continua a vivere

di Marco Guardo

In seguito alla scomparsa di Gabriella Tucci, Marco Guardo, Direttore della Biblioteca dell'Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana, la ricorda rievocando l'incontro con il soprano in occasione di un convegno, la personalità artistica, le tappe salienti della sua carriera, il suo lascito di musicista e interprete. Ci regala così un prezioso ritratto dal vero del soprano romano.

Roma, 14 luglio 2020 - Ho avuto la fortuna e il privilegio di conoscere personalmente Gabriella Tucci nel 2009 a Roma, presso la sede dell’Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi, l’ex Discoteca di Stato. Uno degli eventi promossi dall’Istituto nell’ambito della “Settimana della cultura” aveva un titolo che ebbe subito il potere di attrarmi: “Paolo Silveri e la sua arte nel tempo. Interventi evocatori e ascolti di materiale audio dai fondi dell’ICBSA”. A evocare il grande baritono scomparso era stata chiamata, tra gli altri, la figlia Silvia, la quale, seduta sul palco insieme con alcuni relatori, si avvide della presenza della Tucci in sala e la ringraziò pubblicamente per essere venuta a omaggiare il padre. A quel punto sentii proprio dietro le mie spalle un sommesso “Grazie”, che mi fece intuire che la Tucci doveva essere seduta proprio nella fila dietro alla mia. Mi voltai di scatto, ma non mi sembrò di ravvisare il volto del soprano, che conoscevo bene grazie alle immagini del ventennio 1950-1970. Proprio dietro di me scorsi il viso di una bellissima signora che dimostrava al più una sessantina d’anni. Un rapido calcolo mi aiutò a ricordare che la cantante romana si era esibita con Beniamino Gigli nei primissimi anni Cinquanta e che, pertanto, doveva essere ormai prossima agli ottanta. Avrei voluto scrutare ancora quel volto, ma continuare a mantenere il capo voltato sarebbe stato villania e allora trattenni la mia curiosità e preferii attendere che l’evento terminasse per scoprire chi mai fosse la Tucci tra le persone del pubblico. Ebbene, la bellissima signora, seduta esattamente dietro di me, vestita con un elegante tailleur di Chanel, dal personale e dall’incedere degni di una indossatrice (dei tempi trascorsi), era proprio la Tucci, che dopo aver salutato la figlia di Silveri si avviò all’uscita. Sembrava andare di fretta, ma per fortuna avevo un asso nella manica per fermarla, l’amicizia comune con il compianto Pierluigi Petrobelli. Fu un asso vincente, quello, perché non solo la Tucci si mostrò compiaciuta di conoscermi, ma si intrattenne una buona mezz’ora con me, rievocando con pennellate intense e commosse i punti salienti della sua longeva e onerosa carriera, a cominciare dagli studi presso il Conservatorio di Santa Cecilia e dal concerto modenese del 1947 dei vincitori del Concorso ENAL.

Quattro anni più tardi, nel 1951, il soprano romano, insieme con Franco Corelli e Anita Cerquetti, vince il prestigioso Concorso per voci nuove del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto. Beniamino Gigli, Presidente onorario del Teatro, trasmette affettuosamente un telegramma ai vincitori: “Dalle prove di ogni elemento l’arte e l’Italia attendono nuove forze costruttrici nostro primato mondiale di cui vostro militante presidente uniscesi a cuore aperto”. In quell’anno la Tucci debutta felicemente nella cittadina umbra con L’amico Fritz di Mascagni, meritando nella “Settimana INCOM” del mese di settembre l’encomio di Silvano Villani, il quale la definisce “un soprano di straordinaria sensibilità dalla voce purissima”. Sempre nel 1951 la cantante si esibisce per la prima volta al Teatro dell’Opera di Roma nel Nabucco (nel ruolo di Anna), affiancata da tre mostri sacri: Gino Bechi, Maria Caniglia e Nicola Rossi Lemeni.

L’anno seguente, sempre a Spoleto, un debutto ben più impegnativo attende la Tucci, che vi canta nella Forza del destino, la cui prima ha come Don Alvaro un festeggiatissimo Gigli, che il soprano avrà come collega nella medesima opera, a Fermo, due anni più tardi. È l’inizio di una brillante carriera, che nel 1953 (a Firenze), nel 1954 (a Venezia) e nel 1955 (a Roma) vede la Tucci a fianco di Maria Callas nella Medea di Cherubini, dove interpreta il ruolo di Glauce. Già nel primo decennio di carriera si delinea una precisa scelta di repertorio, che privilegia Verdi (Otello, Traviata, Rigoletto, Aida), Puccini (Turandot nel ruolo di Liù, Bohème e Tosca, Madame Butterfly), il repertorio francese (Carmen, Faust, ma anche I dialoghi delle Carmelitane), quello russo (La fanciulla di neve di Rimskij-Korsakov e La dama di picche) e il Wagner lirico (I maestri cantori di Norimberga), ma non trascura il Cherubini meno frequentato (Elisa), il Rossini serio (Guglielmo Tell), il Donizetti più raro (Il furioso all’isola di San Domingo e la Messa di Requiem), per giungere a Giordano (Andrea Chénier), Zandonai (I cavalieri di Ekebù), Respighi (Maria Egiziaca) e Pizzetti (Lo straniero).

Sul finire degli anni Cinquanta, e precisamente nel 1959, la Tucci registra una serie di importanti debutti: alla Scala partecipa alla Serata di Gala in onore del Presidente De Gaulle cantando il terzo atto dell’Ernani e vi canta poco dopo nella Bohème, che esegue anche a Londra; a Verona si esibisce nel Trovatore; a San Francisco esegue l’Andrea Chénier e a Tokyo Otello, Traviata e Carmen. Tali debutti la confermano una fuoriclasse non soltanto in virtù delle cospicue doti vocali di soprano lirico, ma anche per la dizione scolpita, per l’elegante gioco scenico e per l’indubbio prestigio della figura. A questi successi farà seguito un decennio durante il quale la Tucci privilegerà i palcoscenici americani (l’esordio al Metropolitan, che per oltre un decennio sarà il suo terreno di elezione, risale al 1960 con Madama Butterfly), diradando le sue apparizioni in Italia, dove tuttavia torna a calcare i più illustri palcoscenici: la Scala (con la quale compie una tournée trionfale a Mosca nel 1964 cantando Trovatore e Turandot) con Otello, Carmen, Falstaff, Madama Butterfly, Trovatore, Turandot, Aida e Simon Boccanegra; l’Arena di Verona (Aida, Mefistofele, Turandot); La Fenice di Venezia (Manon di Massenet, Aida); il San Carlo di Napoli (Don Giovanni, Traviata, Andrea Chénier); il Teatro dell’Opera di Roma (Aida, Andrea Chénier, Trovatore e Madama Butterfly), il Massimo Bellini di Catania (Aida, Trovatore, Puritani, Traviata), il Teatro Massimo di Palermo (Andrea Chénier), il Teatro Verdi di Trieste (Trovatore) e il Teatro Nuovo di Torino (Otello).

Va poi detto che la Tucci continua le proprie incursioni nel repertorio meno consueto, settecentesco, rossiniano, dell’Ottocento russo e del Novecento italiano: lo attestano l’Orfeo ed Euridice (New York, 1962), la Didon di Piccinni (Napoli, 1969), il Mosè (Roma, 1971 e Firenze, 1973), Il convitato di pietra di Dargomyžskij (Torino, RAI, 1969), il Fra Gherardo di Pizzetti e La campana sommersa di Respighi (Roma, RAI, 1972 e 1976).

Nel decennio successivo, alla fine degli anni Settanta, le apparizioni del soprano si fanno sempre più sporadiche, sia in Italia, dove si esibisce in alcuni teatri meno noti (nel 1976 a Chieti con Bohème, nel 1977 a Lecce con Turandot, nel 1978 a Viterbo con Madama Butterfly e con un inaspettato Barbiere di Siviglia), sia in America, dove ritorna (a New York), tra il 1987 e il 1989, con un Gala verdiano, con Un ballo in maschera e con Suor Angelica.

Infine, dieci anni dopo, il 22 gennaio 1999, la cantante, ormai giunta sulla soglia dei settant’anni, tiene a Roma, presso la Protomoteca del Campidoglio, un concerto di beneficenza a favore di un lebbrosario indiano, promosso dal Rotary Club Roma Cassia (siede al piano Donald Sulzen). Il programma è di rara raffinatezza e di notevole impegno: aperto dall’aria “Dei tuoi figli la madre” dalla Medea di Cherubini, prosegue con la romanza “Tu che voli già spirto beato” dalla Fausta di Donizetti (di cui esegue anche la canzone napoletana Me voglio fa’ na casa), con tre brani di Mercadante (La Stella, La Rosa e l’aria “Chi m’arresta?” dalla Medea), con tre canzoni di Tosti (“Si tu le voulais”, “Ninna Nanna”, “L’alba separa dalla luce l’ombra”), per concludersi con un sorprendente “To this we’ve come” dal Console di Menotti.

Sarebbe lungo enumerare gli illustri colleghi che ebbe a fianco la Tucci dividendone i trionfali successi: tra i cantanti, menzioniamo almeno, oltre al già citato Gigli, Birgit Nilsson, Giulietta Simionato, Fedora Barbieri, Fiorenza Cossotto, Giacomo Lauri Volpi, Carlo Bergonzi, Franco Corelli, Plácido Domingo, Luciano Pavarotti, Tito Gobbi, Piero Cappuccilli, Boris Christoff e Nicolaj Ghiaurov; Tullio Serafin, Vittorio Gui, Gianandrea Gavazzeni, Claudio Abbado, Bruno Bartoletti, Leonard Bernstein, Herbert von Karajan, Zubin Mehta, Georges Prêtre, Thomas Schippers e Georg Solti tra i direttori. Duole, allora, constatare che una carriera così luminosa non abbia potuto scalfire l’atteggiamento miope delle case discografiche, che fecero incidere alla Tucci solo due opere complete, Pagliacci (Decca, 1959) e Trovatore (EMI, 1964), così che la cantante fa buona compagnia a tante altre illustri colleghe ingiustamente trascurate dalla discografia ufficiale: Magda Olivero, Leyla Gencer, Anita Cerquetti, Ilva Ligabue, Marcella Pobbe, per citare i nomi più eloquenti. Sicché oggi chi intenda indagare le ragioni dell’arte del soprano deve necessariamente riferirsi al corpus fortunatamente nutritodelle incisioni dal vivo, tra le quali segnaliamo almeno l’Aida di Tokyo del 1961, dove la Tucci non soltanto rispetta meticolosamente le indicazioni della partitura, ma lascia a bocca aperta per il profluvio di mezze voci e di pianissimi, che non si udivano dal tempo del canto immacolato di Giannina Arangi Lombardi. D’altra parte l’arte scenica emerge con ogni evidenza sia nel video dei Pagliacci (Tokyo, 1961), dove la Tucci plasma una Nedda (personaggio che peraltro ha confessato di non amare troppo) di straordinaria modernità espressiva, sia in quello di Turandot (RAI, 1968), dove i gesti misurati e dolenti della sua Liù, unitamente al pathos trattenuto del canto, sono il perfetto contraltare rispetto al rilievo gigantesco e allo strapotere vocale della protagonista, la straordinaria Nilsson.

Va dunque salutata con grande entusiasmo la pubblicazione del doppio CD Il mio Verdi (GOP 2004, ventitré tracce), il cui libretto, a cura di Petrobelli, spiega con sintesi robusta il magistero tecnico e artistico della Tucci. L’illustre musicologo, infatti, rileva in primo luogo che “la sorprendente galleria di eroine verdiane” illustrata dai due CD “colpisce […] per la sua ampiezza cronologica”, che muove dall’aria di sortita di Odabella (Attila) per concludersi con il concertato delle Comari (Falstaff). Ne sortisce uno stupefacente “susseguirsi di stili e di tecniche vocali che sarebbero inimmaginabili, irrealizzabili senza una totale padronanza dello strumento vocale che la varietà stessa dei brani sottende e richiede”. Segue, inoltre, l’elogio del “dominio assoluto delle possibilità insite nella sua voce”, della “naturale predisposizione, una bellezza innata dello strumento”, dello studio costante e della forza interpretativa. Secondo Petrobelli “gli entusiastici applausi […] che coronano la fine di ogni aria […] rendono in maniera evidente il palpitante rapporto dell’artista con il pubblico”. Non diversamente il medesimo “palpitante rapporto” è emerso negli innumerevoli post pubblicati nei social da un corposo drappello di estimatori non appena si è sparsa la notizia che Gabriella ci aveva lasciato, lo scorso 10 luglio. Quando ancora le testate giornalistiche dovevano dare conto della Sua scomparsa, moltissimi messaggi la ricordavano con affetto commosso, così che, come ha osservato Petrobelli, “l’arte di Gabriella Tucci continua a vivere anche per coloro che non hanno avuto il dono di poterla godere nella viva realtà del teatro. A lei dobbiamo letture indimenticabili di personaggi verdiani; a lei va dunque la nostra ammirazione e la nostra gratitudine”.

 

foto gentilmente fornite da Marco Guardo


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