L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Incontro con Marilyn Horne

di Gina Guandalini

NEW YORK 20 gennaio 2014 - L’elegante appartamento con vista sul Central Park, in cui Marilyn Horne risiede dagli anni Sessanta, questa volta si apre su un fittissim muro bianco: su Manhattan si accanisce un vero blizzard, una feroce tempesta di neve da ritirata di Russia. Comodamente adagiata nella poltrona preferita, Marilyn Horne sfoggia una carnagione radiosa che il passare del tempo continua a non intaccare e il comodo abbigliamento di felpa che si addice alle sue esigenze di relax. Sta benissimo, diciamolo subito. E allunga la mano verso i biscottini che mi ha servito con il tè, nonostante ammetta la presenza di una condizione diabetica. “Posso concedermeli”, mi dice sgranocchiando sorniona, “non è un’infrazione grave. I greci dicono: tutto con moderazione”. Il giorno prima ha guardato gli Open di tennis in Australia tutto il giorno.

Tre sere prima un entusiastico ed entusiasmante gala ha festeggiato il suo ottantesimo compleanno alla Zankel Hall, all’interno dell’edificio della Carnegie Hall. Come istituzione, la Carnegie sponsorizza ogni gennaio un minifestival in onore della Nostra, durante il quale lei tiene delle master classes che sono un intrattenimento sopraffino per chiunque ami la musica, il canto, le lingue e l’intelligenza. Sul palcoscenico della serata di gala c’erano divi consolidatissimi, come Samuel Ramey e Frederica von Stade – che fungevano da presentatori, e che all’inizio della seconda parte hanno cantato il duetto “I remember it well” di Lerner and Löwe da Gigi -; Renée Fleming, Barbara Cook, prodigio della musica leggera e del musical che potrei definire “la Mina americana”; artisti di oggi, come Piotr Beczala e David Daniels (quest’ultimo ha cantato Blackberry Winter, un malinconico brano di Alec Wilder, compositore di cui si dirà più avanti); e inoltre giovani interpreti molto interessanti. Al pianoforte dominavano due accompagnatori abilissimi come Martin Katz, oggi sessantanovenne, e Warren Jones, il pianista senza età, eterno ragazzino.

La notizia della scomparsa di Claudio Abbado è di un’ora prima e ci colpisce come un fulmine. Marilyn ha vivissimi ricordi dei loro rapporti di lavoro, soprattutto rossiniani, è vero, ma anche stravinskiani: “un grande, intelligentissimo maestro, è stato un onore collaborare con lui”. Della lunga e sostanziale presenza di Marilyn Horne nella storia della musica americana può essere testimone questo particolare: l’intervistatrice sta preparando uno studio sull’attore americano James Dean e nella sua tragicamente breve biografia spiccano amicizie fervide con tre compositori degli anni ’50, Alec Wilder, Leonard Rosenman e Alec Diamond. La Horne li ha conosciuti tutti e tre; è al corrente di tutta la loro produzione, e addirittura canticchia il Leitmotiv del film East of Eden (La valle dell’Eden) in cui debuttò Dean, musica composta da Rosenman. I capisaldi dell’attività di docente della Horne sono - oltre alla Carnegie Hall ogni gennaio e alla ormai consacrata consulenza estiva alla Music Academy di Santa Barbara in California - il Conservatorio del New England di Boston, e due istituti dell’Ohio, il College di Oberlin (città storicamente abolizionista) e l’Università di Toledo.

Ma c’è dell’altro: “Sono stata in giuria insieme a Riccardo Muti e al critico Harvey Sachs in un concorso per direttori d’orchestra intitolato a Georg Solti. Molto articolato, con varie prove anche nel settore operistico; per esempio c’era la prova al pianoforte con il cantante. E’ così che si sviluppano i grandi talenti. Ha vinto Matt Aucoin, che è anche compositore: sta già componendo opere su commissione della Lyric Opera di Chicago e del Metropolitan, e del resto è già stato premiato a Spoleto ”. Io osservo che costringere giovani direttori a misurarsi con l’opera lirica è una mossa molto accorta, e lei è del tutto d’accordo con me: “Ma scherziamo? Il più grosso problema di oggi – e io penso di poter avanzare critiche – è la gravissima crisi dell’insegnamento del canto, perché è l’intero rapporto con la voce che è andato deteriorandosi”. Il discorso passa quindi alla quasi totale impossibilità di sentire voci ferme in cantanti giovani, e lei asseconda questa mia constatazione, confermando che all’ultimo suo corso vocale non c’era uno studente al quale non ballasse la voce. Le riferisco in proposito una battuta di Anita Cerquetti all’ennesima audizione deludente, “E’ una voce allegra: canta e balla!”: Marilyn ride di gusto: “Questa la devo far circolare !”. Mi conferma che il problema è dovuto alla mancanza di sostegno del fiato e ricorda un tenore australiano trentenne che di recente le ha chiesto un parere sulla propria voce. “Io sono sempre cauta in queste valutazioni e gli ho detto che prima bisognava chiarire perché aveva la voce wiggly; non ho usato il termine wobbly, che è più brutale. Lui non capiva che cosa volevo dire, e quando ho parlato di tremolo era molto sorpreso. Allora gli ho chiesto da quanti insegnanti era già stato e lui mi ha fatto un elenco ragguardevole. ‘Nessuno ti ha detto questo?’, ho domandato; e io chiesto conferma a un collega, che mi ha detto ‘ Ma è evidente che ha la voce wobbly !’. Faccio notare a Marilyn che l’ascolto dei dischi storici dovrebbe chiarire la questione e instradare la tecnica agli aspiranti cantanti; ma quando cito la giovane Callas, mi contrappone che neanche lei aveva acuti fermi, nemmeno nei primi anni. “Penso che ci sia stato un cambiamento nel gusto, che dipende dall’elettronica, dai microfoni. In fin dei conti, la tecnica vocale ha iniziato a declinare con l’invenzione del microfono; quando non è stato più necessario amplificare la voce con lo studio”. E aggiunge che forse la voce storica che ha più risentito del cambiamento epocale è la Tebaldi, uno dei suoi modelli.

Mi interessa sentire per la prima volta il parere della grande amica su un vero contralto, la britannica Kathleen Ferrier. Siamo in molti ad adorare la sua voce, eppure la critica inglese di oggi l’ha dichiarata superata. Marilyn è d’accordo con me: “Era un fenomeno naturale. La sua tecnica non era affatto sicura; ma Richard Bonynge mi ha detto che la sentì nella Passione secondo San Matteo all’epoca in cui si sapeva che stava morendo, e per lui fu un’emozione incredibile.” Le chiedo se ha notizie recenti di Bonynge e mi dice che dirige tuttora un po’ dappertutto. A New York è passato Adam, figlio di Richard e di Joan Sutherland, che insegna hotel management in Australia; e che non è affatto – come lo era nell’adolescenza – estraneo e ostile all’opera. Marilyn ama parlare dei colleghi che stima. Ricorda di avere assistito ad alcuni incontri del torneo di Wimbledon insieme al tenore Frank Lopardo e ci tiene a dirmi che canta e insegna contemporaneamente ed è passato a ruoli più pesanti, come Riccardo del Ballo in maschera. Mi parla di Chris Merritt, con cui ha condiviso tante stagioni rossiniane, e la sorprende apprendere da me che un suo recente imperatore Altoum in Turandot, a Roma, è stato molto deludente come voce e soprattutto come pronuncia italiana. “Ma dovrebbe conoscerlo benissimo l’italiano!” Chris si è fatto vivo con lei dopo anni di silenzio, inviandole auguri calorosi per il suo ottantesimo compleanno dalla Germania dove abita. [youtube http://www.youtube.com/watch?v=9C4xWDwmhoM] Di riflessione in riflessione si passa alle grandi scuole storiche di insegnamento. Quando dico a Marilyn che Rockwell Blake sta preparando un suo testo sulla scuola di Manuel Garcia, lei mi ricorda che ci sono libri scritti dallo stesso Garcia che tutti gli interessati alla questione dovrebbero leggere. Come prevedevo, lei resta convinta assertrice del dovere di un musicista di non porsi limiti e steccati, e contraria al concetto di “specializzazione”. “Da Gesualdo da Venosa a John Corigliano” non è un modo di dire, ma la sua concezione artistica. Non è d’accordo con me sul fatto che Blake dovrebbe insegnare il proprio particolare repertorio di coloratura e lasciare l’insegnamento di Verdi e Puccini ad altri insegnanti. “Perché? Perché non vuoi che il docente possa spaziare a tutti i repertori? Non ci si deve limitare! La tecnica è la stessa!” 

Poi allarga le sue considerazioni all’atmosfera delle master classes. “ Vedi, una master class non è una situazione normale per chi studia canto. Occorre essere rilassati, e non è come quando fai una lezione da sola a solo. Io ho fatto delle master classes con Lotte Lehmann; ma sono passati quasi sessant’anni e devo dire che ormai non ne ho più molti ricordi…” Qui io le faccio notare che Raina Kabaivanska – di cui Marilyn ha grande stima – mi aveva dato la stessa risposta quando a lei avevo chiesto notizie del suo lavoro con Rosa Ponselle. La Horne ricorda di avere trascorso con la mitica Rosa una giornata di conversazione, passeggiando nel parco di Villa Pace, alla periferia di Baltimora. La collega di cui la Ponselle non parlava mai abbastanza bene era il soprano Elisabeth Rethberg; alla domanda della giovane Horne, su che cosa ricordava di Caruso con più vivezza, Rosa spiegava che era la sua generosità in scena, quanto e come “dava” ai colleghi. Le “famiglie” di grandi cantanti, gli alberi genealogici da docente a studente, la affascinano: “La mia grande maestra e accompagnatrice in California, Gwendolyn Koldowsky, aveva una zia mezzosoprano, Florianne Brimson, che aveva studiato con la storica docente Mathilde Marchesi e che cantò spesso in teatro con la Melba. La Marchesi a Parigi attendeva di incontrare una grande voce che avrebbe reso storica la sua scuola, e il giorno che audizionò per la prima volta Nellie Melba corse dal marito per dirgli “E’ arrivata!”. 

Questi antichi aneddoti sono raccontati con l’entusiasmo di chi condivide con l’interlocutore la gioia di preservare il passato. La Horne ha letto e studiato le memorie di Mathilde Marchesi. E poi conosce l’autobiografia di un’allieva di Pauline Viardot (sorella minore della Malibran), la tedesca Anna Schoen-René, che negli Stati Uniti è stata docente del basso Paul Robeson e del mezzosoprano Risë Stevens. “ Ho fatto visita alla Stevens un paio di anni fa, poco prima che morisse all’età quasi cento anni. Puoi immaginare quanto ero ansiosa di sapere più cose possibili a proposito di una allieva della Viardot ! Risë mi disse che la Schoen-René era severissima e una volta la cacciò dalla lezione perché aveva problemi con la coloratura. Ma poi la richiamò e le disse ‘Sai, le saresti piaciuta moltissimo!’ Intendeva alla Viardot “. Marilyn ride. E’ orgogliosa di perpetrare la tradizione del grande canto lungo la direttrice Marchesi – Brimson – Koldovsky - Horne e nel repertorio tedesco Lehmann - Horne. “Oggi faccio il suo stesso mestiere”, constata ridendo, riferendosi alla mitica Lotte; “ faccio master classes!” Ammiro un bellissimo scrapbook che la sorella Gloria ha assemblato e regalato a Marilyn per il suo storico compleanno e che molti fans darebbero un occhio per avere: un album di foto e ritagli preziosi, che vanno dalla loro infanzia comune alle ultime foto di famiglia. Immagini dei primi anni ( “Guarda mia madre, non era bellissima?”) e delle prime esibizioni nelle chiese della Pennsylvania e nella California; della Roger Wagner Chorale con cui ha fatto una tournée europea (che includeva l’Italia) nel 1953; del gruppo madrigalistico nel quale ha cantato da soprano dal ’34 al ’56; della sua partecipazione alla Biennale di Venezia con un concerto all’interno di san Marco al quale assistette anche Angelo Roncalli, allora cardinale di Venezia; foto di scena delle stagioni in Germania dal ’57 al ’60. Quella fu la sua prova del fuoco, la vera piattaforma del debutto. “Con me c’era anche Harve Prasnell, un bravissimo baritono californiano, che poi fu protagonista del film The Unsinkable Molly Brown ( Voglio essere amata in un letto d’ottone). Tutta la musicalità, tutto l’eclettismo di questa artista sono nella preziosa raccolta che io sfoglio e lei commenta. [youtube http://www.youtube.com/watch?v=HYlzmNOraSM] Di recente le hanno regalato il riversamento in DVD di quel Messiah nella revisione in lingua tedesca di Mozart che lei cantò a Londra nell’estate ’85; ed è tipico che il suo commento sia “Che voce aveva Sam (Ramey)! Come cantava!”. La generosità verso i colleghi meritevoli l’ha sempre contraddistinta E’ il momento di chiedere alla grande docente di quali allievi sia particolarmente orgogliosa in questo momento. Cita allora volentieri il mezzosoprano lirico Isabel Leonard e il soprano di coloratura Brenda Rae, che hanno partecipato al grande Gala del 16 gennaio (la Rae con l’aria della Regina negli Ugonotti, “O beau pays”, nientemeno!). “Brenda ha appena cantato La Traviata a Vienna”, mi informa. Nel delicato ambito delle voci di tenore, parla di una voce “importante”, un ventottenne che ha dovuto fermarsi per cinque anni e la prossima estate verrà a lavorare con lei alla Music Academy di Santa Barbara e canterà Don Josè. Fuori la tempesta di neve non accenna a finire. Ora ai lettori italiani possiamo dirlo, Marilyn Horne terrà le sue master classes anche a Roma nel prossimo giugno. Una tappa che per qualche giovane cantante potrebbe rivelarsi fondamentale e un rendez-vous imperdibile per chi ama il canto.


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