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marina rebeka

Una regina della voce

di Stefano Ceccarelli

In un’aprica piazza di Spagna di fine marzo mi viene incontro la bellissima Marina Rebeka, trionfante nella recente Maria Stuarda capitolina. Si è assentata momentaneamente dalle sue sudate carte: l’autopsia del manoscritto belliniano della Norma, conservato negli archivi del vicino Conservatorio di Santa Cecilia, a via dei Greci. Dopo i saluti, ci dirigiamo in un posto lì vicino per un’amabile chiacchierata davanti a un dolce. Sorridente e serena per il bel risultato della Stuarda, mi parla dell’opera in questione, dei suoi futuri impegni, di interpretazione vocale, di musicalità e di molto altro.

Grazie Marina per aver accettato di farti (nuovamente) intervistare da me, il che mi onora. Per incominciare: come senti la tua voce ora, come la percepisci, dove vuoi arrivare vocalmente?

Prego, Stefano! È un piacere! In questo momento mi dedico al repertorio lirico con agilità, anche verso vocalità più spinte. È naturale che la voce, nel corso del tempo, cambi col cambiare del corpo: è umanamente fisiologico. Mi sono stati proposti dei ruoli in passato che non mi sono sentita di accettare proprio perché voglio preservare la mia voce al meglio. Un mio punto di forza penso siano proprio le agilità, quindi appesantire la voce causerebbe un danno ad alcune mie predisposizioni naturali. In questo momento sto scegliendo il repertorio in cui posso crescere sia emozionalmente sia tecnicamente. Chi va piano, va sano e va lontano.

Sagge parole. E esordirai prossimamente in qualche nuovo ruolo?

Certo! Lo scorso anno ho fatto cinque nuovi ruoli: Norma, Mimì, Ginevra nell’Ariodante di Händel (mi piace approfondire anche il Barocco), Vitellia, Thaïs a Salisburgo – praticamente imparando il ruolo in cinque giorni. Quest’anno ho esordito nella Stuarda a gennaio, interpretando per la prima volta Maria; farò poi Donna Elvira alla Metropolitan Opera, Marguerite nel Faust di Gounod e la Luisa Miller.

Fantastico. Canti molto, anche, nel repertorio francese. E hai fatto un’ottima incursione nel Barocco.

Adoro il repertorio francese! Per quanto riguarda il Barocco, non appena ho studiato il ruolo di Ginevra ho capito che avrei voluto interpretare la vocalità barocca con la voce piena. Non abbiamo prove di come si cantasse nel XVII e XVIII sec, quindi ogni tentativo di ricostruzione è, in ogni caso, un’interpretazione. Perché allora non provare a cantare un ruolo barocco cercando di superare molte imposizioni di stile?

Vero…quali sono i tuoi autori di riferimento?

Innanzitutto Rossini, decisamente. Beh, poi Mozart, che ho cantato molto: in palco e in concerto. Se dovessi pensare a un ruolo, Violetta della Traviata, il ruolo che ho cantato più di tutti durante questi dieci anni, ogni stagione praticamente. Pian piano ho cominciato ad aggiungere i ruoli pucciniani: sono partita da un ruolo più leggero, Musetta, poi Liù e Mimì. Ora, però, vorrei lasciare momentaneamente Puccini, per rispettare un’evoluzione logica dai miei ruoli e dalla mia vocalità prettamente belcantistica. Agathe del Freischütz sarebbe veramente interessante, perché ha delle agilità notevoli. O The Rake’s progress.

Anche il repertorio tedesco e novecentesco: bene! Parli molte lingue!

Sì, diverse. Un altro ruolo, ora che ci penso, è sicuramente Rusalka, dove mi avvicinerei alla mia cultura. Poi, fare anche Nedda e quel tipo di repertorio. Ma Mozart e Rossini sono i miei angeli custodi, in un certo senso. Ora mi sento più sicura nel passare a un repertorio diverso, soprattutto dopo il mio primo cd di arie mozartiane [Marina Rebeka. Mozart Arias, con la Royal Liverpool Orchestra e la direzione della Scappucci, edito da Warner Classics nel 2012] che ha chiuso quasi un ciclo, dove ho spaziato nella vocalità mozartiana. E quest’anno, tra l’altro, uscirà il mio secondo cd con arie dal repertorio del Rossini drammatico, l’altro mio autore, cui mi sento legata quasi per destino visto che i miei grandi debutti li ho avuti tutti in ruoli rossiniani.

Tutti ricordiamo la tua stupenda Mathilde! La prima volta che ti vidi fu nella Petite,proprio qui a Roma, con Pappano, all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

Certo! Poi ho anche esordito nel Moïse et Pharaon con Muti a Salisburgo. Alla Scala, invece, nel Viaggio a Reims. Mai avrei immaginato di potermi definire una cantante rossiniana: eppure il destino mi ci ha portato.

Quali altri ruoli rossiniani vorresti cantare in futuro?

Semiramide, Elena ne La donna del lago, Armida, magari Ermione, chissà. Mi è sempre piaciuto tantissimo il Rossini drammatico, con tessiture orchestrali più robuste, con quella forte intensità vocale. Forse Mathilde non la canterò più: è un ruolo che ho fatto tanto e vorrei dirigermi verso altri lidi.

Bene, arriviamo a Donizetti: perché hai scelto di affrontare questo autore e come può aiutarti a livello di vocalità?

Innanzitutto mi allena nella musicalità. Nei recitativi, per esempio, nelle opere di Donizetti e nel belcanto sei da solo: non hai, spesso, il seppur minimo accompagnamento che ti guidi. Devi cambiare la tonalità, devi essere sempre perfettamente intonato. Per cantare un ruolo come quello di Maria, poi, bisogna arrivare a un notevole livello di preparazione tecnica: quasi bisogna avere più voci diverse, la lirica con le agilità, ma anche la drammatica, con robusti bassi. Bisogna anche arrivare a un livello maturo di emozionalità, per dipingere un personaggio a tutto tondo.

Parlando del piano emotivo: come hai preparato un personaggio come Stuarda?

Innanzitutto ho guardato quanti film ho potuto, ho letto molto di lei: ho studiato, insomma.

Hai letto anche Schiller?

Sì, ma Schiller l’ha romanzata, diciamo. Volevo risalire al suo personaggio reale, storico, per capire meglio l’operazione di trasformazione romantica. Il pubblico di Donizetti amava queste versioni più romanzate della vicenda: la scena dell’incontro con Elisabetta, per esempio, sappiamo che non è mai avvenuta realmente. Il personaggio di Maria Stuarda si prestava anche molto a questo tipo di reinterpretazione romantica: era bella, acculturata, affascinante. Un personaggio a tutto tondo. E era completamente diversa da Elisabetta. Era carismatica e le persone si sarebbero quasi immolate per lei. Elisabetta era, invece, un politico eccezionale: più calcolatrice, ma meno poetica, appunto. Maria ebbe poi un passato non facilissimo: passò l’infanzia in Francia, fu poi cacciata e dovette adeguarsi al nuovo credo protestante, lei allevata nel cattolicesimo. Fu comunque molto tollerante. Ma ebbe poi una vita difficile in Scozia.

Questa approfondita conoscenza del carattere della Stuarda ti è servita, in un certo senso, a entrare in empatia con lei.

Esatto! Se non faccio così non riesco ad essere credibile, nemmeno per me stessa, mentre interpreto un personaggio.

Questa mimesi, secondo me, l’hai portata a livelli straordinari nella tua cavatina, quando Maria, con trasognata rêverie, rammenta il suo passato in Francia.

Grazie! Donizetti lì è straordinario: non ci mostra una Maria regina (i primi accenti regali arriveranno nella cabaletta), ma una ragazza fragile che vuol evadere dalla situazione in cui si trova. C’è gioia e, allo stesso tempo, malinconia: sente gli uccelli cantare, odora i fiori. L’interprete qui è sola, quasi senza orchestra: il talento vero sta nel trovare il giusto colore, soprattutto nel momento in cui ricorda il suo amore per la Francia.

Come l’Elisabetta verdiana, in quella stupenda e toccante aria che ben conosci. Beh questo potrebbe essere un altro ruolo per te!

[Risata] Pensa che ho rifiutato cinque volte Don Carlo. Sono una perfezionista: se arrivo a un ruolo deve essere per gradi. Devo meditarlo, prepararlo ecc.

Aspetteremo, allora! C’è un momento della Stuarda in cui quasi sei sopraffatta dalla musica, dal canto, dal tuo ruolo?

In un certo senso, tutto il I atto è una preparazione musicale ed emotiva per il II, dove le cose cambiano radicalmente. Il II è molto intenso, trascinante, tanto che per risistemarmi dopo il I ho bisogno di una pausa emotiva. Devo – come dirti – di nuovo ritrovare la voce, che nel I era centrale/acuta, nel II si scurisce, diventa più grave. Bisogna essere cauti nel dosare l’emozionalità e la vocalità nel I atto: non bisogna dar troppo, ecco, all’inizio.

Lo sforzo dev’essere grandissimo nel II: Stuarda a un certo punto entra in scena e quasi non smette più di cantare fino alla fine.

Il II atto è tremendo per chi lo canta! Tanto che in un bicchiere in scena ho chiesto dell’acqua per potermi riprendere un attimo: canto per più di quaranta minuti filati. Di tutti i ruoli che ho finora eseguito, la Stuarda è l’unico che veramente mi stanchi verso la fine: diventa anche una questione fisica. Nemmeno Norma, che è più o meno omogenea: Stuarda invece è cangiante per colori, accenti, potenza.

Oltre a essere una straordinaria cantante tu sei anche un’eccellente attrice, quando ancora nel mondo dell’opera pochi si dedicano realmente alla cura della recitazione dei propri personaggi…Tu studi molto i tuoi personaggi con sguardo attoriale?

No: io li vivo. È un’altra cosa. Quando canto io mi godo qualcosa che mi piace: stare in scena, vivere quello che vivono personaggi che interpreto. La sfida è trovare ogni sera qualcosa di diverso nel ruolo che si sta interpretando. Uno può cantar bene quanto vuole in camerino: poi si sale sul palco e tutto cambia.

Un’altra cosa che mi ha sempre colpito di te è la tua passione per la filologia. Ricerchi sempre il tuo ‘testo’ di ciò che canti.

Sì, per me è fondamentale: si deve essere musicisti, interpreti, cantanti. Anzi, nel nuovo cd di arie rossiniane che uscirà quest’anno io stessa ho revisionato diversi manoscritti per stabilire un testo per me accettabile. Scriverò anche – ove Rossini lo permetteva, naturalmente – le mie variazioni che poi eseguirò e registrerò: in effetti, proprio come la prassi dell’epoca consentiva.

Grazie infinite per questa bella chiacchierata sulla Stuarda, sul bel canto, sull’interpretazione: insomma, sul tuo stupendo mestiere! Uno dei tuoi talenti è proprio quello di possedere quello che i Greci chiamavano grazia: sai perfettamente stare sul palco e riesci anche a narrare cantando, ad emozionare.

Ti ringrazio! Per me la maggior fonte di ispirazione è la vita stessa. Cantare e studiare sono delle passioni: ma la vita, viverla pienamente nei miei affetti, la famiglia, è per me fondamentale. Ed è la vera fonte della mia ispirazione nel canto. Ecco perché sono sempre molto oculata nello scegliere i miei ruoli.

Purtroppo, in effetti, molti cantanti per bulimia di successo accettano qualunque ruolo, compromettendo la loro voce.

Per me è fondamentale essere attenta, oculata nelle scelte. Vorrei che il mio nome sia sempre associato a buona qualità: non a un’altalena di alti e bassi.

Infatti fai sempre scelte ponderate nel programmare la tua annata.

Lo scorso anno ho cantato dieci ruoli di differenti compositori, di cui cinque debutti. Vorrei che il mio nome, in futuro, fosse legato a due ruoli che mi stanno molto a cuore e sento molto miei: Violetta e Norma.

Sono sicuro che ci riuscirai. Dove ti vedremo di qui a poco?

Ora sto studiando il personaggio di Donna Elvira per il mio debutto alla Metropolitan Opera. Poi Norma, Faust e Luisa Miller a Monaco (con registrazione).

E attendiamo anche, spero presto, la tua Anna Bolena, per fare il paio con la Stuarda.

Chissà, in futuro. Vorrei anche dedicarmi all’esecuzione dei Lieder e della musica vocale: Schubert, Ravel, Berlioz, Strauss, Poulenc, il Requiem di Verdi.

Tanti auguri allora!

Grazie!