L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

No!... giusta causa non è d'Iddio

di Roberta Pedrotti

G. Verdi

I lombardi alla prima crociata

Pertusi, Theodossiou, Meli, De Biasio

dir. Daniele Callegari

regia di Lamberto Puggelli

Orchestra e coro del Teatro Regio di Parma

Parma, Teatro Regio, 15-21/I/2009

DVD Unitel Classic 720608, collana TUTTO VERDI, 2012

I lombardi alla prima crociata esige dei fuoriclasse sul palcoscenico, delle forti personalità in grado di esaltare la parola scenica di un dramma ambiguo, che nella sua estrema essenzialità sbalza personaggi non banali dietro la facciata di una certa schematicità ideologica. Schematica per esempio potrebbe apparire la volontà esemplare che anima la costruzione della figura di Pagano, pensato come anima nera di peccatore contro ogni principio di lealtà e rispetto verso le leggi del sangue, della religione e della società, redento poi nella liberazione della Terra Santa dagli infedeli. Ma quale redenzione può essere promuovere una guerra e agire per essa? È possibile mondarsi del sangue del padre versando quello di altri uomini che hanno il solo torto di pregare un altro dio? Nel pentimento Pagano resta un'anima tormentata in cui si agita un demone fiero e feroce, indirizzato solo dalle passioni più private a quelle collettive di un popolo infuocato dalla propaganda crociata. Michele Pertusi è il fuoriclasse di cui Pagano ha bisogno. Rappresenta l'ideale di un'interiorizzazione della tecnica e del linguaggio del belcanto tale da superare la percezione stessa della tecnica e dello stile, per essere solo ed esclusivamente espressione teatrale del personaggio, nel senso che del teatro ha dato Verdi con la sua opera. A dispetto di chi tende a liquidare molti titoli della prima fase della sua produzione parlando di psicologie elementari, appena sbozzate, all'artista che sappia illuminarli svelano l'umanità ch'è sempre intrinseca nella scrittura verdiana. Non è solo la cavatina del primo atto, con quel moto febbrile e violento iscritto all'interno della melodia pur sempre legata, ma è ciascuna piccola frase a definire subito l'essere serpentino, perturbato e perturbante di chi dissimula un odio vorace e viscerale ché nasce dalle pulsioni più recondite e sensuali, da una gelosia profonda che solo in parte trova forma nel desiderio della cognata. Tant'è vero che il demone che divora l'anima di Pagano non è placato nemmeno quando il parricidio viene espiato e ciascuno vede in lui solo il santo eremita portavoce della volontà divina. Il mostro ora si nutre di una religiosità fanatica e distorta che a sua volta alimenta in circolo vizioso: non c'è ombra o luce nell'essere completo di questo Pagano, tutt'uno in testo musica e gesto, che non esprima l'estrema dicotomia fra anelito di redenzione e vorace perversione. Una dicotomia che non si risolve in giustapposizione, come in un dualismo boitiano, ma in un tormento umano che sorge dalla carne e dal sangue e cerca ansiosamente una risposta nello spirito e nell'ascesi. Pertusi realizza un capolavoro di musica e teatro, innalza l'intera drammaturgia dell'opera attorno a questo mobile motore non semplicemente negativo, ma complesso, dall'anima resa nera che aspira a una redenzione fraintesa. Dalla sua orbita è catturata Giselda, l'altro personaggio fondamentale dell'opera sotto il profilo psicologico, affidata a un'altra personalità forte, esaltata da questo ruolo, Dimitra Theodossiou. Non è perfetta, come è invece Pertusi, sotto il profilo strettamente vocale, ma sa mettere a frutto nelle preghiere la propensione ai filati, nelle cabalette e nei passi più accesi il temperamento ardente che nei momenti migliori l'ha resa capace di rendere in maniera credibile la scrittura impetuosa del cosiddetto soprano drammatico d'agilità. Ne è palese esempio il finale del secondo atto, in cui la spietata – e verissima – accusa contro una guerra che fa della religione l'alibi per l'auri sacra fames è scagliata con convinzione, aggredendo letteralmente una scrittura virtuosistica tutta sbalzata in crescendo sull'incisività del testo. Rientrata la ribellione, anche Giselda si lascia convincere e assimilare dal fanatismo religioso e militare di cui Pagano si è fatto controverso alfiere: la Theodossiou, nonostante una coloratura attendibile per quanto non sempre precisissima e qualche suono aspro, risulta non meno partecipe e convincente nel saluto alle tende lombarde, nel terzetto e nella grande scena che apre il quarto atto. I tenori si trovano relativamente a margine del quadro, ma non irrilevante nell'economia di un percorso che in superficie sembra volersi muovere verso la redenzione, ma nel profondo continua a ribadire una legge di violenza. Così fin dall'inizio Arvino persegue il suo ideale di totale adesione alla guerra santa, e lo fa con un impegno vocale non indifferente, anche se privo delle soddisfazioni di un primo tenore. Roberto De Biasio rende giustizia al ruolo, nel quale si trova pienamente a proprio agio. Oronte compare solo in pochi numeri: l'aria di sortita, il duetto con Giselda, il terzetto del battesimo e infine come apparizione risolutrice nella scena del soprano del quarto atto. Non sono però solo numeri nel quale il tenore ha spazio e respiro tali da valergli una posizione di primo piano nell'economia dell'opera, è anche la parabola del principe musulmano che si converte al cristianesimo a renderlo figura centrale ed emblematica di un progetto ideologico nel quale la storia d'amore sembra solo strumentale e incidentale (l'amore per l'infedele convince Giselda a scagliarsi contro la violenza dei crociati come la di lui conversione in articulo mortis la ricondurrà ad allinearsi ai parenti guerrieri). Francesco Meli canta splendidamente, voce solare e magnifica che riluce con sicurezza in una scrittura e una tessitura particolarmente congeniali, dominate alla perfezione nell'estasi mistica e amorosa come nell'urgenza dell'azione e nell'ardore. Se Oronte vuole un fuoriclasse per dare qualcosa di più della melodia piacevole di “La mia letizia infondere”, con Meli l'ha trovato. Roberto Tagliavini è un Pirro di lusso, Gregory Bonfatti, Cristina Giannelli, Daniela Pini a Valdis Jansons completano un ottimo cast con il coro del Regio sempre in bell'evidenza in una partitura che lo vede spesso protagonista. Magnifico nell'assolo del terzo atto il violino di Michelangelo Mazza: mette sempre un po' di malinconia sapere che questo musicista e i suoi colleghi sono stati esclusi da un giorno all'altro dalle produzioni parmigiane e speriamo di rivedere presto anche l'Orchestra del Regio – o con altro nome – esibirsi insieme ad altre valenti compagini. Sul podio c'è Daniele Callegari, ovvero un solido maestro di tradizione che tiene vivo il ritmo dell'opera e lascia spazio ai cantanti: quando il cast funziona così bene non possiamo non esserne soddisfatti. L'allestimento, poi, concorre con gli interpreti a sviluppare i diversi piani di lettura dell'opera: l'impianto tradizionale, con i bei costumi d'un medioevo terreo e fantastico che ricorda un po' il mondo Luzzati a cura di Santuzza Calì e le proiezioni realistiche della Milano dell'XI secolo e di paesaggi mediorientali di Paolo Bregni, rispecchia l'intento originale di creare un quadro epico del mito delle crociate. Il pannello, composto quasi come un arazzo, però svela nella regia di Lamberto Puggelli il lato oscuro di quel mito, e quando il coro inneggia alla guerra santa i fondali, su una sorta di Muro del pianto, si trasformano in una riproduzione di Guernica, negli orrori dei conflitti e dei totalitarismi degli ultimi cento anni. Risolto come un'analessi nel ricordo di Giselda, che rivive i traumi familiari e le violenze di cui è stata testimone prima del pellegrinaggio e della prigionia nell'harem di Antiochia, il primo atto risulta meglio definito e motivato, radice dei comportamenti di ciascuno dei Lombardi. Il finale, poi, recupera in un anelito di speranza l'ideale originario di pace e conciliazione rappresentato anche nell'intenzione verdiana dalla presa di Gerusalemme e dal perdono di Pagano, fine dei funesti odi familiari che si riverberavano in odi pubblici e religiosi. Ogni personaggio è caratterizzato perfettamente in composizioni ordinate nelle quali la recitazione è curata, in particolare Pagano, i cui sguardi incandescenti sono colti con sapienza dalla regia video di Tiziano Mancini. Ottima la qualità tecnica del dvd per un ottimo allestimento di un'opera cui non è facile render giustizia nel canto e nella drammaturgia come in quest'occasione. I sottotitoli sono in italiano, inglese, tedesco, spagnolo, francese, giapponese, cinese e coreano, le note di copertina in italiano, inglese, francese e tedesco.


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