L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Equilibrio precario

 di Andrea R. G. Pedrotti

 

Convince poco la prova di Federico Ferri, proveniente dal repertorio barocco, alle prese con il repertorio viennese a cavallo fra Sette e Ottocento: se Mozart suona scolastico, molti nodi vengono al pettine con Beethoven e, soprattutto, Schubert. Al pianoforte, nei primi due brani, Federico Colli.

VERONA, 10 gennaio 2016 - Primo concerto sinfonico, per questo 2016, al teatro Filarmonico di Verona, davanti a un pubblico piuttosto numeroso, anche per merito di un programma sicuramente interessante. Peccato che la lettura dei brani, da parte del direttore d'orchestra Federico Ferri, non sia andata oltre una mera esecuzione, che ci è parsa sostanzialmente corretta in Mozart, ma molto meno efficace e con il presentarsi di problematiche niente affatto minute in Schubert.

Il primo brano eseguito è stato il Concerto per pianoforte e orchestra n. 23 K. 488 il la maggiore di Wolfgang Amadeus Mozart, con la partecipazione del giovane pianista bresciano Federico Colli.

Il compositore di Salisburgo, città dove lo strumentista ha compiuto alcuni dei suoi studi, è un autore che, miscelando la cultura musicale tedesca e italiana, ha saputo fare da apripista a quello che sarebbe stato l'Ottocento. Se la scrittura risulta più asciutta, abbandonando il gusto galante dei suoi contemporanei, la richiesta di personalità interpretativa agli esecutori è addirittura aumentata. Qui sono cominciati i primi problemi: il concertatore non guida mai con decisione i seppur bravi professori d'orchestra, i quali, secondo il suo comando, si limitano a un'esecuzione piuttosto incolore. Molti tempi sono eccessivamente slentati e la pienezza degli archi non risalta mai, insistendo nella ricerca di un'elegia che conduce a un risultato di scarso spessore interpretativo. Dei tre movimenti (Allegro – Adagio – Allegro assai) risulta ben distinto solo quello centrale, che si potrebbe, tuttavia, ribattezzare “Adagio assai”. Discorso simile per il pianista, che gioca discretamente con il pedale, ma difetta nel fraseggio, insistentemente monocromatico. Potremmo definire la sua prova pianistica come “scolastica” e in Mozart la scuola non basta.

Il secondo autore è anch'egli un viennese d'adozione, ossia Ludwig van Beethoven, con la Fantasia per pianoforte, coro e orchestra op. 80. Vienna rimane, le epoche, lentamente, si susseguono e i problemi nella concertazione aumentano. L'orchestra conferma la buona qualità dei professori, le cui problematiche emergono solamente da una scarsa abitudine a suonare assieme spesso, poiché le offerte della Fondazione Arena risultano frequenti solo d'estate, con una varietà di titoli piuttosto bassa, rispetto a quelle che sarebbero le possibilità di un anfiteatro che, in passato, ha visto al suo interno capolavori rari di autori come Boito o Meyerbeer. Gli attacchi di Federico Ferri, che dovrebbe dimostrare più polso e convinzione con un'orchestra priva di direttore musicale, sono spesso imprecisi o consoni a un organico meno nutrito di quello previsto da Beethoven. La pasta vocale del coro, che (eccettuando l'eccellenza di Santa Cecilia) rimane uno dei migliori in Italia, non viene sfruttata. Bravo Vito Lombardi a mantenere una certa unità del complesso e nella scelta dei solisti, che dimostrano di sapersi ben inquadrare in un repertorio più liederistico e non solo nazional-popolare, ma il direttore fa venir meno tutta la solennità della partitura, specialmente nelle ultime battute. Non notiamo un flusso narrativo continuo e gli interventi del pianoforte, che denota le medesime mende dimostrate in Mozart, paiono sezioni a sé stanti. Alla fine gli applausi sono tutti per coro e orchestra. Forse con più prove, ma non siamo a conoscenza dell'intensità delle stesse, si sarebbero potuti affinare molti meccanismi, anche se, in realtà, sembra sia proprio il m° Ferri a palesare poca attitudine nei confronti di un repertorio che con Beethoven sta virando decisamente verso il romanticismo dal classicismo.

Se ci sono state difficoltà in Mozart e Beethoven, con Franz Schubert le cose sono andate decisamente peggio. Pochi altri autori necessitano di un'interpretazione sentimentale pari a quella del compositore di Liechtenthal. Per di più, e in questo sottolineiamo la buona scelta del programma, si è deciso di affrontare la Sinfonia D. 944 in do maggiore “La grande”. L'organico aumenta per la terza volta, gli ottoni si moltiplicano, ma il gesto di Federico Ferri resta timido e confidenziale; i tempi non sono staccati con dovizia e notiamo importanti slegature nella linea musicale all'interno dei singoli movimenti. La scarsa attitudine di un concertatore abituato a un repertorio barocco, quindi con un numero d'orchestrali ridotto, nel gestire una massa, in verità non sterminata, come quella prevista da Franz Schubert crea difficoltà in più parti. I tempi sono dilatati all'eccesso e la pienezza degli archi, specialmente nei bassi, non viene mai fuori mantenendo delle sonorità che nulla hanno di emotivo, di vibrante e passionale, come sarebbe previsto dalla scrittura di Schubert. I volumi delle singole sezioni sono mal gestiti e gli ottoni soverchiano costantemente le altre sezioni. Nel corso del finale della Sinfonia, per esempio, gli archi sono completamente sovrastati dai colleghi poco controllati dal direttore.

Al termine applausi di cortesia da parte di un pubblico piuttosto nutrito, rispetto a quello che siamo abituati a riscontrare in occasione dei concerti sinfonici della Fondazione Arena: infatti ricordiamo, lo scorso anno, nel medesimo turno di abbonamento, un concerto del mese di Marzo con un numero di spettatori decisamente inferiore.

Il prossimo appuntamento con la stagione sinfonica è per sabato 16 gennaio, con un atteso omaggio a Dante Alighieri.


 

 

 
 
 

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