L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Berliner Streichoktett

Rose senza profumo

 di Roberta Pedrotti

Delude, in rapporto alla fama e alle aspettative, l'ensemble cameristico dei Berliner Philharmoniker in concerto a Bologna per Musica Insieme

BOLOGNA, 18 aprile 2016 - Un grande nome è un passaporto universale, ma anche una bella responsabilità. Susciterà un rispetto reverenziale tale da garantire anche ammirazioni incondizionate e tributi d'applausi, ma desterà anche legittime aspettative, esigerà prestazioni alla sua altezza.

Quando in locandina campeggia il nome dei Berliner Philharmoniker e troviamo a esibirsi in ottetto gli archi della più celebre orchestra tedesca è legittimo accorrere nell'attesa di grandi cose. Più del buon Louis Spohr e anche dell'adolescente prodigio Felix Mendelssohn-Bartholdy, attraggono gli interpreti e questi, più di tutti, deludono. Erratici nel seguire i binari dell'impeccabile intonazione, non rendono piena giustizia alla costruzione del doppio quartetto, elegantissima architettura dialettica di un garbato campione della dottrina musicale salottiera quale Spohr, che par preso troppo sottogamba, come un familiare arredo Biedermeier, funzionale per forza d'abitudine senza bisogno di cure particolari.

Non trova mordente molto maggiore Mendelssohn, ma almeno la struttura dell'ottetto, compatta rispetto al doppio quartetto, e una frequentazione che si direbbe più assidua assicurano esiti maggiormente solidi e sicuri. Nulla, però, di memorabile, come avevamo sperato, non un suono dalla personalità peculiare, non un affiatamento, uno spirito che s'imprimano nella memoria e avvincano all'ascolto più del compito in classe dell'alunno diligente che, abituato a collezionare valutazioni eccellenti e non troppo motivato, incappa in qualche errore di distrazione. Non si dubita, infatti, che in orchestra i singoli sappiano farsi elemento integrante di un organismo eccellente, ma in formazione cameristica non ne resta che la pallida eco, non il distillato squisito che attendevamo.

Raccolti gli applausi per i Doppi Quartetti per archi n. 1 in re minore op. 65 e n. 4 in sol minore op. 136 di Spohr e per l'Ottetto in mi bemolle maggiore op. 20 di Mendelssohn, i violinisti Laurentius Dinca, Dorian Xhoxhi, Stephan Schulze, Christoph von der Nahmer, i violisti Martin von der Nahmer, Walter Küssner e i violoncellisti Christoph Igelbrink, Mathias Donderer ringraziano e si congedano con un bis. Con sfoggio di humor teutonico, Dinca sorride e presenta un quinto movimento di Mendelssohn per errore omesso nel programma ufficiale. Si tratta d'altro, naturalmente: Šostakovič, che ci porta anche il momento più felice dell'intera serata, forse il più congeniale all'ensemble, forse il meglio preparato, forse quello che maggiormente bilanciava effetto potenziale e tipo di difficoltà. Ancora applausi e calorosi tributi all'alto blasone dei Berliner, cui associamo, di cuore, un augurio di buon lavoro a Kirill Petrenko, neodirettore musicale, ché se la rosa non manda profumo, a nulla vale la volatile poesia del suo nome.


 

 

 
 
 

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