L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

La rivoluzione virtuosistica

di Roberta Pedrotti

Antonio Mazzoni

Antigono

Spyres, Mcgreevy, Lucciarini, Quintans, Montenegro, Oro

orchestra Divino Sospiro

direttore Enrico Onofri

Lisbona 21 e 22 gennaio 2011

3 CD Dynamic CDS 7686/1-3, 2013

Pare che negli intenti programmatici e nei grandi proclami teorici la storia dell'opera debba procedere per semplificazioni e per condanne al virtuosismo. Eppure il recitar cantando che avrebbe dovuto soppiantare complessità madrigalistiche e polifoniche si è presto aperto a piacevolezze cantabili e a virtuosismi, Gluck e Calzabigi assunsero una posizione intellettuale che prendeva atto, in realtà, di processi già evidenti e di fatto non ha sovvertito una storia del teatro musicale che era ed è comunque in continua evoluzione, così come non fu il “bando alle cabalette triviali” di Mercadante a decretare il tramonto del numero chiuso e del canto di coloratura, né gli scritti di Wagner, in realtà principalmente opera di autopropaganda, sono un manifesto rivoluzionario sorto all'improvviso travolgere le magnifiche sorti progressive dell'opera all'italiana.

Un caso curioso vuole che maestro al cembalo per la prima bolognese di un'opera tutto fuorché rivoluzionaria, per quanto pregevole, come Il trionfo di Clelia del Gran Riformatore Gluck fosse Antonio Mazzoni, tornato nella natìa Bologna dopo varie peregrinazioni che l'avevano visto anche ospite della corte di Lisbona, dove, proprio alla vigilia del devastante terremoto del 1755, attendeva alla preparazione del debutto della sua opera Antigono.

Nato nel 1717, allievo di Luca Antonio Predieri, a sua volta discepolo di Giacomo Antonio Perti, Mazzoni è uno dei frutti rigogliosi della buona scuola bolognese, e s'inserisce nell'evoluzione del melodramma con un'esuberanza quasi gaudente che parrebbe in contrasto con il rigore severo che, sulla scorta dei proclami gluckisti, la vulgata tende ad attribuire al cammino verso il classicismo.

Ma a Lisbona il re non aveva badato a spese, né per la costruzione del magnifico teatro (purtroppo destinato a soccombere alla furia della Natura nel giro di pochi mesi) affidata al Bibbiena, né per il coinvolgimento di artisti come Anton Raaf (il primo Idomeneo mozartiano), Gaetano Majorana (Caffariello) e Gaetano Guadagni (il primo Orfeo di Gluck). E Mazzoni non si tira indietro e fa risplendere tutto il più ardito potenziale della sua compagnia con una scrittura abbagliante, di grande effetto, con vertiginosi salti di tessitura e colorature spericolate. Non sembra curarsi troppo del divino equilibrio perseguito dalla legge dell'alternanza fra arie virtuosistiche e patetiche, fra affetti differenti, mantenendo piuttosto sempre alta la tensione e incalzando pagine sbalzate nei colori più vividi, dove la dolcezza e il furore si esprimono in linee di canto quanto più complesse ed estese, sbalzate in grandi frasi particolarmente articolate e ricche di figurazioni spettacolari quanto espressive. Le pagine realmente patetiche sono poche, ma proprio per questo d'impatto drammatico ancor maggiore, come il lamento di Demetrio “Già che morir degg'io”.

Pezzi d'assieme pressoché assenti (si contano solo un duetto e l'assieme finale) e grande spazio per il virtuosismo più spericolato farebbero ben pensare a un'opera da classificarsi sbrigativamente come conservatrice, mentre spinge a riflettere sulle diverse sfaccettature, troppo spesso banalizzate, della realtà storica del melodramma nel corso del tempo. I recitativi, per esempio, sono curatissimi (un vertice assoluto, eloquentissimo, la scena “Berenice, che fai?”, completata da un'aria non meno interessante), la strumentazione densa e ricercata e il rapporto fra la coloratura e la parola fa sì che, a dispetto delle apparenze, non si possa parlare tanto di ornamentazione, quanto vero principio costitutivo della frase musicale, di consapevolezza estetica del belcanto come strumento espressivo e drammaturgico in un contesto d'affetti sempre meno astratti e sempre più passionali. Il classico libretto di Metastasio, che pare quasi un incrocio fra Mitridate, re di Ponto e Tamerlano, è rispettato nelle forme da Mazzoni, senza che ancora si avverta l'esigenza – come avverrà a Mozart per La clemenza di Tito – di rielaborarlo per renderlo più attuale, e ciò rende ancor più evidente come sia impossibile e fuorviante pensare la Storia per fasi nette di innovazioni e conservazioni, ma che tutti i confini siano sfumati al punto da rendere vano e assurdo il tentativo di distinguere fra elementi anticipatori e modelli passati.

La prima proposta dell'opera in epoca moderna avviene nel 2011 a Lisbona nell'edizione critica di Nicholas McNayr e siamo grati alla Dynamic per averla ora resa disponibile in CD.

Il nome di maggior richiamo in locandina è senza dubbio quello di Michael Spyres, alle prese con la parte improba di Antigono, composta per Gregorio Babbi e ai limiti dell'ineseguibilità per l'articolazione della scrittura e l'estensione pressoché disumana. Sia detto a onore di Spyres che all'ascolto dal vivo in recital nel 2013 in arie dalla stessa opera l'esecuzione è parsa perfino superiore e di maggior impatto drammatico e virtuosistico rispetto a quanto, già sorprendente e notevolissimo, si trova disco. Approfondendo il ruolo nel suo complesso, però, si è ancor più colpiti dalla capacità di coniugare l'arditissima vocalità con un fraseggio scolpito, di rendere un sovrano altero, autorevole come un exemplum plutarcheo, e pure sensibile e umanissimo senza perdere dignità regale nemmeno nel toccante smarrimento espresso dai recitativi finali.

Il resto del cast non è da meno e colpisce sia per l'intensità della resa drammatica sia per la puntualità stilistica e virtuosistica. Geraldine Mcgreevy è una Berenice combattiva e passionale, capace di coniugare la nobiltà dello stile serio con una temperatura espressiva sempre più ardente. Pamela Lucciarini ha voce meno timbrata, ma anche il suo Demetrio (scritto per il Caffariello) si fa apprezzare e rende giustizia alla figura tormentata del figlio di Antigono amante della promessa sposa del padre. Molto bello e intenso, in particolare, il citato lamento del terzo atto, reso con finissima musicalità. Maria Hinojosa Montenegro presta il giusto piglio guerriero e virtuosistico a Clearco, ufficiale macedone amico di Demetrio: un elemento davvero promettente in un ruolo irto di difficoltà. Brava anche Ana Quintans, piacevolissima Ismene.

Martin Oro, unico contraltista in locandina, veste i panni di Alessandro Magno, il clemente antagonista, e lo fa con musicalità elegantissima e impeccabile preparazione, che rendono giustizia alla statura poetica del primo interprete, Gaetano Guadagni, nonostante un suono talora un po' artificioso, per quanto ben controllato.

Rendiamo merito di un'esecuzione nella quale oltre alle virtù tecniche si apprezzano la cura della parola, del senso drammatico e di un'emissione filologica ma non esangue e priva d'appoggio anche al direttore Enrico Onofri e al complesso Divino sospiro, che rende giustizia alla teatralissima e rigogliosa scrittura strumentale di Mazzoni, vero elemento drammatico d'importanza non secondaria.

Interessanti e articolate le note di Cristina Fernandes (anche se l'effettiva prima assoluta dell'opera, dopo il terremoto, non è chiaro se e quando abbia avuto luogo). Il libretto è scaricabile a questo link.


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