L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

L'idioma di Monteverdi

 di Giuliana Dal Piaz

Nell'allestimento di Marshall Pynkoski con l'ottima direzione di David Fallis, spiccano le prove di Kresimir Spicer quale Ulisse, Carla Huhtanen e Laura Pudwell. Purtroppo anche la dizione italiana problematica penalizza gran parte del cast.

Toronto, 19 aprile - La messa in scena del Ritorno di Ulisse in patria di Claudio Monteverdi, che Opera Atelier presenta a Toronto, è un progetto ambizioso che – soprattutto nella prima parte – soffre di un paio di difetti fondamentali: i personaggi che irrompono sul palcoscenico con delle corsette inappropriate a fronte dell’impostazione tragico-moralistica dell’opera, e la gestualità degli interpreti che appare tremendamente datata e inaccettabile per un pubblico meno indulgente della generosa audience canadese.

Sembra anche inammissibile che, ad eccezione di Ulisse, nessuno dei cantanti riesca a pronunciare il testo italiano in modo decente e comprensibile: per dei cantanti d’opera barocca, una discreta conoscenza dell’italiano, che è la lingua per eccellenza del loro settore di attività, è ormai un requisito indispensabile.

Lo scenografo Gerard Gauci e la direttrice luci Michelle Ramsay fanno un ottimo lavoro con le possibilità dello storico Elgin Theatre, e Marshall Pynkoski risolve bene gli aspetti “magici” della trama, con Giove che dialoga ex-machina con Nettuno o con Minerva e l’analogo arrivo di Telemaco ad Itaca, o con la roccia che cala sul palcoscenico a nascondere la trasformazione di Ulisse da mendico a re.

Non si può dire altrettanto del costumista Michael Legouffe, che non si rassegna ad abbandonare la tradizionale abitudine di “strizzare” cantanti e ballerini in ridotti corpetti e calzemaglie attillate.

Trasformato l’antico servitore di Ulisse, Eumete, in un giovincello coetaneo di Telemaco (perché?), ed eliminato purtroppo, per brevità ed economia, l’icastico personaggio di Iro, vanno inoltre perduti un paio di elementi non superflui all‘atmosfera dell’azione, mentre altri tagli abilmente effettuati sul lungo libretto non inficiano la bellezza dell’opera.

Il ritorno è una delle opere mature di Monteverdi, prodotta per il teatro San Cassiano nel 1740 quando il compositore era già avanti negli anni, quasi prossimo alla morte. Il libretto di Badoaro ben riflette, nei suoi versi spesso pensosi (come nelle parole di Mercurio, anch’esso assente dal cast: “Vivi cauto, o mortale, che cammina la vita e 'l tempo ha l'ale...”), lo spirito con cui il musicista affronta la conclusione dell’Odissea, con dei personaggi ormai maturi, logorati da vent’anni di peregrinazioni in lotta con il Fato o da un’infinita, sfibrante attesa.

L’orchestrazione affidata al Mº David Fallis è impeccabile, così come l’esecuzione degli strumentisti. Ottimi, sia dal punto di vista vocale che interpretativo, il tenore Kresimir Spicer (Ulisse), il soprano Carla Huhtanen (Melanto/la Fortuna) e il mezzosoprano Laura Pudwell (la nutrice Euriclea, nel suo monologo: “Ericlea, che vuoi far? Vuoi tacer o parlar?). Deludente nella prima parte dello spettacolo il mezzosoprano Mireille Lebel (Penelope), che tuttavia riprende il giusto ritmo recitativo e vocale nella seconda parte. Buoni i bassi-baritoni Stephen Hegedus (molto teatrale nella parte di Nettuno, ma la voce è giusta per forza e timbro) e Douglas Williams (Antinoo/ un marinaio/ il Tempo). Bravo anche il tenore Isaiah Bell (un baldanzoso Eurimaco/un marinaio/l’Umana Fragilità – questa, troppo manierata). Scarsamente convincenti il soprano Meghan Lindsay (Minerva/Amore) e gli altri quattro tenori, tra i quali Kevin Skelton (Anfinomo/Giove) è quello la cui voce sarebbe migliore per timbro e impostazione, mancando però della potenza necessaria.

I numeri di ballo, sempre presenti nelle produzioni di Opera Atelier, sono buoni anche se stereotipati; il Corpo di ballo ha comunque acquistato nel tempo in scioltezza e “sprezzatura”.

Il periodo di attività a disposizione di un ballerino è tuttavia notoriamente limitato: invece di trasformarsi nella Gloria Swanson del balletto, ormai di chiaro inciampo al fluido movimento dei ballerini in scena, c’è qualcuno che dovrebbe saggiamente limitarsi alla creazione delle coreografie, invece di affidarsi all’indulgenza di un pubblico che l’ama per ciò che è stato, meno per quello che è. Soprattutto in vista delle prossime presentazioni di Opera Atelier al Festival Rossini di Pesaro (con Ricciardo e Zoraide) o a Versailles.

Foto di scena di Bruce Zinger

IL RITORNO DI ULISSE – Musica di Claudio Monteverdi, libretto di Giacomo Badoaro. Stagione 2017-18 di Opera Atelier, The Elgin and Winter Garden Theatre Centre (19-28 aprile). Regia: Marshall Pynkoski. Direttore d’orchestra: David Fallis. Coreografie: Jeannette Lajeunesse Zingg. Scenografie: Gabriel Gauci. Costumi: Michael Legouffe. Luci: Michelle Ramsay. Direttore di scena: Natasha Bean-Smith. Orchestra: Tafelmusik Baroque Orchestra diretta da Elisa Citterio.

Personaggi e interpreti:

Ulisse – Kresimir Spicer, tenore

Penelope – Mireille Lebel, mezzosoprano

Euriclea – Laura Pudwell, mezzosoprano

Melanto – Carla Huhanten, soprano

Eurimaco – Isaiah Bell, tenore

Minerva – Meghan Lindsay, soprano

Telemaco – Christopher Enns, tenore

Eumete – Aaron Sheehan, tenore

Anfinomo/Giove – Kevin Skelton, tenore

Pisandro/un marinaio – Michael Taylor, controtenore

Antinoo/un marinaio/il Tempo – Douglas Williams, basso-baritono

Nettuno – Stephen Hegedus, basso-baritono


 

 

 
 
 

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