L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Il disgelo dell’usignolo

 di Francesco Lora

Julia Lezhneva è forse la più perfetta epigona finora sorta dal modello di Cecilia Bartoli: ancora poco nota in Italia, in concerto a Vienna ha riconfermato di essere una macchina da canto sovrumana. Foriera di sorpresa la complicità con Dmitry Sinkovsky, in triplice veste di concertatore, violinista e controtenore.

VIENNA, 17 febbraio 2018 – Una macchina da canto sovrumana: assoluta omogeneità da un capo all’altro dell’ampia gamma, semicrome sgranate con esattezza orafa ed elettrico mordente, timbro radioso poiché magistralmente collocato e nutrito in maschera, emissione che illude di facilità affrontando prodezze estreme. Ad ascoltarla ci si ricorda anche di cosa sia un vero trillo, animale ormai estinto e contraffatto fino a dannosa assuefazione; si ha anzi il privilegio più unico che raro di ascoltare il trillo cresciuto o calato, vale a dire articolato su ciascun grado di una scala ascendente o discendente. Tutto si è potuto constatare, una volta di più, con meraviglia, nel concerto del 17 febbraio al Konzerthaus di Vienna; e la virtuosissima protagonista è il soprano Julia Lezhneva, classe 1989, russa ma di una regione a un passo dal Giappone, già forte di trionfi internazionali e di una discografia importante, nota in Italia assai meno di quanto le si dovrebbe. È forse la più perfetta epigona finora sorta dal modello di Cecilia Bartoli, quello che da quarto di secolo ha abolito le colonne d’Ercole del canto. Gli rimane tuttavia a distanza sotto un paio di aspetti, via allontanandosi dal mostruoso vorticare di semicrome: là dove la Bartoli ha anche istituito il culto della parola in seno alla melodia, sino a sconfinare in una scuola di manierismo, la Lezhneva rimane un atarassico usignolo per il quale la parola è un mero supporto alle note; e là dove la medesima ha anche istituito nuovi mercati musicali a suon di rarità, la nostra si accontenta di un repertorio limitato, poco originale e spesso ricalcato su quello bartoliano.

Storici cavalli di battaglia di Cecilia sono infatti ben tre delle sei composizioni presentate da Julia nel concerto viennese: le arie «Come nave in mezzo all’onde» dal Siface di Porpora, «Zeffiretti che sussurrate» dall’Ercole sul Termodonte di Vivaldi e «Son qual nave ch’agitata» di Broschi (un brano di baule farinelliano che servì nel Mitridate di Giai come pure in pasticcio basato sull’Artaserse di Hasse). Per ciò che riguarda il resto del programma, nulla è osato oltre quanto già studiato, collaudato e consegnato al CD: il mottetto porporiano In cælo stellæ claræ fulgescant e due arie di Graun, «Senza di te, mio bene» dal Coriolano e «No, di Libia fra l’arene» dal Silla. Molta meraviglia ma nessuna sorpresa, dunque, almeno finché il concertatore dell’orchestra La Voce strumentale, Dmitry Sinkovsky, violinista moscovita non meno elettrico della signora nei concerti TWV51:B1 di Telemann e RV 242 di Vivaldi, non inizia a esibirsi anche come controtenore disinvolto, risonante e fantasioso. Da principio sembra non più che uno scherzare passeggero, quando egli risponde a lei in eco nell’aria vivaldiana. Ma la faccenda si fa seria quando entrambi i bis concessi vanno a consistere in duetti amorosi di Händel: il capriccioso «Caro/Bella! | Più amabile beltà» dal Giulio Cesare in Egitto e il commovente «Vivo in te, mio caro bene / mia dolce vita!» dal Tamerlano. Ed ecco che, intrecciando il proprio canto immacolato alla meno preziosa grana vocale del compagno, la Lezhneva scopre un genuino e inedito sorriso dentro la musica, indi una tenerezza colta prima della cristallizzazione nella tecnica. Il disgelo dell’usignolo. A quando in Italia?


 

 

 
 
 

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