L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Verdi è tutto per noi

di Irina Sorokina

Dopo Wagner, è la volta di Verdi, che infiamma l'Arena con le voci di Eleonora Buratto, Francesco Meli e Luca Salsi

VERONA, 8 agosto 2020 - Sono stati un venerdì e un sabato davvero speciali. Fra le antiche pietre dell’Arena di Verona sono stati messi a confronto i due operisti più importanti dell’Ottocento, Richard Wagner e Giuseppe Verdi, un tedesco e un italiano, o, meglio dire, un Tedesco e un Italiano. Avvolto nel caldo torrido di quest’agosto eccezionale (a causa della pandemia e delle temperature elevate; a Verona il termometro ha segnato ben trentasei gradi!) il pubblico ben distanziato ha assistito a due eventi musicali pure eccezionali a volte col fiato sospeso.

Due serate ben diverse. La prima dal carattere piuttosto cauto, solo sei brani in programma e due bis che ripetevano musica già eseguita, un direttore d’orchestra austriaco e un soprano tedesco, entrambi specialisti del repertorio wagneriano. Nonostante la benevolenza del pubblico e gli applausi, la serata non è riuscita a coinvolgere sufficientemente gli spettatori e ha lasciato uno strascico dei dubbi. La seconda, una vera festa musicale in onore della gloria nazionale, Giuseppe Verdi, molto nutrita, ben sedici brani in un programma interessante, non convenzionale, sul podio il più “areniano” dei direttori per la sua lunga militanza fra le mura dell’Arena e tre voci importanti che hanno saputo regalare delle forti emozioni. Che dire, doveva andare così.

Iniziamo dal programma, piuttosto appetitoso: si sono ascoltati non solo i soliti brani, garanzia del successo, da Nabucco, Macbeth, Rigoletto, Il Trovatore, Un ballo in maschera, La forza del destino, ma anche gli estratti da Ernani, Luisa Miller, Simon Boccanegra, Don Carlo. E che piacere è stato sentire il duetto finale del primo atto di Otello. In un certo senso, la serata è stata condannata al successo.

Daniel Oren che ha al suo attivo cinquecento recite nell’anfiteatro veronese, ha fatto l’ingresso nel suo solito stile, segnato da energia e focosità e ha dato l’inizio ad un brano strumentale eccellente, la sinfonia della Forza del destino. Molto “oreniani”, se così si può dire, sono stati sei accordi o, meglio, colpi d’apertura, come la velocità leggermente più elevata del solito; sembrava un tentativo riuscito di coinvolgere immediatamente il pubblico nel dramma raccontato esclusivamente coi mezzi strumentali. Le dinamiche scelte e la sensibilità particolare verso ogni tema della sinfonia hanno permesso a Oren di superare la sua natura di potpourri e renderla integra; tra i vari gruppi di strumenti non c’è stata rivalità, ma una perfetta collaborazione.

Non siamo pienamente sicuri che la scelta del duetto tra Don Carlo e Rodrigo “ E’ lui! Desso! L’Infante!” da Don Carlo sia stata azzeccata del tutto per aprire la parata vocale; forse, ci sarebbe bisogno in grado di presentare meglio i cantanti e scaldare di più l’atmosfera. Francesco Meli e Luca Salsi, già i beniamini del pubblico e adatti ai ruoli di due amici, sono apparsi elegantissimi e hanno eseguito il pezzo affiatati; il tenore genovese si è distinto, come al solito, per l’accento nobile e un fraseggio in cui non ha rivali, mentre il baritono parmense non ci è sembrato perfettamente adatto alla vocalità di Rodrigo. Tuttavia, i due cantanti sono riusciti ad armonizzare le voci in “Dio che nell’alma infondere”. Una nota dolente per Meli che nel registro acuto ha rivelato un evidente affaticamento.

Il soprano mantovano Eleonora Buratto ha proseguito con un altro brano di Don Carlo, di una grande profondità e forte impatto emotivo che da sempre risulta impegnativo anche per i migliori soprani, “Tu che le vanità” (aveva fatto parte anche della serata del 23 luglio interpretato da Anna Netrebko). Se l’è cavata con onore dall’inizio alla fine e la sua interpretazione è stata sempre preziosa. Ha rivelato voce salda e ben timbrata nella perfida frase iniziale passando senza sforzo al cantabile espressivo “S’ancor si piange in cielo”, è stata efficiente in “Carlo qui verrà”, carezzevole e dolente in “Francia, nobile suol” ed è ritornata a “Tu che le vanità” sempre sicura di sé e molto musicale. Una grande interpretazione, di cui merito va anche all’orchestra che l’accompagnata con una vera dedizione.

Dopo alcune imperfezioni nel duetto tra Don Carlo e Rodrigo, Luca Salsi si è riscattato nel commuovente “O Carlo ascolta”, anche se non ha evitato un paio di sforzature non giustificate. Ha conquistando i cuori per il declamato iniziale molto espressivo e cantato con una grande sensibilità musicale “Io morrò”, col sostegno perfetto dall’orchestra.

Abbiamo molto gradito l’inserimento nel programma di un brano da Simon Boccanegra “O inferno!... Cielo, pietoso, rendila”; crediamo Francesco Meli l’interprete ideale del ruolo di Gabriele Adorno, se non unico in grado di eseguirlo nel modo convincente. E così è stato; il tenore genovese è riuscito a scuotere gli animi con la sua dolcezza dolorosa, e ha donato una grande gioia al pubblico grazie al suono caldo, dizione chiarissima, piani perfetti. Insomma, tutto nella sua interpretazione è risultato bilanciato e di gusto; il suo canto è riuscito a “domare” il vulcanico Daniel Oren che ha condotto l’orchestra areniana con cautela e sensibilità. Un successo, anzi, successone pienamente meritato.

Tinte scure e drammatiche senza escludere le sfumature sottili hanno annunciato l’inizio della Sinfonia di Luisa Miller. Oren l’ha diretta con lo spirito febbrile, ma anche con la mano ferrea: entrambe le caratteristiche gli appartengono. Nell’orchestra, molto coinvolta, i violini hanno intonato il tema principale sfoggiand suoni inquietanti perfettamente bilanciati con quelli dolci dei fiati; il finale brillante ed energico ha incoronato questo incisivo brano verdiano.

E sempre di Luisa Miller proveniva una delle perle della serata, il duetto tra Luisa e Miller “Luisa!... Figlia mia!... Andrem, raminghi e poveri” intonato da Salsi e Buratto. Davvero emozionante è stato il contributo del soprano che ha raggiunto sonorità celestiali e sublimi in “La tomba è un letto sparso dei fiori” e ha brillato soprattutto grazie al bel timbro e l’intonazione precisa. L’apice dell’interpretazione dei due cantanti è stato il ben noto “Andrem, raminghi e poveri” dove hanno dimostrato senso drammatico ben misurato e il giusto tono e sono stati capaci di esprimere in modo molto convincente la rassegnazione dei personaggi. Anche in questo caso l’orchestra guidata da Oren ha dato un prezioso contributo, sostenendo con delicatezza il canto ispirato dei due solisti.

E’ sempre emozionante l’incontro con Otello verdiano, forse, perché questo titolo è diventato ormai una rarità, ed è ancora più emozionante sentire il duetto che conclude il primo atto eseguito da Eleonora Buratto e Francesco Meli. A dir la verità, Otello non sarebbe il ruolo per Meli; non possiamo che esprimere una sincera preoccupazione per le sue delicate corde vocali che potrebbero essere minacciate dall’impervia scrittura verdiana. Ma in occasione del gala in Arena il brano stava bene, ha creato delle atmosfere realmente sublimi introdotte dal timbro mieloso dei violoncelli. In conformità delle sue doti, Meli è stato un Otello decisamente nobile e estremamente sensibile, più un intellettuale profondamente innamorato che un condottiero glorioso. Non possiamo che essere contenti di questo; in teatro spesso si ascoltano dei tenori portati a esagerazioni e sforzature fastidiose. Meli ha rivelato una linea di canto nobile e flessibile e il suo fraseggio, per quanto riguarda la raffinatezza, ha superato ogni aspettativa. Accanto a lui, Eleonora Buratto, con la sua vocalità molto adatta al personaggio, è stata una Desdemona perfetta. Una vera commozione nella sala sotto il cielo aperto nel momento in cui i due cantanti hanno intonato “E tu m’amavi per le mie sventure” e soprattutto “Un bacio”. Bravissimi e stilisticamente impeccabili, Meli e Buratto sarebbero meritati un titolo non esistente come “cesellatori del canto”.

Un contrasto dovuto si è creato con “Cortigiani, vil razza dannata” da Rigoletto, con cui Luca Salsi si è cimentato in molte occasioni. Non ha deluso neanche stavolta; il tempo un tantino elevato dettato da Oren non ha influenzato in suo canto sicuro e espressivo. Molto convincenti anche “Io piango” e soprattutto “Miei signori” dove il baritono parmense ha messo da parte l’impeto a tratti esagerato e conquistato pienamente con il suo legato impeccabile.

Ha seguito “Morrò, la prima in grazia” da Un ballo in maschera, un brano impervio e non proprio popolare se confrontato con l’aria di Rigoletto. Eleonora Buratto è apparsa molto composta e dignitosa e già col suo atteggiamento ha conquistato il pubblico. Ha cantato in modo naturale e profondo, senza una sforzatura, sfoggiando registri perfettamente omogenei e affascinando soprattutto con mezze voci bellissime.

Francesco Meli non è stato da meno nel celebre “Forse la soglia attinse… Ma se m’è forza perderti” da Un ballo in maschera, uno sei suoi cavalli di battaglia. Il personaggio di Riccardo e la sua vocalità appartengono proprio alla star genovese; in Meli c’è tutto il necessario, nobiltà, sensibilità, raffinatezza e padronanza dello stile. Ha intonato in modo commuovente il recitativo iniziale e cantato con una semplicità disarmante la romanza. Un’interpretazione magistrale; non poteva essere che un successo.

Per concludere, il finale dell’atto primo del Trovatore, “Tace la notte!... Deserto sulla terra… Di geloso amor spezzato”. Tutti i tre cantanti hanno colto le giuste dinamiche della musica verdiana; Eleonora Buratto - Leonora ha impersonato in modo convincente uno degli “angeli” verdiani, Francesco Meli – Manrico ha brillato per una perfetta combinazione fra spirito eroico e lirismo dolce, Luca Salsi è stato un Conte di Luna focoso e virile (è, forse, il ruolo che gli si addice si più).

Una piccola osservazione o, meglio, impressione finale. Strada facendo, ci è sembrato di aver trovato delle parole che definirebbero con sufficienza le personalità di tre protagonisti di questa serata indimenticabile: Eleonora Buratti – Naturalezza, Francesco Meli – Nobiltà, Luca Salsi – Virilità. Grandi voci, personalità affascinanti: siamo fortunati di avere in Italia cantanti e musicisti di una tale caratura.

Nel gala Verdi in Arena c’è stato anche un quarto protagonista, ovvero il da sempre bravissimo coro preparato con grande cura da Vito Lombardi. “O Signore, dal tetto natìo” da I Lombardi alla prima crociata, che scuote facilmente gli animi, è stato ascoltato in un silenzio e raccoglimento quasi religiosi dovuti sia alla bellezza sublime della musica del primo Verdi sia alla bravura del coro areniano che ha condotto la linea vocale con una raffinatezza estrema. In un altro brano celebre che, purtroppo, si esegue poco, “Si ridesti il Leon di Castiglia” da Ernani, gli uomini hanno brillato per la bellezza e compattezza del suono e soprattutto hanno colto perfettamente lo spirito nobile della musica del giovane Verdi. Il gruppo femminile ha fornito un incisivo ritratto delle streghe di Macbeth pur stando semplicemente in piedi in cima alle scalette. Com’era facile da aspettarsi, il momento della vera gloria è arrivato con il celeberrimo “Va’ pensiero” da Nabucco, uno dei marchi dell’Arena e del suo magnifico coro. Sembrava davvero la voce sofferente e speranzosa del popolo oppresso, quella degli artisti che hanno sfoggiato legato impeccabile e una gamma di piani e pianissimi infinita. E “Va’ pensiero”, giustamente, è stato scelto anche come un unico e glorioso bis (dopo la prima esecuzione Daniel Oren si è girato verso il gentile pubblico dicendo “La prossima volta mi lascerete finire Nabucco?” riferendosi all’ultima nota sfumata; una cosa molta simpatica).

Il titolo della recensione è stato ispirato da una frase molto usata dai russi quando si tratta del sommo poeta Aleksandr Puškin: “Puškin è tutto per noi”; nella terra italiana possiamo affermare con certezza che “Verdi è tutto per noi”. Viva Verdi e benvenute altre serate come quella di ieri sera.


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