L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Scuola di canto

di Francesco Lora

Nella parte conclusiva del Festival della Valle d’Itria prendono posto quattro concerti di spiccata avvenenza, con le voci di Xabier Anduaga, Anna Caterina Antonacci, Francesca Aspromonte, Francesco Meli, Sara Mingardo, Jessica Pratt e Luca Salsi.

TARANTO / MARTINA FRANCA, 28-31 luglio 2020 – Dove sono il personaggio e il mito di Arianna, e Martina Franca con il suo Palazzo Ducale? Dopo l’Omaggio del 27 luglio [leggi la recensione] e tra le ultime repliche del Borghese gentiluomo e di Arianna a Nasso [leggi la recensione], nella parte conclusiva del Festival della Valle d’Itria prendono posto quattro concerti di spiccata avvenenza. Il primo di essi, però, ha luogo non a un passo dai trulli, ma a Taranto, nel cortile del Castello Aragonese, il 28 luglio, in una notte calda e umida che pone talvolta agli antipodi i due interpreti: il tenore Francesco Meli indossa giacca e panciotto con uno stoicismo oltre il limite dell’eroico, mentre il baritono Luca Salsi a un certo punto implora di poter proseguire in maniche di camicia. L’uno è in forma smagliante e l’altro si dice indisposto: tra una romanza e un duetto, tuttavia, si manifesta la complice amicizia dei due, e forse anche il toccasana dell’aria pugliese, finché entrambi non si trovano a cantare ad armi pari. Si riconoscono le loro doti di sempre, comuni in fatto di esuberanza e personalità timbrica, come pure di fondata tecnica e proiezione facile: Meli si distingue per immediatezza comunicativa e devozione alle corone lungamente tenute, mentre Salsi preferisce mordere le parole con sanguigna protervia da vilain (ma canto intatto). Si avverte l’assenza di un concertatore che li tenga a bada nell’esibirsi: un ruolo che esula dalle responsabilità dello scrupoloso pianista Davide Cavalli, degno di tenere per sé uno spazio con pagine di Skrjabin e Liszt. Programma altrimenti monografico: tutto Verdi. Don Carlo accontenta tenore e baritono con il cantabile del protagonista nell’Introduzione, il duetto e l’aria di Rodrigo; Un ballo in maschera accontenta il tenore con la romanza di Riccardo; La forza del destino accontenta entrambi con il secondo duetto di Don Alvaro e Don Carlo. Le ultime pagine eseguite confermano la quotidianità di Salsi e l’ambizione di Meli, sempre più determinato nel fare il salto dal calibro lirico spinto a quello drammatico: Otello accontenta infatti prima il baritono con il monologo di Jago, poi anche il tenore con il finale dell’atto II (furente cabaletta inclusa). Si può tornare agevolmente sui propri passi dopo aver dato fuoco estremo alle polveri canore? Lo dimostrano i bis: Salsi sa ancora interpretare con morbida energia L’alba separa dalla luce l’ombra di Tosti e Meli sa ancora intonare a fior di labbro «Una furtiva lagrima» dall’Elisir d’amore di Donizetti; entrambi osano concludere addirittura con il duetto dal Barbiere di Siviglia di Rossini, infarcendolo di provinciali licenze interpretative ma affrontandone anche l’ostica ornamentazione.

L’indomani, il ritorno al belcanto puro, ai vecchi riti del festival e al percorso ariannesco si addice al ducale spazio di Martina Franca. Il contralto Sara Mingardo riceve il premio intitolato a Rodolfo Celletti, e festeggia insieme con il soprano Francesca Aspromonte, con il concertatore Francesco Corti e con l’orchestra Il Pomo d’Oro (strumenti originali). Si fa presto a definire ‘barocco’ il programma, che unisce musiche pescate sull’arco di due secoli: la Sinfonia a 5 e a 3 si placet di Salomone Rossi, il Concerto grosso n. 6 op. VII “Il pianto di Arianna” di Locatelli e la Sinfonia n. 6 op. V di Hasse; le cantate L’amante segreto della Strozzi e Cessate, omai cessate di Vivaldi; le arie «La bella rosa» e «Son qual stanco pellegrino» da Dafne di Caldara e Arianna in Creta di Händel; il duetto «In amoroso petto» da Arianna in Nasso di Porpora; più i bis, «When I am laid in earth» da Dido and Aeneas di Purcell e «Pur ti miro. – Pur ti godo» di Benedetto Ferrari dall’Incoronazione di Poppea; se ci si ragiona, il divario cronologico e stilistico supera quella tra Beethoven – talvolta anch’egli ormai venduto come ‘barocco’ – e i Duran Duran. L’esecuzione, nondimeno, è impeccabile: nel canto invariabilmente morbido, rotondo e materno della Mingardo; in quello eruditamente giovane, pimpante e malizioso dell’Aspromonte; nella sottile e specialistica direzione di Corti; e nel porgere luminoso e affilato dell’orchestra.

Il 30 luglio, accompagnata al pianoforte da quella colonna che è Giulio Zappa, la coppia in locandina vale invece un precetto per il melomane: Jessica Pratt, sempre sfavillante, e Xabier Anduaga, più che emergente. Il soprano è ormai una vecchia volpe: si arrischia disinvolta in «Les oiseaux dans la charmille» dai Contes d’Hoffmann di Offenbach, spara fuochi d’artificio in «En proie à la tristesse» dal Comte Ory di Rossini, appende l’uditorio alla propria arcata canora in «Ah! Non credea mirarti» dalla Sonnambula di Bellini. Un percorso simile tende trappole al tenore: «Cessa di più resistere» dal Barbiere di Siviglia, «Ah, mes amis, quel jour de fête» dalla Fille du régiment di Donizetti e «Una furtiva lagrima» si giovano infatti dell’inaudito sole timbrico e dell’impressionante facilità estensiva, ma risultano anche sbrigativi – molti mezzi, poco studio – in espressione e virtuosismo. I due si contagiano per simpatica semplicità nel duetto dall’Elisir d’amore e per fulgore di risorse in quello dai Puritani di Bellini. Nei bis, però, torna il discrimine dell’esperienza: Anduaga sceglie la concitata Tarantella rossiniana, che lo trova in affanno con le parole e penalizza la sua ostensione timbrica; la Pratt opta per la scena finale dell’atto I nella Traviata di Verdi, e per radiosa finezza invita a mordersi le mani chi non l’abbia finora scritturata come Violetta. Sicché chiudere con il relativo “brindisi” non pare all’altezza di un’artista con più elette mire.

Il 31 agosto, ancora al Palazzo Ducale, ecco il concerto dei concerti, uno di quelli dove si determina, come in un concilio, cosa siano la musica, il canto, l’artista. Due mondi sono interpellati. Sulla destra della scena sta l’ensemble strumentale Cremona antiqua, per musiche del Seicento. Sulla sinistra sta il pianoforte di Francesco Libetta, da pari suo, per musiche del Novecento. In mezzo, a fare da cerniera culturale tra i due mondi, c’è l’arte – guai a dire canto o gesto o detto, isolatamente – di Anna Caterina Antonacci. Il Seicento reca soprattutto Monteverdi, la psicologia di donne abbandonate e una serie di lamenti: quello della protagonista dell’Arianna, quello della Ninfa nei Madrigali guerrieri et amorosi e il primo di Ottavia nell’Incoronazione di Poppea, ma anche «Vi ricorda, o boschi ombrosi» dall’Orfeo e «Quel prix de mon amour» da Médée di Charpentier. Il Novecento reca specularmente liriche da camera e mélodies francesi, da Sopra un’aria antica di Respighi alla polipartita Canzone dei ricordi di Martucci, fino alla Dame de Monte-Carlo e agli Chemins de l’amour di Poulenc. Litanie dell’Antonacci: l’artista che pone di gran lunga in primo piano la parola rispetto alle note, senza che il timbro altero, seducente e malinconico abbia a soffrirne; l’artista che canta e turba con la forza cruda o molle delle risorse espressive, ma che insieme illustra come ovvietà gli impianti metrici e gli schemi rimici; l’artista che eccede di gran lunga il codice richiesto al teatro d’opera, e che ha assimilato quello non solo dell’attore puro, ma di molti modi di essere attore; l’artista che nella parola pratica lo stile declamatorio e quello d’immedesimazione, sapendoli far convivere prima ancora di dover scegliere uno tra i due; l’artista che beve il sorso d’acqua non furtivamente dalla bottiglietta di plastica, ma dal bicchiere di vetro e inchiodando anche in quel gesto l’occhio del pubblico; l’artista che rimodula linea di canto e dettagli fonetici su ciascuna partitura: in francese, l’abrasiva erre arrotata conferita alla Dame non è quella dell’altro Poulenc, né potrebbe interessare la coturnata disperazione di Médée. Il Lamento della Ninfa, imperniato sul chiuso circolo del tetracordo discendente, con l’Antonacci avvinghia nervoso in un inedito crescendo drammatico e lascia attonita la commentante omoritmia delle voci maschili (Manuel Amati, Vassily Solodkyy, Eugenio Di Lieto: ottimi). Bis: il vicino di posto si augura «Carmen!» e chi scrive lo squadra come un eretico: ma il brano a sorpresa è poi davvero l’Habanera, sussurrata e impalpabile come mai prima, manifesto il più voluttuoso della donna che sa prendere e lasciare a proprio grado. Si potrà più ascoltare Bizet con un’idea differente?


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