L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Il crepuscolo di Otello

di Roberta Pedrotti

Zubin Mehta dirige un Otello intimo e crepuscolare di grande fascino e profondità. Un Otello dei nostri tempi, che dispiace vada in scena a teatro vuoto (o quasi), ma che pure ha il suo significato anche nella fruizione a distanza forzata. In perfetta sintonia con il maestro il cast guidato da Fabio Sartori, Marina Rebeka, Luca Salsi, Riccardo Della Sciucca e Caterina Piva, tutti al debutto nel titolo, salvo il baritono, che lo interpreta comunque per la prima volta in forma scenica. Meno interessante e convincente, da quel che si è visto in tv, la regia di Valerio Binasco.

FIRENZE, 30 novembre 2020 - Le dirette tv (o web, o, prima ancora, radio) non sono una novità degli ultimi mesi, ma negli ultimi mesi, fra recite a ingresso contingentato o interdetto, sono state una scialuppa di salvataggio e una manna, fonte di ristoro e di riflessione. Non sarebbe male che anche dopo l'emergenza il servizio pubblico radiotelevisivo potesse al centro questi valori e questa qualità, che dovrebbero essere la sua vera ricchezza. Le tecnologie, i media possono essere alleati dello spettacolo dal vivo, non concorrenti o pietosi ripieghi. Ce ne rendiamo conto anche questa sera, quando, sì, ci viene a mancare tutto quel che sarebbe stata l'esperienza in teatro, ma pure ci arriva uno spettacolo da ricordare, per il momento e il modo in cui ne fruiamo, al di là di quelli che sarebbero, normalmente, un dvd o in una trasmissione in presa diretta.

Un Otello, quello concertato da Zubin Mehta, che giunge nelle nostre case straordinariamente attuale. Non per qualche scontata patina d'attualità, ma per la profonda cognizione del dolore che permea il dramma; non per volontà di aggiornare, ma per autentica urgenza artistica di vivere il capolavoro nella sua sostanza eterna capace di parlare a noi nel 2020 come a chi ci ha preceduto. Non esiste, insomma, un Otello necessariamente migliore o più giusto di un altro, esistono Otelli più o meno coerenti, sentiti, motivati, capaci di parlare di Shakespeare Verdi e Boito come del pubblico a cui si rivolgono. Questo non è un Otello irruente, impetuoso, non ci sono fuoco e nervi a fior di pelle, non c'è nemmeno un vero trionfo eroico a fare da contrasto alla catastrofe tragica. Lo percorre, viceversa, un senso crepuscolare, di sconfitta, senza tuttavia scivolare in un nichilismo assoluto. O, meglio, quando Fabio Sartori canta le sue frasi dopo il sogno di Jago (“O mostruosa colpa”, “Un sogno che rivela un fatto”) la voce è piana, l'espressione anodina, svuotata, come se fosse frastornato, vinto dall'evidenza del tradimento e incapace per un istante di reagire; d'altro canto, però, il Cassio di Riccardo Della Sciucca, pur non potendo slanciarsi come esuberante forza giovanile in un mondo così privo di luce e speranza, fa della dilatazione di “Miracolo vago dell'aspo e dell'ago” davvero un momento incantato, un dolce bagliore prima della notte. Mehta sublima, nella sua lettura, la contingenza in estetica: se il suono del coro in mascherina (cosa più che buona e giusta, sacrosanta: lo proclama la cronaca quotidiana dai nostri teatri) e distanziato risulta meno denso e più ovattato, se l'orchestra si spande in una buca larghissima fra divisorie in plexiglass, ecco che il maestro ricava sorprendenti, rarefatte morbidezze, che non gridano la furia della gelosia, ma esplorano l'intimo fallimento dei sentimenti e dei rapporti umani. Peccato non sentirlo dal vivo, ma, essendo l'Otello del Maggio Musicale 2020 anche la distanza e la rinuncia fisica e reale ne fa parte.

Fabio Sartori privilegia l'uomo che è già sconfitto e precipita passivo – “vissuto”, direbbe Svevo – verso l'omicidio e il suicidio rispetto al condottiero che ha vinto in battaglia e viene divorato dalle passioni. Canta bene, senza mai forzare, senza voler emulare titanici oricalchi, ma realizzando con Mehta un lavoro musicali di prim'ordine in direzione di un Otello che emerge per sottrazione e non per sovraccarico. È l'uomo giusto al posto giusto, come lo è Luca Salsi, uno Jago virile, sobrio, tanto sobrio da sembrare franco e credibile nei suoi inganni: non un demonio che si finge un angelo, ma un uomo, un uomo freddo, amorale, calcolatore. Per contro, Marina Rebeka come Desdemona non interpreta solo la donna forte che ha deciso di sposare un uomo contro il volere della famiglia e poi assiste attonita all'immotivata ostilità di lui; è la donna forte e profondamente innamorata che si sdegna, cerca di reagire, perfino schiaffeggia Otello che l'ha chiamata “vil cortigiana”. La sostiene una voce sempre più corposa, senza perdere in morbidezza.

Ottimo pure il resto della compagnia, con il Cassio di Della Sciucca, l'Emilia di Caterina Piva, il Roderigo di Francesco Pittari e, ancora Francesco Milanese (Montano), Alessio Cacciamani (Lodovico, (Francesco Samuele Venuti (Un araldo), con tutti i complessi del maggio, motivatissimi.

Un po' meno sembra funzionare lo spettacolo di Valerio Binasco, fors'anche per una regia televisiva di Claudia De Toma non esattamente impeccabile (per tutte: staccare su un parapetto nero nel pieno della Canzone del salice proprio non si dovrebbe vedere). Al netto della necessaria staticità delle scene d'assieme e di qualche dettaglio che poteva risultare intrigante, come lo schiaffo istintivo dell'insultata Desdemona in un clima di crisi coniugale crescente sui due fronti, viene a mancare il nodo centrale dell'isolamento, dell'alterità di Otello. Non lo si vuole scurire con il trucco? Nessun problema, purché in qualche modo si faccia comprendere che Otello è un “diverso”, che Jago prova rancore per quell'estraneo che ha fatto carriera, che egli stesso abbia introiettato disagio, inadeguatezza, eccessi di fiducia o di diffidenza. Se si punta tutto sulla crisi coniugale borghese, qualcosa può scricchiolare; se si dichiara nelle note di regia che Otello uccide “per troppo amore” la cosa finisce per puzzare di giustificazione del femminicidio. Intorno, intanto, un po' di generico squallore militaresco, con il pestaggio del prigioniero di guerra, in una Cipro che le scene di Guido Fiorato fanno assomigliare un po' a una Catfish Row mediterranea, mentre i costumi di Gianluca Falaschi ci riportano, per divise e dame (bello l'abito salvia e rosa antico di Desdemona!), agli anni '30, per il popolo in una più eterogenea e variopinta atemporalità.

“Un bacio, un bacio ancora... un altro bacio”. Come è dolce lo scivolare di Otello nella morte, ancora su quelle note e quelle parole apparse là dove, forse, era stato felice, o almeno avrebbe potuto esserlo. Una volta tanto il silenzio del teatro vuoto – o quasi – non è parso atroce, ma commosso, affettuoso, come quel battere d'archetti, quell'applaudirsi fra musicisti per la gioia d'aver fatto musica e teatro ancora una volta, nonostante tutto.

foto Michele Monasta dalle prove


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