L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

La Lucia della riapertura

di Giuseppe Guggino

Anche il Teatro Massimo di Palermo riapre le porte al pubblico, con una Lucia di Lammermoor in versione semiscenica originariamente prevista in streaming. Se non entusiasma la corretta Sara Blanch nel ruolo eponimo, l’Edgardo di Celso Albelo risulta invece complessivamente convincente. Su tutti Michele Pertusi emerge per classe e nobiltà nel cameo di Raimondo.

Palermo, 22 maggio 2021.

La disposizione è quella che purtroppo abbiamo imparato a conoscere, ma si aggiunge qualche fila di poltrone distanziate in fondo alla platea e tornano ad aprirsi al pubblico i palchetti. È un timido passo verso il ritorno ad un’anelata normalità in una congiuntura che neanche la più futuribile delle menti avrebbe osato paventare fino a poco più di un anno fa. Così questa Lucia di Lammermoor, originariamente destinata al solo streaming e programmata in data secca, senza repliche, fa i conti con la presenza del pubblico in sala; si trova così a fungere – in maniera un po’ imprevista – da spettacolo di riapertura, senza però averne tutte le carte in regola. A cominciare dalla protagonista, Sara Blanch, soprano leggero in ascesa di ottima musicalità, discreto gusto, agilità poco più che corrette senza pretese funamboliche, ma in costantemente in debito per ampiezza di voce e soprattutto per personalità; mantiene una buona tenuta per tutta la serata, sebbene con qualche cedimento d’intonazione (in «Verranno a te sull’aure», ad esempio), affrontando la parte senza beneficiare di alcun taglio, ma dei soli trasporti nelle tonalità di tradizione.

Non si scostano dal minimo sindacale neanche l’Enrico di Ernesto Petti, caratterizzato da eccessi di licenze nel dettato ritmico di gusto verista, né i comprimari tutti, dall’Alisa di Natalia Gavrilan fino al sonoro ma impreciso Arturo di David Astorga, passando per Matteo Mezzaro, questa volta impegnato quale Normanno piuttosto ovattato.

Neanche la veste semiscenica risulta accattivante, giacché Ludovico Rajata attinge ad un vecchio, polveroso e tetro allestimento del tandem Deflo/Orlandi, di taglio tradizionale caratterizzato dall’eccentrica presenza di costumi ottocenteschi e pistole in scena.

Va da sé, allora, come non fatichi a emergere Celso Albelo, che fra i solisti protagonisti vanta maggiore sicurezza, disegnando un Edgardo dalla dizione scolpita, di grande varietà espressiva e senza sconti, neanche al mi bemolle scritto a chiusa del duetto con Lucia.

Michele Pertusi, autentico lusso nei panni di Raimondo, dà lezione di stile; ascoltarlo e vederlo in scena riconcilia con il teatro, anche quando il ripristino della breve scena di sutura fra la pazzia di Lucia e la morte di Edgardo equivale a contravvenirne alle convenienze. Questa ed altre scelte di integralità assoluta caratterizzano la lettura di Roberto Abbado, grande esperto frequentatore di Lucie, che si segnala per gli spunti di fraseggio e per le scelte agogiche sempre pertinenti, oltre che per essersi affidato ancora una volta alla glassarmonica di Sascha Reckert. Il coro istruito da Ciro Visco raccoglie gli spunti offerti dal podio, producendosi in taluni dettagli con grande bravura, viceversa l’orchestra appare decisamente più sottotono e incline alla svista. La configurazione dispersa non aiuta la sincronia, per ritornare ad un suono omogeneo dovremo attendere il rientro nel golfo mistico appena possibile, ma di certo la presenza di Abbado avrebbe richiesto maggior impegno e precisione; l’occasione di riserva è il concerto del 30 maggio, con in programma Berlioz e Musorgskij, anche in questo caso in streaming e con pubblico in presenza.


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