L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Tosca nella fortezza

di Luca Fialdini

Il 6 agosto va in scena Tosca al Giardino Scotto di Pisa, segnando il debutto della nuova direzione artistica dopo un anno di inattività. Da segnalare l’ottima prova del baritono Giuseppe Altomare.

PISA, 6 agosto 2021 – Dopo un silenzio davvero lungo (l’ultima rappresentazione d’opera è del febbraio 2020), il Teatro Verdi torna finalmente a parlare di lirica e decide di farlo outdoor. La prima, attesissima produzione della nuova direzione artistica viene accolta non dalla sala grande del teatro ma dal bastione Sangallo del Giardino Scotto. La scelta di un titolo dichiaratamente di cassetta come Tosca è comunque comprensibile, soprattutto in vista dell’esperimento della nuova cornice.

In breve: l’esperimento è riuscito. Il Giardino Scotto è talmente suggestivo che da solo è in grado di fornire il contesto adatto alla rappresentazione. Naturalmente la grande bellezza ha il suo rovescio: il rumore cittadino c’è, gli aerei anche, delle voci arriva quel che arriva e l’amplificazione - per quanto poco invasiva - è necessaria. Alla fine si rispetta il paradigma di altre situazioni simili, come l’Arena di Verona o Torre del Lago, dove non si va per la musica ma per la situazione.

Questa Tosca ha un allestimento uno e trino, in cui regia, costumi e scene sono curati da Enrico Stinchelli. Il primo elemento a colpire sono proprio le scene che, riprendendo una tecnica molto sfruttata da Stinchelli, sono costituite quasi unicamente da videoproiezioni. In un contesto come quello del Giardino Scotto, questa soluzione si è rivelata lungimirante: se gli elementi architettonici della Fortezza Sangallo forniscono già un’ottima base, l’utilizzo mirato del videomapping di Evento Service rappresenta il completamento della scenografia, il tutto ben valorizzato dal disegno luci di Michele Della Mea. Non si riesce però a evitare del tutto la trappola della videoproiezione e, forse per timore di mostrare poco, si operano scelte di poca eleganza: il tremito con i colpi di cannone (va bene la prima volta, poi basta), gli affreschi che crollano durante il Te Deum e le candele per la morte di Scarpia. Per quanto banale, il commento è appropriato: less is more. Nulla da dire sui costumi: forniti dalla Sartoria Teatrale Fiorentina e dalla Fondazione Teatro di Pisa, sono i più canonici che si possano immaginare per una Tosca.

La regia gioca intelligentemente sulla semplicità e si attiene scrupolosamente alle ferree indicazioni di Puccini; le poche libertà che Stinchelli si prende sono comunque coerenti alla drammaturgia e forse aggiungono qua e là qualche pizzico di verosimiglianza (come nel caso dell’assassinio di Scarpia, particolarmente efficace).

Buona la direzione di Hirofumi Yoshida: talvolta si avverte qualche punta di nipponica freddezza, ma si avvertono altrettanto bene la conoscenza del titolo e la dimestichezza con l’opera italiana. A fronte di un gesto non sempre chiaro dimostra comunque un buon controllo delle situazioni drammaturgiche; molto apprezzata la generale fedeltà alla partitura, anche se le pause per favorire gli applausi dopo le tre arie dei protagonisti sarebbero francamente da abolire. Ottima prova da parte dell’Orchestra Arché, molto equilibrata e capace di far mostra di un bell’impasto anche in una situazione all’aperto come questa. Notevole anche il Coro Arché, nonostante la presenza esigua sulla scena. Nel corso della rappresentazione ci sono stati dei brevi ma importanti scollamenti tra palco e orchestra, probabilmente da imputare alla molta distanza tra le due masse e alla mancanza di contatto uditivo; il più importante di questi ha funestato l’ingresso delle pur brave voci bianche de I Cantori di Burlamacco.

L’età media del cast è decisamente più alta di quanto annunciato: beninteso, non c’è nulla di male nella cosa in sé, era sufficiente non dire che si sarebbe puntato sui giovani. Lasciando questo a latere, in generale si può parlare di un cast di buon livello a partire dai comprimari Gaetano Triscari (Sciarrone), Antonio Pannunzio (Spoletta) e Adriano Gramigni (Angelotti); molto buono Angelo Nardinocchi nel duplice ruolo di Sagrestano e Carceriere, nonostante lo scollamento di cui si accennava sopra.

Maiuscola la prova di Giuseppe Altomare, uno Scarpia di lusso. Ieratico, austero, dotato di una recitazione tanto scarna quanto efficace, Altomare possiede uno strumento vocale affascinante, uniforme nei registri e di una precisione ammirevole. Quando è in scena, gli occhi sono puntati tutti su di lui.

Deludente Dario Di Vietri: nei panni di Cavaradossi dimostra un timbro interessante e un fraseggio pulito, ma sul palco è inerte. Scenicamente non funziona mai, non dimostra nessuna verve ed è fin troppo posato, persino nella morte: la scena della fucilazione, oltre a perdere qualsiasi verosimiglianza, è pure comica.

Tea Purtseladze, qui nel ruolo del titolo, resta un mistero. In alcuni frangenti è naturale nel canto e nella recitazione, in altri è legnosa tanto nei gesti quanto nella dizione; a volte l’intonazione è centrata, a volte è tanto calante (come nel piccolo si bemolle del primo atto). Complessivamente la preformance non è buona, ma è talmente discontinua che risulta davvero difficile farsi un’idea precisa dell’interprete. Ciò che più manca è una recitazione solida, che avrebbe potuto essere quel quid in più e fare la differenza.

In definitiva, l’esperimento è riuscito. C’è da augurarsi che questa sia solo la prima di tante rappresentazioni (e non solo d’opera) al Giardino Scotto.


 

 

 
 
 

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