L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Fra bene e male

 di Stefano Ceccarelli

Il Teatro dell’Opera di Roma riparte al Costanzi con un titolo della prima produzione di Giuseppe Verdi: Giovanna d’Arco. Sul podio il maestro Daniele Gatti; la regia è affidata a Davide Livermore. Il cast è composto, nei ruoli principali, da Nino Machaidze (Giovanna), Francesco Meli (Carlo VII) e Roberto Frontali (Giacomo).

ROMA, 19 ottobre 2021 – L’ultima opera della presente stagione operistica e la prima nuovamente al Costanzi, in presenza e con tutto il pubblico in sala, Giovanna d’Arco di Giuseppe Verdi si preannuncia, già dalla lettura della locandina, una produzione di assoluto interesse; e non ha disatteso le aspettative.

Davide Livermore cura la regia dello spettacolo. L’idea di base di Livermore, che viene ispirato anche da passaggi del libretto, è quella di una circolarità insistita: i personaggi spesso girano in tondo su una struttura a cerchi concentrici, che suggerisce l’universalità della vicenda e la volontà di racchiudere le vicende umane in un’architettura divina. La regia sfrutta la presenza costante e semanticamente pregnante di comparse/mimi, come il doppelgänger del personaggio principale, Giovanna d’Arco, e i vari demoni e angeli, le apparizioni visibili solo a Giovanna stessa. Sul fondo della scena troneggia uno schermo circolare, correlativo di un occhio o un astro, che proietta elementi metaforici (una tenue farfalla che sfuma nelle fiamme: chiara allusione a Giovanna stessa) o suggerisce l’ambientazione, come quella nella foresta; lo schermo, però, proietta anche delle frasi, attribuite dalla tradizione a Giovanna d’Arco. L’idea complessiva della regia è quella di affidare il movimento scenico ai mimi, molto presenti e sempre attivi, e ai personaggi principali, lasciando il coro per lo più statico; il risultato è piacevole, una regia che si incardina soprattutto in una serie di tableau, alcuni dei quali risultano indimenticabili. Per esempio, la scena finale della morte di Giovanna. La mima che impersona il suo doppelgänger viene condotta e adagiata sulla scena come se fosse un cadavere, mentre l’interprete compare in fondo alla scena, velata. I costumi sono una reinterpretazione in chiave moderna dei classici abiti medioevali. Lo si vede chiaramente da quello del re Carlo, tutto giocato sui dorati gigli di Francia, e soprattutto dai costumi di angeli e demoni, la cui identità è abbastanza sfumata – a suggerire che non esista una netta contrapposizione fra male e bene. Gli angeli presentano delle ali argentate, la cui forma è una rilettura della tradizionale raffigurazione degli angeli nella tradizione artistica medioevale non solo occidentale, ma anche bizantina; i demoni, invece, presentano il volto coperto da un velo nero, lo stesso che compare legato ad alcuni personaggi – mi vengono in mente i sacerdoti della scena dell’incoronazione di Carlo. L’uso che Livermore fa dei mimi figuranti è semanticamente pregnante e sorregge l’intero senso della sua regia. Il risultato, peraltro, è assai gradevole, accentuando quel senso di lotta fra bene e male che è essenziale nella storia della fanciulla di Orléans; l’intuizione di fondo di Livermore, in un certo senso, è rendere questa Giovanna d’Arco una sorta di espansione del cosmo immaginifico dell’universo più intimo della protagonista, divisa fra apparizioni divine, demoniache, tensione alla verginità e cedimenti (se si possono definire tali) all’eros.

Le scene sono firmate dallo studio di architetti “Giò Forma”, ben noti per alcune produzioni scaligere di successo. Per assecondare l’idea registica di Livermore, gli architetti creano una pedana fatta a ellissi concentriche, sfalsate, con in fondo un monitor circolare, che proietta via via elementi utili all’intelligibilità dell’opera. Questo insistere sul concetto di cerchio/ellisse è ben pensata in rapporto alla cultura tardo medievale, che concepiva il cosmo (sulla scia delle teorie greco-latine) come fatto, appunto, di cerchi concentrici (i vari cieli dell’universo oltremondano dantesco, come pure i cerchi infernali/purgatoriali). I costumi sono a firma di Anna Verde e sono un’attualizzazione di quelli medioevali per quanto riguarda Carlo VII, le comparse ultraterrene, Giovanna d’Arco e Talbot; nel caso del coro, però, e di Giacomo ci troviamo davanti a costumi borghesi in generale novecenteschi di scarso effetto (soprattutto nel coro) se paragonati alla scelta azzeccata di rifarsi all’immaginario medievale.

La direzione orchestrale è affidata a Daniele Gatti, che sa tirar fuori il meglio dall’Orchestra dell’Opera di Roma. Il maestro legge la parte con estrema attenzione a un’agogica che sia funzionale a far cantare e svettare le voci nella successione delle arie/duetti; sa, inoltre, concentrarsi su molti particolari, far emergere bene i vari effetti disseminati da Verdi nella partitura (molti dei quali si riascolteranno nel Macbeth). Benché la sua direzione, però, abbia conosciuto dei momenti di pura energia verdiana – come nei concertati, in alcuni attacchi e nel finale dell’opera –, tuttavia Gatti manca in taluni passaggi di un certo piglio, certamente tradizionale nell’esecuzione di questo repertorio, che avrebbe giovato al dettato verdiano. Come che sia, Gatti ha espresso un suo gusto personale e ha letto Giovanna d’Arco in maniera certamente apprezzabile.

Il cast vocale è senza dubbio di altissimo livello e concorre all’ottimo esito della serata. Francesco Meli canta un superbo Carlo VII, ruolo che conosce bene e dove sa perfettamente come brillare. L’impasto compatto, l’emissione fluida, il vigore della voce di Meli scolpiscono un personaggio a tutto tondo, capace di ogni accento richiesto dalla partitura – oltre ai duetti con Giovanna è certamente da ricordare la splendida esecuzione della sua cavatina, «Sotto una quercia parvemi». Nino Machaidze canta una Giovanna vocalmente centrata, svettante, ma non dimentica degli accenti più intimi del ruolo. L’esperienza nei ruoli di coloratura ha certamente agevolato la Machaidze nella cavatina di Giovanna, («Sempre all’alba ed alla sera»), dove l’interprete verticalizza con chiarezza di passaggi nei vari registri; il suo timbro chiaro e vagamente argentino, poi, contribuisce a far godere anche i passaggi più lirici, come il cantabile del suo duetto con Carlo (atto II) e l’aria «O fatidica foresta». Indimenticabile, poi, la sua performance nel finale («S’apre il cielo…. Discende Maria»). Il Giacomo di Roberto Frontali è vocalmente robusto e ben centrato, miscelando accenti ferini e lirici, in un’insolita figura di padre verdiano (un ruolo in genere esclusivamente positivo in Verdi, che era sensibile all’argomento); apprezzabile, dunque, è risultata l’esecuzione della sua aria, «Franco son io, ma in core», come pure del suo duetto con Giovanna (IV atto). Dmitry Beloselskiy, basso di eccezionale talento, compare nella parte di Talbot, che è quasi un cammeo nell’economia drammaturgica dell’opera: la sua voce robusta, profonda, cavernosa è risuonata con la maestria che lo contraddistingue. Leonardo Trinciarelli esegue la parte di Delil. Il coro si assesta su una buona performance.

Il pubblico, che applaude durante lo spettacolo e al termine, mostra di aver gradito un allestimento di tutto rispetto, una fausta speranza per i futuri allestimenti romani che, si spera, non saranno nuovamente interrotti a causa di novelli tsunami virali.


 

 

 
 
 

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