L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

L'anima del rigore

di Mario Tedeschi Turco

Al Filarmonico di Verona, Giuseppe Grazioli e Mariangela Vacatello offrono un programma dedicato a Ravel, Fauré e Franck. 

Verona, 20 maggio 2022 - È un’arcana melopea quella che occupa il movimento centrale del Concerto per pianoforte e orchestra in sol maggiore di Ravel: specie nelle prime trentatré battute, il pianoforte solo, che disegna nello spazio sonoro un’intensità perturbante di 3/4 alla mano destra (sull’accompagnamento ipnotico di 3/8 della sinistra) sembra cercare «lunghi echi che da lontano si rispondono», per dirla con Baudelaire. Ma, a differenza del poeta delle Correspondances, Ravel raffredda sia lo slancio lirico che l’epifania mistica, pago di elaborare un’architettura perfetta di timbri, colori, pesi dinamici intermittenti e cangianti, tensioni e distensioni conseguenti al di sopra della pulsazione inesorabile del tempo. O per lo meno: in questo modo ci pare che abbiano inteso restituire la pagina raveliana Mariangela Vacatello e Giuseppe Grazioli, nell’ottavo concerto sinfonico della stagione di Fondazione Arena al Teatro Filarmonico, cercando nelle desuete armonie e nell’imprendibile risalto dei ritmi un’oggettivazione rigorosa, chirurgica, della vita psichica tracciata nel suono. Rigore non significa freddezza, ben inteso, così che gli interventi di oboi e corni prima, e il sublime solo del flauto verso il finale, dialogando con il piano di Vacatello, hanno recato nel panorama lunare dell’Adagio assai una pregnanza diresti elegiaca, perfettamente sostenuta dagli strumentisti areniani, precisi negli attacchi, animati nel fraseggio. È stato questo il momento più alto di un concerto pienamente appagante: Mariangela Vacatello si è confermata solista di rilevata intelligenza, adattando la sua tecnica superiore alle peculiarità idiomatiche di Ravel con notevole proprietà stilistica, sia nei passaggi ‘gershwiniani’ del primo movimento, che nello sbalzo plastico reso nella poliedrica tessitura, di vitalistica, drammatica densità, del Presto finale. L’accompagnamento di Grazioli è stato esemplare: il rischio che si corre sempre, con il Concerto in sol maggiore, è quello dello squilibrio fonico, con la massa orchestrale a schiacciare il solista, ovvero con la tavolozza timbrica slabbrata a causa di magari infinitesimali scarti degli attacchi. Nulla di tutto questo: una lettura solida, scrupolosa, di ottima intesa con la solista, con un punto di vista preciso sull’espressione complessiva all’insegna – come detto – della lucidità e della chiarezza, laddove anche l’evidenza sentimentale (diresti epica, specie nel primo movimento) è derivata dal rispetto della notazione priva di carichi che eccedano e la lettera, e la poetica d’autore. Vacatello è capace di un volume di suono pieno e opulento, come di aerei pianissimo, e il magistero evidenziato è stato appunto quello di saperli dosare nei momenti giusti per dialogare con l’orchestra (clarinetto, tromba, corno in sequenza nell’Allegramente, per esempio) su piani sonori di spessore equivalente, così che nessun particolare della scrittura è andato perduto. Un Ravel brillante e robusto, in cui specie il modello mozartiano - quanto a classicità di impianto formale drammatico/dialogico - è stato messo in primo piano con singolare nitore.

La serata era iniziata con la Pavane di Fauré, eseguita con il giusto equilibrio e melassa al minimo possibile, ed è terminata con la Sinfonia di Franck. Anche con questo singolare capolavoro le qualità di Grazioli e dell’orchestra veronese hanno avuto modo di brillare: il direttore ha optato per un tactus controllato in modo da far udire al meglio il dettaglio di elaborazione e gemmazione tematica messo in testo dal compositore. Così, la ripresa del breve motivo di apertura alla terza minore superiore nella seconda sezione del Lento introduttivo, come la derivazione del tema principale dell’Allegro non troppo dalla medesima cellula tematica d’esordio, hanno ricevuto uno spicco del tutto particolare, una trasparenza totale al servizio della logica architettonica. Di Grazioli insomma, in questa esecuzione, abbiamo altamente apprezzato la razionalità di sistema, che ha plasmato il senso costruttivo e smorzato talune enfasi della scrittura (pesantezze del ritmo, raddoppi, mimesi organistiche). Il finale beethoveniano, con la ripresa dei vari temi uditi nei movimenti precedenti (come nella Nona sinfonia, insomma), che di per sé potrebbe aprire a sfrenati clangori retorici, è giunto invece eroico sì, ma ancora una volta sorvegliato: una lettura strutturale contenuta, molto pulita e dettagliata, nella quale l’orchestra dell’Arena ha mostrato il meglio delle sue non sempre evidenti qualità.

Un pubblico scarso ma entusiasta ha tributato lunghi applausi sia alla pianista che a orchestra e direttore.


 

 

 
 
 

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