L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Immortale infinito

di Roberta Pedrotti

Il cartellone dell'International festival & Summer academy dell'Accademia Chigiana si apre con un riuscito abbinamento fra Luigi Nono, focus della programmazione, e Gustav Mahler.

SIENA, 5 luglio 2022 - “Siena trionfa immortale” era il motto di Silvio Gigli, e non riusciremo mai a dargli torto e a non risentire un brivido commosso a queste parole, anche se gli ultimi due anni hanno messo a dura prova la città con la sospensione del suo naturale ciclo vitale, il Palio. Che è prontamente tornato (e con tutta una serie di dibattiti interni sulla quale non è il caso di soffermarci in questa sede): un popolo – in questo caso quello del Drago – rinasce fiero e festante.

Mentre il rosso e il verde fiammeggiano e c'è ancora un tratto di Terra in Piazza, riparte l'estate dell'Accademia Chigiana. Non c'erano state sospensioni, ché fra luglio e agosto opere e concerti se ne sono sempre potuti fare, tuttavia l'atmosfera è più rilassata, si percepisce la riconquista della normalità, ci si gode una partecipazione che pare non aver subito contraccolpi, anzi! Con due mesi di eventi, pur senza il vecchio sponsor unico “Babbo Monte” (il Monte dei Paschi un tempo onnipresente e onnipotente) sostituito da una cordata più diversificata, l'estate chigiana sembra più viva che mai. E non c'è solo quella, perché se il conte Chigi Saracini istituì questo centro straordinario di perfezionamento musicale, a Siena c'è anche un bel conservatorio, abbarbicato alla chiesa di Sant'Agostino nella contrada dell'Onda: all'Istituto superiore di studi musicali Rinaldo Franci è tempo di esami che sono anche concerti. Oggi, per l'appunto ascoltiamo i ragazzi del corso di musica vocale da camera di Luca Ciammarughi (che li accompagna quasi tutti al pianoforte), con Laura Polverelli docente di canto ed esaminatrice. Ragazzi giovanissimi, studenti Erasmus, vari livelli di preparazione: sarebbe stupido mettersi a recensire quando invece non si può fare altro che rimetterci alle valutazioni dei docenti e notare che alcuni talenti si fanno già notare, altri dovranno maturare ma promettono bene. Si può anche notare che per la maggior parte squillano come voci teatrali e tutti partono dal presupposto che la musica da camera non sia un ripiego ma qualcosa in cui bisogna fare sul serio, per di più cimentandosi con arie in tedesco, italiano, inglese e francese, con stili che spaziano da Mozart a Weill. Davvero un bel pomeriggio, guardando al futuro dal suo laboratorio.

Si potrebbe dire che poi c'è giusto il tempo di una doccia, ma Siena è insidiosa e impone di andare dove dice lei: il rientro dal Franci all'hotel è tempestato di tentazioni, un giro intorno al Duomo, una discesa a Fontebranda, un'occhiata alla dimora di Santa Caterina Benincasa... I minuti per doccia e cambio abito sono contati ma vale la pena, anche perché il brindisi d'apertura dell'estate Chigiana nel chiostro della sede di Via di Città è anche l'occasione per ascoltare il coro della Cattedrale di Siena preparato da Lorenzo Donati in brani di Gesualdo, Rautavaara e Hindemith, riaccendendo la memoria dell'ultimo concerto ascoltato a Siena prima della pandemia [leggi: Siena, Chigiana International Festival, 06-07/07/2019].

Infine, eccoci in Sant'Agostino per un'apertura in grande stile che rinnova i concetti di futuro e laboratorio e accosta Luigi Nono, fulcro della programmazione, a Gustav Mahler. Per entrambi si deve scendere a patti con l'acustica dell'ampia navata, ma il risultato ripaga gli sforzi. Anzi, a Nono si addicono gli spazi non canonici in cui con accortezza si possa valorizzare la disposizione degli esecutori (live electronics, ove richiesta, compresa). Al centro della navata, l'orchestra di fronte a noi, piccoli gruppi dietro e ai lati, rimbalza il fermento ctonio di No hay caminos, hay que caminar... Andrej Tarkovskij (1987); per Mahler, la versione cameristica della Quarta sinfonia di Erwin Stein mette al riparo dal riverbero ridondante dell'orchestrazione originale. Non si tratta solo di opportunità acustica, però: le scelte mettono in luce un'idea e una continuità interpretativa. Insomma, si fa festival. Sul serio.

Nono dedicò la sua partitura all'esilio di Andrej Tarkovskij all'indomani della sua scomparsa, prendendo spunto per il titolo da una frase letta in un chiostro di Toledo. Dopo aver lasciato l'Unione Sovietica, il vagabondare del regista trovò asilo in Toscana e proprio nel senese venne girato il film Nostaghia. Non è senza significato se riappare ora, sulla via Francigena, a indicare il cammino non tracciato dell'arte e del pensiero, la rete di idee sonore in movimento nello spazio, il progressivo prender forma in un continuo divenire, senza mai concedere pace all'attenzione nella consuetudine. Basti ascoltare come la scrittura di Nono sgrana i trilli, il vibrato, i cluster senza ripetere la forma familiare, ma costringendoci a notare un'articolazione diversa e deliberata. In questo l'Ort Orchestra Regionale Toscana con gli allievi chigiani e il Chigiana Percussion Ensemble (Carlo Capuano, Carol Di Vito, Davide Fabrizio, Antonio Gaggiano, Emanuela Olivelli, Tommaso Sassatelli, Davide Soro, mentre in Mahler si metteranno in evidenza Silvio Celenghin harmonium, Gugliemo Pianigiani pianoforte e Giuseppe Ettorre contrabbasso) segue benissimo il gesto esperto di Yoichi Sugiyama: c'è tensione, c'è precisione, c'è colore.

Da un repertorio in cui vige la specializzazione a Mahler, il passo può non essere breve, tanto più che la versione di Stein asciuga la varietà timbrica – e con essa alcune ambiguità – in un'impostazione perfino classica, che tuttavia mette in luce altre elaborazioni tematiche e formali. Così, almeno sembra intenderla Sugiyama, che nel primo movimento pare proprio voler sfruttare i vuoti rispetto al pieno organico per sottolineare spigoli contrasti, andamenti imprevisti. Da questo incipit quasi spiazzante, come una Vienna di cent'anni prima vista in uno specchio deformante, si procede quasi a imbuto verso l'elegia sempre più sottile del terzo movimento e poi al quarto, dove la voce di Sarah Wegener si fa fulcro dell'idea. La voce del soprano è lo strumento della musicista che sa dirci come gli accenti spiccati con energia e i gustosi abbandoni son diversi se si canta il paradiso contadino dove i santi fanno da osti e cucinieri – dove il macellaio Erode che uccide l'agnellino non è metafora dolorosa del Cristo ma attesa del banchetto succulento – o l'Eden musicale di suoni mai sentiti con Sant'Orsola e Santa Cecilia. Si tende all'infinito simbolo grafico del festival senese, allora, e si prosegue il cammino che si traccia camminando dal silenzio attraverso il silenzio, verso il suono che non si più spiegare né paragonare.

La chiesa di Sant'Agostino è piena, gli applausi sono copiosi dopo entrambi i brani e – sorpresa – l'aria all'aperto quasi fresca: così può ripartire il ciclo infinito, fra il suono fantasma della Diana, il leggendario fiume senese, i tamburi e le voci dei contradaioli vittoriosi del Drago.


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