L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Uno Shaham per tutte le stagioni

 di Stefano Ceccarelli

All’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Gil Shaham porta un concerto, che dirige oltre ad eseguire come solista al violino, ricco e articolato. Nel primo tempo vengono eseguiti il Preludio e Allegro nello stile di Pugnani in mi minore di Fritz Kreisler, Fratres di Arvo Pärt e il Concerto per violino e orchestra op. 8 n. 9 di Joseph Boulogne Chevalier de Saint-Georges; nel secondo, invece, il pezzo forte, Le quattro stagioni (dal Cimento dell’armonia e dell’invenzione op. 8) di Antonio Vivaldi.

ROMA, 21 maggio 2022 – Si fa sempre un gran parlare, in genere, dei falsari di opere d’arte, antiche ma anche moderne, o contemporanee. Qualcuno, forse, ignorerà che vi sono stati celebri falsari anche in musica; uno di questi, geniale, fu Fritz Kreisler, virtuoso del violino che spacciò per opere di compositori barocchi diverse partiture in realtà scritte da lui, conformandosi allo stile di un determinato autore. È proprio questo il caso del pezzo con cui si apre il concerto odierno, diretto e interpretato dal virtuoso violinista Gil Shaham, una ben nota conoscenza del pubblico romano. Shaham costruisce un ricco ed equilibrato concerto aprendo la serata con tre brani fra loro molto diversi: un pezzo, appunto, di Kreisler, il misticheggiante Fratres di Pärt e un concerto per violino, in prima italiana assoluta, del poco eseguito Chevalier de Saint-Georges. La seconda parte, invece, accoglie un’esecuzione mozzafiato delle Quattro stagioni di Vivaldi. Una serata, dunque, dove gli archi la fanno da padrone e dove il virtuosismo di Shaham risalta in ogni modo e forma.

Si inizia con Fritz Kreisler. Il Preludio e Allegro nello stile di Pugnani in mi minore (nella versione per solista e piccola orchestra d’archi), è scritto apposta per far risaltare le doti dell’interprete, che costituisce il centro nevralgico di tutto il brano. Shaham legge con dolcezza malinconica la melodia che impernia il Preludio, per poi lanciarsi deciso, pulitissimo, nei virtuosismi accattivanti dell’Allegro, che incorniciano una melodia in un purissimo stile galante, ravvivato da melismi talvolta graffianti, che svelano la mano di un autore del XX secolo; l’orchestra accompagna e si fa dirigere in perfetta armonia con il suo direttore/solista. Segue Fratres di Arvo Pärt. Capolavoro del cosiddetto stile ‘tintinnabulatorio’ dell’estone, Fratres colpisce l’ascoltatore per l’astratta misticità della sua scrittura. Shaham, che apre il pezzo con una serie di rutilanti arpeggi di differente intensità, esegue una melodia che è quasi un continuo filato, tendente all’acuto, interrotta da pochi momenti di apparente stasi e ravvivata da sussulti in arpeggio del solista. Shaham dirige l’orchestra sottolineando gli elementi di grande semplicità con cui Pärt struttura un grande corale a più ‘voci’: pare, infatti, che l’orchestra sia un coro che si staglia, ieratico, in un luogo sacro. Chiude la prima parte del concerto l’esecuzione di una vera chicca, il Concerto per violino e orchestra op. 8 n. 9 di Joseph Boulogne Chevalier de Saint-Georges, un creolo originario di Guadalupa, di madre nativa e padre europeo, che si era saputo inserire nell’aristocrazia francese del XVIII sec. come ottimo musicista e spadaccino. Compositore dalla vita affascinante e avventurosa, conosciuto anche da Mozart, il Chevalier de Saint-Georges era un abile violinista, che scriveva concerti alla maniera galante, come tipico della sua epoca. Shaham imprima un’agogica brillante, ma mai leziosa, e legge con grazia il tema terso, gentile, argentino, che caratterizza, con i suoi melismi, l’Allegro iniziale (I); malinconica, calda, la melodia che sorregge il Largo (II) e che si screzia nelle varie figurazioni virtuosistiche; brillante e rutilante il Rondeau finale (III), che chiude il concerto fra gli applausi e suggella il primo tempo.

Nel secondo Shaham esegue l’integrale de Le quattro stagioni di Vivaldi. Già incise più volte, quest’opera è un cavallo di battaglia di Shaham, che sa cavarne fuori qualcosa di splendido; il pubblico rimane letteralmente sbalordito a più riprese, interrompendo con gli applausi il corso dell’esecuzione, accompagnata dalla lettura dei sonetti, premessi in partitura alle varie stagioni, da parte dell’attore Valerio Aprea. L’idea è molto intelligente: mentre Aprea legge, Shaham fa ascoltare, da solo al violino, i temi cui le varie sezioni dei sonetti alludono all’interno dei singoli concerti ‘stagionali’. Peccato, però, per alcuni passaggi dell’interpretazione di Aprea, forse troppo comicamente caricati, dove era forse più opportuna una lettura più naturale – e mi duole scriverlo, per la grande stima che porto ad Aprea, attore intelligente. L’orchestra dell’Accademia, inoltre, suona magnificamente e le parti solistiche prescritte dai vari concerti vivaldiani sono eseguiti con maestria eccelsa. Il Vivaldi di Shaham palpita di energia, di vita; raramente si lascia andare ad allargare i tempi agogici, ma legge la musica di Vivaldi nella maniera più brillante possibile, senza per questo tralasciare quei particolari che impreziosiscono la partitura. Esempio lampante di questa scelta sono i movimenti lenti dei quattro concerti, che nelle letture di molti direttori vengono sovente resi allargando i tempi. Si pensi al Largo e pianissimo sempre de La primavera, in cui Vivaldi evoca la sonnolenza del capraio, e a come Shaham ne ravvivi il ductus soporifero tenendo vivido il suono della melodia e i vari interventi sul vapore orchestrale. In tal senso, vanno citati anche l’Adagio de L’estate, teso nella rappresentazione della paura del pastorello per il temporale, alluso dagli interventi degli archi, che si innestano in una languida linea melodica, dove Shaham gioca con le intensità e i colori più vari; e il Largo de L’inverno, la cui dolcissima, intima melodia è eseguita da Shaham con piena cantabilità, ma con un’agogica decisa, senza per questo perdere il calore di un sentimento di felicità domestica di fronte a un bel fuoco acceso. I movimenti più rapidi sono una gioia per le orecchie; lo Stradivari di Shaham suona con impressionante facilità, sempre intonato, mantenendo un’uniformità di suono e un timbro genuinamente argentino che impreziosiscono l’esecuzione. Val la pena di ricordare momenti come le gioiose danze della vendemmia ne L’autunno e il burrascoso temporale del Presto de L’estate, dove Shaham dà prova del virtuosismo più sfrenato di tutta la serata; ma anche il finale de L’inverno, che si scatena fulmineo e rapido in una chiusa glacialmente brillante. Fra i momenti più puramente spettacolari dell’esecuzione, però, non può che essere citato il dialogo fra gli archi nel I tempo della Primavera, dove Shaham, il primo violino e la prima viola eseguono superbamente il dialogo fra gli uccelli boschivi, calibrando intensità, colori, e producendo qualcosa di straordinario. Il pubblico non la smette più di applaudire alla fine: Shaham e l’orchestra eseguono, allora, prima il Presto de L’estate e poi, per saziare gli spettatori, il Largo de L’inverno.


 

 

 
 
 

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