L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Il ritorno di Ernani

 di Stefano Ceccarelli

Dopo quasi un decennio torna al Costanzi l’Ernani di Verdi nello splendido allestimento di Hugo de Ana, sotto la direzione di Marco Armiliato e con Francesco Meli, Angela Meade, Ludovic Tézier e Stavinsky nei quattro ruoli principali.

ROMA, 7 giugno 2022 – Dopo la Luisa Miller torna al Costanzi Giuseppe Verdi con l’Ernani, un capolavoro giovanile, del ‘primo’ Verdi, appunto; un’opera che costituì una pietra miliare nella carriera del compositore e lo lanciò per la prima volta in un palcoscenico prestigioso come quello della città di Venezia. Ernani è un’opera alquanto sperimentale, dove Verdi erode in più punti il sistema della ‘solita forma’ e dei numeri chiusi per dar vita al fuoco di un teatro vivo e drammatico – che, poi, è stata sempre l’ambizione del compositore.

L’opera è diretta da Marco Armiliato, che legge la partitura in maniera ordinata, sì, ma alquanto astenica, in molti passaggi. Armiliato dà l’impressione di ricercare una sorta di agogica ‘belliniana’ (se mi si passa il termine) dove, forse, la partitura di Verdi avrebbe necessitato un’energia, uno slancio, una dinamica più viva, più intensa. Ciò detto, le scelte di Armiliato tendono a far risaltare la linea delle varie voci, anche se in qualche punto mi è parso persino che quest’agogica cauta abbia nociuto agli interpreti stessi in qualche passaggio dell’esecuzione, da sorreggersi con tempi più spediti. Vi sono, comunque, momenti in cui la lettura di Armiliato si armonizza con un Verdi più drammatico ed energico, come nei finali e nei concertati, dove il direttore gioca molto bene con i volumi, i pezzi solistici delle voci, le dinamiche del coro e dell’orchestra, donando affreschi vividi e accattivanti.

Per quanto riguarda il cast delle voci, la performance del quartetto dei ruoli principali non è stata perfettamente omogenea. Proprio come più di un decennio fa, il ruolo del titolo è affidato a Francesco Meli, che vanta un’invidiabile linea di canto, un’emissione facile e squillante e un fraseggio eccellente. A ben vedere, però, la serata di Meli in questo Ernani non è stata proprio delle più fortunate; l’interprete, infatti, appare lievemente sottotono rispetto al solito, con addirittura un passaggio in emissione sfiatata verso la fine della cabaletta nella sua cavatina. Un grande cantante, però, si vede soprattutto nei momenti di difficoltà e, infatti, Meli regala in ogni caso un’interpretazione complessiva che rende piena giustizia al ruolo, meritandosi anche gli applausi finali. In tal senso vanno citati i legati e le melodie del cantabile della cavatina (I atto), «Come rugiada al cespite»; gli accenti vigorosi di diverse sezioni dell’opera, come l’attacco della stretta del finale I («Io tuo fido? Il sarò a tutte l’ore») e l’arioso del II atto, «Oro, quant’oro ogni avido». Eccellente per fraseggio, linea melodica e interpretazione il duetto e poi terzetto finale con Elvira e Silva, dove Meli colora piacevolmente tanto gli accenti amorosi che quelli sepolcrali. Elvira è cantata da Angela Meade, dalla voce possente, poderosa, con facilissima emissione e squillo titanico. Insomma, a tutta prima sembrerebbe forse troppo per il ruolo dell’altera nobildonna spagnola, ma la Meade sa, quasi sempre, dosare il suo notevole mezzo vocale per creare i giusti effetti. Particolarmente marmorea risulta l’esecuzione della celebre cavatina «Ernani!... Ernani, involami», non certo scevra da un certo gioco cromatico; la Meade si distingue per vigore d’accenti nel duetto seguente con Carlo, ma mostra di saper giocare con filati e mezze-voci sia nel duettino con Ernani nel II che, soprattutto, nella scena finale dell’atto IV, dove deliba accenti tragici dopo aver stupito il pubblico in sala per un acuto potentissimo sul «Ferma!», nel vano tentativo di sabotare i piani di Silva. Ludovic Tézier è un Don Carlo portentoso non solo per potenza vocale, timbro squisitamente brunito e nobile fraseggio, ma anche per recitazione e presenza scenica. Della sua superba interpretazione del ruolo vanno certamente citati, a mo’ di esempio, innanzitutto l’esecuzione smagliante dell’aria del III atto, «Oh, de’ verd’anni miei», nobile per fraseggio e legato, poi l’arioso «O sommo Carlo, più del tuo nome», giocato sugli effetti della mezza-voce accompagnata dall’arpa, e infine momenti di maggior vigore, come il terzetto del I atto e l’energico «Lo vedremo, o veglio audace». Evgeny Stavinsky, dalla voce morbida, duttile, cantabile e dal timbro scuro, canta un Silva che alterna momenti apprezzabili ad altri meno brillanti. Ciò che gli manca è forse l’energia da profondersi in più di un passaggio (fra tutti, per esempio, l’attacco del finale II, dove Silva chiama Ernani al duello). Comunque, i momenti più lirici e cantabili scorrono piacevoli, come testimonia l’esecuzione della sua cavatina («Infelice! E tuo credevi»), cui non segue la cabaletta – un vero peccato, giacché la cabaletta, «In fin che un brando vindice», è brillante e piacevole. I ruoli comprimari sono eseguiti da: Marianna Mappa (Giovanna), Rodrigo Ortiz (Don Riccardo) e Alessandro Della Morte (Jago).

Lo spettacolo firmato da Hugo de Ana, che cura le scene, i costumi e la regia, si lascia ancora apprezzare in tutta la sua bellezza. Si tratta di uno spettacolo dall’impianto tradizionale, con una regia pulita, senza effetti eccessivi, che prende vita soprattutto dall’atto III, regalando due scene molto belle, quella dell’elezione di Carlo a imperatore e quella, seguente, delle nozze di Ernani ed Elvira. Ma si proceda con ordine. I primi due quadri non presentano sostanziali cambi di scena, presentando un articolato fondale costituito da una fantasia di elementi architettonici che citano l’architettura spagnola dell’epoca in cui l’opera è ambientata. Dal III quadro, invece, si ha l’aggiunta dell’avello di Carlo Magno e del fondale che si apre nel finale, quando si incorona imperatore Carlo V. L’ultimo quadro, invece, presenta una gelosia che ricopre l’intera parete e fiori a profusione. Ma ciò che stupisce per fattura, ricchezza e giochi cromatici sono i costumi, vero fiore all’occhiello della produzione: si pensi solo alle tonalità che dall’ocra al rosa antico abbelliscono i costumi delle damigelle di Elvira nell’atto I. La scena che rimane, invece, impressa come un tableau grandioso è quella – già citata – dell’incoronazione a imperatore di Carlo V, dove il fondale si apre e il palco viene invaso di comparse, mentre Carlo cinge lo scettro e il mantello, emblemi del potere imperiale.

In sintesi, un Ernani apprezzato dal pubblico (in alcuni passaggi più che in altri) eche, pur meritando una direzione più viva, si lascia apprezzare per la resa musicale di diverse parti vocali e rincuora gli occhi grazie alla bellezza estetica dello spettacolo di de Ana.


 

 

 
 
 

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