L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Routine pucciniana

di Luca Fialdini

Nell’edizione 2022 del Festival Puccini di Torre del Lago fa per la prima volta il suo ingresso il regista Pier Luigi Pizzi con la Tosca ideata per le Terme di Caracalla.

TORRE DEL LAGO - Nella 68^ edizione del Festival Puccini (un po’ troppo simile alla precedente) non si propongono nuovi allestimenti: MadamaButterfly e Turandot già viste nelle scorse edizioni mentre da Firenze e Roma arrivano rispettivamente LaRondine e Tosca. Quest’ultimo è l’allestimento uno e trino di Pier Luigi Pizzi - che ne firma regia, scene e costumi - creato per le Terme di Caracalla nel 2013 e poi ripreso nel 2017, in cui l’azione è trasportata nella Roma fascista degli anni Trenta con la duplice oppressione del potere politico e di quello clericale (non a caso tutti e tre gli atti sono sovrastati da uno spaccato della cupola di San Pietro); la scena, scarna ed essenziale, è dominata da toni crudi del bianco illuminati dal disegno luci inerte di Massimo Pizzi Gasparon. È evidente dove si voglia andare a parare e il tipo di lettura fornita dal regista concorda perfettamente con la drammaturgia pucciniana, ma la pur buona idea non trova una piena realizzazione e sulla scena si avverte un po’ di fatica. Si apprezza sempre chi con economia di elementi riesce a tratteggiare in modo efficace situazioni teatrali, ma qui l’economia si trasforma in austerità: il terzo atto non è essenziale, è solo vuoto e il palco di Torre del Lago in questo senso non aiuta, così come il disegno luci che non prova nemmeno a suggerire l’idea di un’alba su Roma (quindi risulta involontariamente comica la frase di Tosca «già sorge il sole» mentre il cielo è buio pesto); poco efficaci, se non controproducenti, alcune scelte come quella di far interagire Tosca e Scarpia attorno al lungo tavolo dove palesemente c’è troppo poco spazio per muoversi, oppure quella di porre un cantante all’inizio della scalinata e un altro in fondo a questa; curiosa la decisione di privare Scarpia del famoso “funerale”, peraltro minuziosamente annotato da Puccini in partitura, in favore di un generico segno di croce e pure a distanza, l’idea in sé non è da cestinare, però si possono trovare senz’altro strategie più efficaci per comunicare la stessa idea. Questa è la cifra dello spettacolo; al netto di ogni aspetto positivo c’è sempre un ma in agguato ed è un peccato perché generalmente le idee sono buone e la messa in scena non è affatto priva di fascino, ma si avverte poca cura nella realizzazione. Tra le scelte più interessanti (e meglio concretizzate) quella di collocare la sala delle torture e le celle al di sotto del palco, conferendo una nota piacevolmente sinistra alla scena cruenta del secondo atto e, perché no, un maggior realismo al terzo.

Non buonissima anche la direzione di Enrico Calesso, che pure ha saputo conquistare i pucciniani più ortodossi per le sue letture cesellate e intelligenti, ma in questa occasione non ha brillato come ci si attendeva: l’esito è senz’altro dignitoso, ma da una bacchetta del genere ci si aspetta qualcosa di più del compito ben eseguito. I tempi sono giusti, idealmente in linea con la drammaturgia, ma mancano il calore, la cura e l’intensità che caratterizzano la sua direzione. L’Orchestra del Festival Puccini ha avuto serate migliori e se le occasionai sbavature d’intonazione possono essere giustificate con una serata effettivamente umida non si può dire altrettanto per i pochi colori, per il sapore di un’esecuzione di routine. Buoni il Coro e il Coro di Voci Bianche del Festival Puccini, che negli spazi concessi dal titolo si dimostrano in forma.

La scelta del cast non è stata delle più felici. Ben eseguita la parte del pastorello da Gaia Niccolai, così come si segnalano positivamente il Carceriere di Ivan Caminiti e lo Sciarrone di Alessandro Ceccarini. Sopra la media lo Spoletta di Shohei Ushiroda, tanto per vocalità quanto per recitazione, mentre Giulio Mastrototaro è un Sagrestano che potrebbe dare di più anche in termini di caratterizzazione; Carlo Cigni si presenta vocalmente come un buon Angelotti ma la recitazione appare con poco mordente.

Roberto Frontali è un ottimo Scarpia, a tratti forse un po’ manieristico ma è l’unico personaggio veramente efficace sulla scena. Genuinamente autoritario, attraente nella sua brutalità, Frontali dona al proprio personaggio un fascino tutto particolare al quale il timbro omogeneo e brunito conferisce un quid in più. Apprezzabile il bel fraseggio unito a un eccellente controllo dello strumento vocale che rendono il suo Scarpia un personaggio solido, ben costruito e capace di attirare su di sé l’attenzione del pubblico a ogni intervento.

La coppia protagonista, invece, non funziona: non c’è alcuna alchimia tra Cavaradossi e Tosca, piuttosto si avverte una singolare freddezza persino nei momenti che esigono un certo tipo di trasporto. Tosca è un titolo sanguigno e richiede grande partecipazione dagli interpreti e se la protagonista scaglia a terra il ventaglio dell’Attavanti ci si aspetta che si tratti di un gesto rabbioso, non l’equivalente emotivo di toccare il piatto che brucia; quando Cavaradossi grida letteralmente in faccia a Scarpia «carnefice!» non può essere un momento dolente.

Vocalmente Ivan Magrì nei panni del pittore mostra diversi punti deboli: un eccessivo ricorso del vibrato alla Corelli, una certa fatica nel registro acuto (sin da Recondita armonia) e un fraseggio non sempre accurato, ma la performance nel corso della serata è in crescendo e una volta arrivati a E lucevan le stelle si avverte comunque una buona preparazione. Svetlana Aksenova nel ruolo del titolo dimostra qualche insicurezza nel fraseggio - spezzando talvolta delle sillabe - e in genere non convince. Vocalmente ci sono diversi momenti apprezzabili, ad esempio Vissi d’arte, dimostra una buona duttilità ma è difficile scrollarsi di dosso l’impressione che per lei questo ruolo sia inadatto: la sua Floria è spenta, non ha polso, l’impulsività delle prime intemperanze della gioventù (Tosca dovrebbe essere poco più di una ragazzina) è resa in modo quasi goffo. In quattro parole un ruolo non centrato, nonostante Aksenova dimostri di avere uno strumento interessante e una buona presenza.

Complessivamente si tratta di uno spettacolo dignitoso, non malvagio ma nemmeno buono: fluttua in una zona grigia che non attira un vero interesse.


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