L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Oltre l'amabile azzurro

di Roberta Pedrotti

La prima realizzazione scenica come monodramma dal ciclo di Lieder di Henze è l'omaggio del Cantiere internazionale d'arte di Montepulciano al fondatore nel decennale dalla morte. Lo spettacolo è un affascinante viaggio iniziatico psicologico fra natura, mito e interiorità in perfetta simbiosi fra testo, teatro e musica.

MONTEPULCIANO, 27 luglio 2022 - Sono passati dieci anni dalla morte di Hans Werner Henze e il Cantiere di Montepulciano non si è fermato. Se è cambiato è perché è giusto e fisiologico che le generazioni si avvicendino: pretendere di bloccare il tempo sarebbe un tradimento non meno di un cambio di rotta nello spirito. Invece, quando arrivi a Montepulciano ti senti subito in famiglia, in una splendida Comune musicale dove tutti (proprio tutti) ci si ritrova nel salone della mensa a farsi riempire i piatti di plastica dalle energiche cuoche del posto, dove la ragazza che ti accompagna in auto alla stazione studia musica elettronica e ti racconta tante cose interessanti sul suo percorso, dove dopo lo spettacolo, nel parco della fortezza fra un panino e un bicchierino, ti trovi a chiacchierare con una giovane studentessa di direzione d'orchestra e con Gaston Fourier Facio con la stessa bonomia.

Montepulciano è il borgo affacciato su un panorama irresistibile con una cantina o un locale per degustazioni ogni pochi metri. Ma è anche, grazie a Henze, una città dove la musica spunta quasi ad ogni angolo, senza soluzione di continuità dall'antico al contemporaneo. Nella fortezza risuona un'istallazione sonora di Andrea Molino, nel museo Civico (da visitare!) non si scopre solo la pittrice poliziana del primo Novecento Anna Marocco, cui è dedicata un'esposizione temporanea, ma si ritrovano, con i reperti etruschi, le ceramiche dei Della Robbia, i Sodoma e i Caravaggio, anche il celebre ritratto del tenore Napoleone “della bella morte” Moriani nelle vesti di Edgardo.

Sono passati dieci anni dalla morte di Hans Werner Henze e il Cantiere di Montepulciano gli dedica una primizia. Il suo ciclo liederistico Kammermusik 1958 non aveva mai avuto una realizzazione scenica e ora ci si cimenta in quello che sulla carta potrebbe sembrare un esperimenti, mentre in teatro – il Poliziano – non è altro che uno spettacolo perfettamente riuscito. La raccolta, infatti, si presenta ben compatta nella scrittura, come un'unica arcata che attraversa l'inno In lieblicher Bläue (Nell'amabile azzurro) di Hölderlin, scandito in dodici stazioni. Di queste, quelle dispari sono esclusivamente strumentali, quelle pari vedono il tenore intonare i versi tedeschi; tuttavia, in questo schema (uno degli elementi che ci fa pensare alla dedica a Britten e alla forma teatrale tanto amata dal britannico di quadri separati da interludi) poi si articola in diverse combinazioni, sfruttando appieno l'organico – voce, chitarra, ensemble di otto strumenti solisti o restringendo il campo su vari abbinamenti. Si costruisce – fra riferimenti al classicismo, al Lied romantico e alle varie tendenze del Novecento – una vera e propria drammaturgia, che aspetta solo di essere liberata dalla pietra michelangiolesca. Tanto più che non si tratta di una drammaturgia tradizionale, ma di un percorso interiore, un viaggio psicologico in sé e ne confronto con l'altro, l'esterno, la vita e la morte; un viaggio iniziatico, come suggeriscono i versi ricchi di simbolici richiami alla natura e al mito classico, come si percepisce nella scrittura tormentata, frammentata, pervasa da un anelito al canto che sembra realizzarsi solo nella dissoluzione dell'epilogo verso il silenzio.

Stefania Bonfadelli è musicista, già cantante, ma soprattutto oggi si dimostra vera donna di teatro e costruisce uno spettacolo che inchioda alla sedia un pubblico dall'anagrafe eterogenea ma tendenzialmente bassa, suscita copiosi applausi, lascia molto da pensare per la chiarezza e la ricchezza dei richiami simbolici e dei legami con note e parole. Da un lato, dietro una porta/cornice (difficile non pensare al varco etrusco fra aldilà e aldiquà custodito al Museo civico), stanno il direttore Marc Niemann gli otto strumentisti dei Dresdner Symphoniker (quintetto d'archi, clarinetto, corno e fagotto), dall'altro il letto dove un uomo (Alessandro Pasini) si tormenta; sul letto si aprono due finestre, la vita e la morte, il maschile e il femminile, lo yin e lo yang, le due anime dell'essere umano e gli opposti che lo condizionano (Emma Bali e Bernardo Messeri), a cavallo fra la cornice e il letto, fra due dimensioni, il chitarrista Jürgen Ruck e il tenore Leonardo Cortellazzi. Di volta in volta ciascuno sembra incarnare i pensieri dell'uomo o entrare in relazione con essi; gli abiti bianchi e l'essenzialità eloquente degli spazi accolgono i legami soffocanti delle corde, l'acqua, i petali di fiori e i fiori stessi, dimensioni reali e claustrofobiche, astratte libertà. Le due anime dietro le finestre disperdono gocce di liquido e colore verso l'alto o tendono funi che avviluppano l'uomo; questi si bagna con un piccolo secchio, infine scopre il suo giaciglio tutto fiorito. Ogni elemento si collega a Henze e Hölderlin e contribuisce a tessere una drammaturgia tesa e netta, articolata in sintonia con la struttura di simmetrie e varianti su cui si basa Kammermusik.

Alla fine di tre quarti d'ora di vero teatro musicale, il successo coinvolge tutti gli interpreti: una menzione speciale va a Leonardo Cortellazzi, già ben noto per altro repertorio e ora notevole liederista sulle orme di Peter Pears, e all'intenso Jürgen Ruck, ma non bisogna dimenticare che la locandina è ben completata da Gianni “Giaccio” Trabalzini (disegno luci), da Federica Angelini e Luca Luchetti (scene), Marifrancesca Biasella e Linda Lovreglio (costumi), Domenico Franchi (coordinamento artistico di scene e costumi), Nicolò Cantara (maestro sostituto e alle luci), Giacomo Marghenti (maestro di palcoscenico), studenti dell'Accademia di Belle Arti di Macerata che collabora come l'Accademia per l'Opera di Verona. Tutti contano, al Cantiere.


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