L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Mozart undicenne e latino

di Francesco Lora

Con Apollo et Hyacinthus prosegue il progetto del Teatro La Fenice sulle opere giovanili del Salisburghese, mediante la lettura musicale di Andrea Marchiol, quella teatrale di Cecilia Ligorio e le voci di Krystian Adam, Barbara Massaro, Kangmin Justin Kim, Raffaele Pe e Danilo Pastore.

VENEZIA, 15 ottobre 2022 – Nel 1767 Wolfgang Amadé Mozart aveva undici anni ma aveva già viaggiato e lavorato in Germania, Belgio, Francia, Inghilterra, Olanda e Svizzera: era insomma ormai più un esperto compositore e virtuoso professionista che un bambino prodigio degno di momentanea curiosità. Nessuna sorpresa, dunque, che il principe-arcivescovo di Salisburgo e l’Università cittadina, rispettivamente, gli affidassero quell’anno la composizione di due partiture: l’atto I della Schuldigkeit des ersten Gebots (“L’obbligo del primo comandamento”) e Apollo et Hyacinthus seu Hyacinthi metamorphosis (“Apollo e Giacinto ossia La metamorfosi di Giacinto”). Furono i suoi due primi lavori di carattere drammatico, e in essi il linguaggio mozartiano figura già ben formato. Quanto alla Schuldigkeit, si tratta di un Singspiel spirituale in lingua tedesca, condiviso, per gli altri due atti, musicalmente perduti, con gli adulti Michael Haydn e Anton Cajetan Adlgasser: papà Leopold alleviò il lavoro di Wolfgang Amadé componendogli i recitativi. Quanto ad Apollo et Hyacinthus, si tratta invece di un prologo e tre atti in lingua latina, utili a essere inseriti, a mo’ di intermedi, tra i cinque atti di un dramma di parola accademico: Mozart vi provvide per intero, con sempre più trascurabili interventi del padre. Di questo secondo, piccolo ma eloquente gioiello si è ricordato il Teatro La Fenice di Venezia, nel corso del suo tacito ma continuativo progetto di riprorre le rare opere giovanili di Mozart: cinque recite, dal 7 al 15 ottobre, nella sala del Malibràn.

Dal punto di vista teatrale, la regista Cecilia Ligorio ha presieduto l’approntamento di scene, costumi e luci assegnato alla locale Accademia di Belle Arti. Ne è uscito uno spettacolo attento alla recitazione, semplice nelle strutture e nel messaggio, ove basta sottrarre la trabeazione alle pareti della delimitante scenografia affinché l’edificio crolli, l’azione precipiti e abbia luogo, benché in economia di mezzi, un vero coup de théâtre.

Ottima la lettura musicale. Andrea Marchiol, concertatore alla testa dell’orchestra della Fenice, non si perde in capricci esecutivi, ma procura ciò che sempre si vorrebbe trovare nell’ascolto di questo repertorio, vale a dire fraseggi naturali, energici e non mai sulle uova, variazioni distribuite ai giusti luoghi e pertinenti quanto a stile, infine recitativi secchi sostenuti sempre dalla coppia di clavicembalo e violoncello (così stimolando i cantanti a darsi da fare nella chiarezza di pronuncia, nel ritmo di elocuzione e nei chiaroscuri espressivi, ossia nel divenire attori) anziché finire spappolati nell’antifilologia della microstrumentazione (quella che, con lo spezzettare il basso continuo fra una girandola di strumenti diversi, procura alle voci non una base affidabile, bensì sabbie mobili). Unico bemolle: i tagli nei recitativi stessi, tanto più insensati in quanto pochi e utili ad abbreviare di una manciata di minuti uno spettacolo di appena un’ora e mezza.

Tanto referenziata quanto impegnata e persuasiva la compagnia di canto, dal rigoroso e signorile Oebalus del tenore Krystian Adam alla fresca e trepidante Melia del soprano Barbara Massaro, e dal virtuosistico e smaliziato Hyacinthus del sopranista Kangmin Justin Kim al puntuale ma insinuante Zephyrus del contraltista Danilo Pastore. Il latino non costituisce certo un ostacolo per l’interprete e il pubblico del teatro d’opera internazionale. L’unica perplessità ricade sul più pubblicizzato della squadra, ossia, nella parte di Apollo, l’altro contraltista Raffaele Pe: ciò si ha a causa del suo consueto tirare via nella nitidezza di dizione, a causa delle fratture tecnicamente non ben sanate tra i diversi registri vocali – con conseguenti asprezze d’emissione e rischi nell’intonazione – nonché a causa di quel vezzoso birignao alla maniera di un flemmatico countertenor da cantoria inglese anziché a quella di un assertivo falsettista da palcoscenico italiano.


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