L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

L'ultima prima

di Roberta Pedrotti

Lohengrin è l'ultima produzione a debuttare nella sala del Bibiena prima della chiusura per i lavori che porteranno per qualche anno il Comunale di Bologna fuori dalla sua sede storica. Con la direzione di Asher Fisch si apprezza soprattutto la coppia antagonista formata da Lucio Gallo e Ricarda Merbeth.

BOLOGNA 13 novembre 2022 - L'ultima prima. Se ne parlava ormai da tempo ed è giunto il momento di salutare la sala del Bibiena, con la speranza che l'ottimismo delle autorità sia ben riposto e si possa tornare in sede nel giro di pochi anni (tre o quattro, si dice). Prima di trasferirsi all'EuropaAuditorium per La traviata e poi in Fiera, l'arrivederci si celebra con un titolo emblematico nella storia del Comunale, il Lohengrin che ebbe qui la prima italiana nel 1871, quando mai un'opera di Wagner era apparsa nel nostro Paese.

Mancava da vent'anni esatti, dal novembre del 2002, quando a dirigerla c'era Daniele Gatti con la regia di Daniele Abbado. Allora come oggi Telramund era Lucio Gallo, che si è confermato, nonostante il trascorrere del tempo, un interprete autorevolissimo che trova nell'antagonista del Cavaliere del Graal uno dei suoi personaggi d'elezione. Altero, orgoglioso, subisce l'influenza di Ortrud senza esserne succube e disegna un personaggio forte e ben calibrato.

Sul podio troviamo Asher Fisch, che propone un Wagner asciutto, agile, lucido e ben teso nella narrazione, con l'orchestra che lo segue solerte senza soverchiare il palcoscenico e giocando piuttosto su colori traslucidi contrapposti alle ombre del mondo di Ortrud e alla solennità delle scene d'assieme. Ottima anche, in tutte le sue sezioni, la prova del coro preparato da Gea Garatti Ansini, ben presente e ben tornito nel suono e nell'articolazione.

Un po' meno interessante lo spettacolo di Luigi De Angelis della compagnia Fanny & Alexander, con la drammaturga e costumista Chiara Lagani. Risulta tutto un po' anonimo e asettico, fra il cigno proiettato, le tribune e i banchi di giudici e imputato a far da cornice scenica. Semmai, sembra un mero e superfluo riempitivo la presenza di un Wagner (Andrea Argentieri) che, invecchiando di atto in atto, prima sogna, poi concepisce e infine ascolta la sua opera; parimenti, non disponendo di un tenore che sia esattamente il prototipo fisico del principe azzurro e del cavaliere senza macchia e senza paura, fargli percorrere su e giù la scena scalzo e in pigiama all'inizio del terzo atto non è parsa un'ottima idea. Purtroppo, Vincent Wolfsteiner non è nemmeno l'elemento di spicco del cast, non potendo vantare il canto aulico e poetico che ci aspetterebbe per Lohengrin né la tenuta negli acuti e nell'arco dei tre atti, con più di un segno di stanchezza nel cruciale racconto del Graal.

Si impone, invece, l'ottima Ortrud di Ricarda Merbeth, che senza un minimo cedimento sfodera un metallo lucente negli acuti, tutta la feroce potenza, arcana e luciferina, all'occorenza melliflua di un personaggio coevo della Lady Macbeth di Verdi (1947 la prima versione, mentre Lohengrin debutta nel 1850) e memore dell'Englatine dell'Euryanthe di Weber (1823). Azzeccata è anche la contrapposizione con l'Elsa liliale di Martina Welschenbach, dal canto dolce e dal timbro chiaro e luminoso. Nei panni di Heinrich der Vogler è sempre un piacere ritrovare la classe e l'esperienza di Albert Dohmen, mentre Lukas Zeman non è forse il più autorevole degli Araldi, ma assolbe bene al suo compito, così come i nobili brabantini Manuel Pierattelli, Pietro Picone, Simon Schnorr e Victor Shevchenko e i paggi (qui dame) Francesca Micarelli, Maria Cristina Bellantuono, Eleonora Filipponi e Alena Sautier. Simone Cetera e Alessandro Antonino si alternano nei panni del piccolo Gottfried.

Alla fine applausi per tutti. E soprattutto applausi al Comunale nella sala del Bibiena: augurando tanti successi nelle nuove sedi e un pronto rientro a casa.


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