L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

La virtù degl'anni e la voluttà del soglio

di Roberta Pedrotti

La Rete Lirica delle Marche apre in grande stile la sua stagione con un Macbeth firmato in comune freschezza d'energie dal novantaduenne regista Pierluigi Pizzi e dal ventiseienne concertatore Diego Ceretta. Nel cast s'impone la Lady di Lidia Fridman e in buca è ottima la prova della Form, orchestra che parte condannata all'agonia dalla "voluttà del soglio".

FERMO, 12 novembre 2022 - La natura sembra non voler lasciare in pace le Marche, con questa inaugurazione della stagione 2022 della Rete lirica regionale aureolata di scosse sismiche lungo la cosa. Nemmeno gli esseri umani, a dire il vero, si tirano indietro, sia su scala più ampia per varie distrazioni ecologiche e infrastrutturali i cui risultati si vedono nel clima e nelle calamità, sia, nell'ambito locale, per una politica culturale (o un'assenza della stessa) che si sta traducendo nella paralisi di due delle principali istituzioni musicali marchigiane: lo Sferisterio è ancora in cerca di un nuovo sovrintendente, così come dopo oltre un anno di stasi amministrativa è in via di commissariamento la Form, orchestra filarmonica marchigiana. Il tutto mentre incombono le scadenze per le domande al FUS e manca del tutto – o quasi – una programmazione artistica.

Eppure, e fa quasi più rabbia, nelle Marche si vedono e si sentono cose molto belle, e se lo scorso anno la stagione della ripresa dopo le chiusure del 2020, con i relativi recuperi, non aveva esattamente entusiasmato, fra La bohème e L'italiana in Algeri (qui si parlò della Bohème e qui dell'Italiana in Algeri), oggi la partenza è davvero in grande stile con un bel Macbeth, guarda caso titolo che punta l'indice sulle dinamiche del potere, fra dimensione umana, naturale e sovrannaturale.

Ha tanti assi nella manica, questo Macbeth, primo fra tutti nelle età non anagrafiche ma di spirito. Quante volte ci si fa scudo della gioventù per annunciare un fenomeno o giustificare una carenza? Eppure l'età non è che una variabile che di volta in volta può contestualizzare un'interpretazione nell'esperienza o nell'inesperienza o nell'inesperienza, nei mezzi e nella tecnica acerbi, maturi, sfioriti. Ma quel che conta poi è ciò che si fa, l'animo con cui lo si fa. A novantadue anni Pierluigi Pizzi ha ormai distillato la sua estetica in un tratto sempre più essenziale: se ricordiamo le cornici gotiche di uno dei suoi storici Tancredi, le rivedremo qui, geometriche, lucide e nere come quinte di una scena che si compone solo di un praticabile e di una serie di proiezioni (un buon lavoro di Matteo Letizi), nubi dorate o rosse al tramonto, o grigie di tempesta e compianto, fiamme evocate dalle streghe a circondare le apparizioni. Costumi tutti neri, con qualche pennellata di rosso regale e la sola Lady che si distingue fra il bianco spettrale, il color fiamma e sangue, un soprabito di tenebra, nel finale secondo una corona abbagliante.

Con spirito fresco ed entusiasta e classe eterna, Pizzi bagna allegramente il naso ad altri colleghi più giovani che pure vorrebbero fare di una cifra estetica il loro tratto distintivo. Questo perché non si compiace di sé stesso, al contrario inserisce e reinventa i riferimenti iconografici (Blake, Füssli) con la naturalezza che non ostenta la cultura, con sapienza che non si fa tronfia erudizione. Saranno pure tre maschi all'anagrafe i mimi che si staccano dal coro delle streghe per incarnare le Fatidiche Sorelle shakespeariane, ma quel che conta è che siano figure ambigue, serpentine, sfuggenti, che giustamente Banco vorrebbe dir donne ma non sa come definire. Intorno a loro si costruisce la dimensione sacra e mitica del dramma eterno del potere, con un'azione che non perde mai il ritmo anche quando oggettivamente si rallenta, proprio perché anche nella lentezza c'è un pensiero, un'intensità visiva, sì, ma non vacua. E possiamo anche esultare nel vedere, una volta tanto, i seguaci di Malcolm e Macduff con i rami in mano: eludere una didascalia non è certo un male di per sé e dovrebbe essere un male nemmeno seguirla.

Abbiamo accennato ai costumi della Lady, al suo spiccare nel contesto. È chiaro che Pizzi abbia trovato in Lidia Fridman, nel suo pallore, nelle chiome rosso dorate, nella silhouette lunga e sottile, l'interprete perfetta del suo spettacolo, sinuosa e velenosa, sensuale o gelida, sembra davvero una creatura che emerge dal mondo delle streghe e in esso rientra, incarnazione dello spirito del male e dell'ambizione che senza requie intossica il ciclo della storia. Recita come se la visione del regista fosse una sua seconda pelle (altra esultanza per la lettura della lettera che torna sulle legittime labbra del soprano) e canta, al debutto nella parte, con lampante sicurezza e grande intensità. Il colore strano, incupito dei gravi ben si attaglia al personaggio, né pregiudica gli acuti; declamato e cantabile hanno la giusta incisività, le cabalette l'impeto necessario (peccato solo il taglio della ripresa ove prevista). Gli unici dubbi che possono sorgere non riguardano questa recita, anzi, al contrario il rischio che il successo la intrappoli come specialista della Lady e che ciò che giova qui possa alla lunga nuocere alla sua salute vocale. Intanto, però, a Fermo ci si spella felicemente le mani per lei.

Gezim Myshketa al suo fianco è un Macbeth dalla voce sana, bella e robusta, capace anche di cantar piano, sebbene più spesso il temperamento lo porti a strafare perdendo di vista la nobiltà dello stile verdiano.

Troviamo poi come Banco il prestante Gianluca Margheri, un po' a disagio nell'aria che pare al di sopra delle sua caratteristiche vocali. Una (relativa) sorpresa è Matteo Roma come Macduff in transizione da Rossini a un repertorio più lirico: la voce è sempre bella e soprattutto conserva una punta e una proiezione che lo fanno spiccare nei concertati, ma il consiglio è di fare attenzione alle troppe vocali incupite e alterate, come per voler aggiustare il suono in questa evoluzione. Giuseppe Settanni è Malcolm; Melissa D'Ottavi una Dama di bello smalto, così come colpisce l'emissione morbida e ricca di William Corrò multiforme nei panni domestico, sicario, araldo, medico e prima apparizione. Francesco Campoli e Giovanni Lanzarone (quest'ultimo anche in scena come Fleanzio) sono le altre due apparizioni preparate da Damiano Fabbri dell'associazione Incanto. Non convince del tutto, invece, il Coro del Ventidio Basso, non sempre al meglio per precisione e compattezza timbrica.

Sul podio, Diego Ceretta (classe 1996) è un'altra dimostrazione che sono i fatti e non l'età a costituire un valore, ma che pure la nuova generazione sia feconda di bei talenti musicali – diremmo con una certa sicurezza: ben più della precedente. Si avverte subito il controllo di una chiara visione d'insieme, l'equilibrio fra tutti gli elementi, la padronanza tecnica messa al servizio del teatro. Oltre ai tagli citati nelle cabalette, dispiace rinunciare ai ballabili e a “Ondine e silfidi”, ma in questo caso è chiaro si tratti di causa di forza maggiore per una produzione di circuito regionale che non dispone di corpo di ballo; per il resto, si tira un sospiro di sollievo nel sentire comunque solo musica della seconda versione dell'opera e non gli probabili ibridi che ultimamente sembravano tornati di moda. E là dove qualcosa si potrebbe dire della concertazione di Ceretta, si tratterebbe non di appunto ma di confronto su alcune idee interpretative – per esempio certi rallentandi nel primo duetto della coppia protagonista – o di una ricerca del contrasto e del dettaglio prezioso che l'esperienza può rendere più fluido e naturale, raggiungendo, insomma, la sprezzatura con cui Pizzi ammanisce i suoi colti riferimenti. Bisogna, poi, rimarcare l'ottima prova dell'orchestra, la tinta verdiana cupa ma non uniforme né ispida individuata con la Filarmonica marchigiana in un tempo di prove necessariamente breve, dato che solo una settimana prima gli stessi erano alle prese con I Capuleti e i Montecchi a Jesi (l'attività dell'orchestra al momento sembra quasi solo “a chiamata esterna” per produzioni liriche, non essendoci un cartellone proprio in assenza di direzione artistica e musicale). E allora, nel dire ancora una volta “bravo” a Ceretta, lodiamo la Form e soffriamo per essa, vedendo come si stia gettando alle ortiche il lavoro di costruzione del suono realizzato negli ultimi due anni. Chi ricorda la stessa orchestra allo Sferisterio nelle estati precedenti? Routine, anche piuttosto anonima, a cui era facile guardare con sufficienza per spettacoli all'aperto. Quest'estate l'impressione è stata ben diversa, senza dover ricordare la qualità dei concerti sinfonici più recenti. Due anni di direzione principale (Alessandro Bonato) che fa il suo dovere, costruisce un'identità, sviluppa il repertorio, ridà vita all'orchestra e poi un consiglio d'amministrazione che non risponde sul rinnovo delle cariche o su nuove nomine anche ben oltre le date di scadenza, fino ad arrivare a una catena di dimissioni e alla necessità di un commissariamento. Ora tutto è in mano alla Regione Marche che dovrebbe dimostrare di avere a cuore una delle sue migliori realtà musicali, di riconoscere il lavoro svolto negli ultimi anni e non ragionare solo in termini di rapporti politici e di potere. Macbeth docet, la voluttà del soglio non porta fortuna.

Per ora, usciamo dal bel Teatro dell'Aquila di Fermo con la gioia di aver assistito a un'ottima produzione accolta con entusiasmo da un pubblico giustamente emozionato per la “sua” prima. La gioia ha, però, un retrogusto amaro, nel timore e nel presagio che tutto questo possa perdersi presto.


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