L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Fuori dagli schemi

di Roberta Pedrotti

La stagione del Teatro Grande di Brescia si chiude con un'intrigante produzione di Don Carlo, in cui spiccano le prove di Carlo Lepore, Paride Cataldo e Laura Verrecchia, la sintonia fra la direzione di Jacopo Brusa e la regia di Andrea Bernard, che suscita costruttive discussioni.

Leggi anche:

Pavia, Don Carlo, 19/11/2023

Piacenza, Don Carlo, 12/12/2023

Modena, Don Carlo, 05/11/2023

BRESCIA, 1 dicembre 2023 - Prima annotazione di cronaca, per seguire un filo che da Osimo è passato a Fano e ora a Brescia: la prima di Don Carlo al Teatro Grande non è una recita riservata alle scuole o a una determinata fascia d'età, è una serale anche piuttosto lunghetta (il tutto sfiora le quattro ore), eppure, uscendo, si incrociano torme di ragazzini anche preadolescenti che commentano animatamente quello che hanno appena visto o sentito. E in sala se volava una mosca o si accendeva il monitor di un cellulare, non era certo per dei minorenni.

Si può sperare, e non solo perché qualcosa di buono, anche molto buono, nelle nuove generazioni c'è, ma anche perché dall'altra parte istituzioni come OperaLombardia hanno dimostrato di saper operare con coraggio e intelligenza. Perché, diciamocelo, all'annuncio dei titoli di questa stagione la domanda sorgeva spontanea: “Un altro Don Carlo? Dopo quello emiliano? Alla vigilia di quello della Scala? Ma sono pazzi? Che fantasia...” Eppure, sì, la cosa ha funzionato, prima di tutto perché non si è trattato di una competizione: senza chiamare in causa gli sfarzi ambrosiani prossimi al debutto, l'Emilia punta su un cast di collaudatissima virtù verdiana, quasi esclusivamente madrelingua (tanti Don Carlo, tutti nella versione italiana in quattro atti) in una cornice ben decorata; i lombardi invece scelgono la strada di una proposta inconsueta e magari spiazzante. E fa bene, al di là di possibili distinguo, proprio perché dà modo di pensare, di discutere, anche di contestare, ma mai di appisolarsi in una quieta “serie B”.

Già scorrendo la locandina due nomi almeno balzano all'occhio e possono stupire. Carlo Lepore, un Don Bartolo e Don Magnifico per eccellenza dei nostri giorni, è Filippo II, l'ostica, complessa, temuta parte dell'infante è affidata a un finora pressoché ignoto Paride Cataldo. Eppure nel cast proprio loro sono indubbi punti di forza. Lepore fa leva non solo su una voce di bel timbro e autentica natura di basso, ma anche sulla cura dell'accento e della misura nella parola cantata che proprio la frequentazione del repertorio buffo sembra aver affinato nel tempo, tanto da rendere questo debutto tanto sorprendente quanto persuasivo. Cataldo, per ovvie ragioni d'anagrafe, non può vantare arte altrettanto affilata dall'esperienza, ma possiede già la saggezza per affrontare con coscienza gli scogli della parte. Per tecnica e qualità vocali si tratta senz'altro di un elemento molto promettente che speriamo possa crescere senza bruciare le tappe: ben venga, intanto, questo debutto, in una situazione propizia e con esito felice. Anche quello di Laura Verrecchia è un primo approccio verdiano, in una giovane carriera prevalentemente belcantista, che non passa inosservato: sicura, ben timbrata e temperamentosa, la sua Eboli guadagna meritatissimi applausi. Anche nel suo caso, periamo che il debutto le porti fortuna senza buttarsi subito a capofitto nel repertorio più drammatico.

Posa vigoroso e irruente. Angelo Veccia è invece un habitué di Verdi e del secondo Ottocento, una sicurezza ben nota nei teatri lombardi. Verdiana per vocazione è, da sempre, pure Clarissa Costanzo, altra giovane artista alla sua prima Elisabetta di Valois. L'importanza dei mezzi è evidente soprattutto nella facilità dei registri grave e centrale, ampi e morbidi, mentre potrebbe migliorare negli acuti, che, specie se filati, rischiano di perdere qualità.

Il Grande Inquisitore di Mattia Denti si impone per la secca durezza e per l'adesione all'idea registica che lo vuole implacabile nel suo essere quasi sempre bloccato sulla sedia a rotelle da cui leva a malapena il braccio tremante. E se sulla scena il timbrato Frate di Graziano Dallavalle si muove per lo più in disparte, il Tebaldo di Sabrina Sanza diventa una sorta di spietata kapò, Raffaele Feo unisce bene il Conte di Lerma e l'araldo in uno zelante pretino e la soave Erika Tanaka prima di essere Voce dal Cielo era stata la Contessa d'Aremberg, brutalmente giustiziata e non esiliata, condannata ad aggirarsi come uno spettro a moniti in una tirannide violenta.

La violenza, psicologica ma anche assai esplicita, è infatti la cifra distintiva della regia di Andrea Bernard (scene di Alberto Beltrame, costumi Elena Beccaro, luci Marco Alba), che porta all'estremo l'oppressione che grava su ogni personaggio all'infuori dell'Inquisitore. La boiserie di eleganti interni non nasconde fari, telecamere e schermi, non tenta nemmeno di mascherare un eterno homo homini lupus dove le donne sono oggetti di scambio e sollazzo e per sopravvivere Eboli deve farsi tigre. Mette molta, moltissima carte al fuoco, Bernard, a partire dalla struttura ciclica dell'azione, che si apre nel chiostro di San Giusto con un Don Carlo che pare accusato (e accusarsi) d'omicidio e si chiude nello stesso luogo con Filippo II che accidentalmente (?) colpisce la moglie con un colpo di pistola nella concitazione del finale. Una scelta dalle molteplici, possibili interpretazioni, ma sempre nel segno di una visione quantomai oscura e pessimista, brutale, accanita in maniera senz'altro significativa soprattutto sugli occhi, strappati a viva forza alla povera Aremberg come al deputato fiammingo condannato per eresia. E non sembra peregrino pensare che la suggestione venga, oltre che dal controllo ossessivo del regime, dalla cecità fisica dell'Inquisitore e dalla realtà storica di Eboli resa monocola da una caduta da cavallo. I riferimenti, i dettagli sono senz'altro molti, moltissimi, forse perfino troppi, come spesso capita con gli spettacoli di Bernard: interessanti, ricchi di stimoli, coraggiosi e spesso estremi, ma che lasciano con interrogativi più che con una sensazione di piena compiutezza del messaggio.

Eppure, proprio il fatto di essere uno spettacolo provocatorio, problematico ma non gratuito costituisce la sua forza. Perché la collaborazione fra tutti gli artisti è sempre coerente, come dimostra l'ottima sintonia fra la scena e la direzione assai accurata di Jacopo Brusa, che può contare su un'orchestra dei Pomeriggi musicali concentratissima e puntuale al pari del coro OperaLombardia preparato da Massimo Fiocchi Malaspina. Ogni scelta dinamica, ogni scarto agogico ha una corrispondenza visiva e nel contempo sostiene affettuosamente il canto.

Senza pretendere di proporre il Don Carlo del secolo, OperaLombardia ha scelto comunque di esporsi e dire la sua, sfruttare i propri mezzi e le proprie peculiarità sporcandosi anche le mani, rischiando, ma senza fare il passo più lungo della gamba. E così il pubblico l'ha accolto, senza cercare il Don Carlo del secolo. Di questo siamo grati, anche di essere usciti discutendo sereni e appassionati dell'opportunità di posizionare il coro lassù in fondo e la voce dal Cielo quaggiù in proscenio o su mille altre scelte e dettagli. È anche per questo che val la pena andare all'opera.


Vuoi sostenere L'Ape musicale?

Basta il costo di un caffé!

con un bonifico sul nostro conto

o via PayPal

 



 

 

 
 
 

Utilizziamo i cookie sul nostro sito Web. Alcuni di essi sono essenziali per il funzionamento del sito, mentre altri ci aiutano a migliorare questo sito e l'esperienza dell'utente (cookie di tracciamento). Puoi decidere tu stesso se consentire o meno i cookie. Ti preghiamo di notare che se li rifiuti, potresti non essere in grado di utilizzare tutte le funzionalità del sito.