L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Il sacro mozartiano

 di Stefano Ceccarelli

Manfred Honeck torna sul podio dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia con un concerto tutto dedicato a Mozart: la Sinfonia n. 40 e la Messa in do minore.

ROMA, 25 febbraio 2023 – Il maestro Manfred Honeck, assiduo frequentatore del palco della sala Santa Cecilia, torna nei cartelloni dell’Accademia con un concerto monografico dedicato a Wolfgang Amadeus Mozart. Nel primo tempo il direttore si cimenta con la Sinfonia n. 40 in sol minore K 550, di cui propone una resa espressiva e ricca di sfumature. Honeck, infatti, disponendo degli eccellenti orchestrali dell’Accademia, riesce a fare un lavoro di fino sulla sinfonia, come si è notato nel primo tempo. Il celeberrimo tema ansante degli archi, con cui si apre il Molto allegro, è dosato nelle dinamiche e nell’agogica fin nei minimi particolari: l’orchestra si increspa e rientra, in un sussulto continuo, creato dalle sensibili variazioni volumetriche - e così per tutto il resto del movimento. Gli effetti drammatici non sono raggiunti, però, dal mero volume orchestrale, quindi, ma dal chiaroscuso sonoro creato dalla giustapposizione di questi sussulti con il resto dello sviluppo tematico, controllato con grande maestria da Honeck, che non si lascia mai andare ad un’agogica eccessivamente caricata. La sensibilità cromatica di Honeck, del resto, si gode appieno anche nell’Andante, pure increspato, nella sua composta tranquillità, da sbalzi ritmici. Nel Menuetto, anch’esso caratterizzato da un certo piglio drammatico, rimangono piacevolmente impressi i passaggi bucolici della sezione del trio. Conclude la sinfonia un’intensa resa dell’Allegro assai, in cui Honeck valorizza lo slancio puramente vitalistico della musica mozartiana.

Il secondo tempo è dedicato alla Messa in do minore per soli, coro e orchestra K 427. Ultima del ricco catalogo di messe del salisburghese, la Messa in do minore, rimasta incompiuta, possedeva per Mozart un significato che andava oltre l’omaggio sacro a Dio. Tale composizione, infatti, costituiva, da una parte, un dono nuziale per l’amata sposa Constanze e, contestualmente, un ‘biglietto da visita’ in grande stile per il rientro del compositore a Salisburgo, dopo che Mozart l’aveva lasciata praticamente fuggendo e disobbedendo ai suoi obblighi presso l’arcivescovo Colloredo, suo sgradito feudatario. Rientrato a Salisburgo in una situazione di quasi illegalità, Mozart vuole ripulire la sua immagine con una messa imponente, di cui Honeck coglie innanzitutto il suo senso intimamente sacro, oltre ad esaltarne la poderosa architettura. Pare un’ovvietà quella di dire che un direttore dovrebbe cogliere il senso sacro di una messa; eppure, non è proprio qualcosa di automatico. Molti dei brani che vengono proposti ad un pubblico contemporaneo sono profondamente decontestualizzati rispetto all’occasione per cui vennero pensati; in fin dei conti, in una sala da concerto non ci si viene per assistere ad una messa, ma per godere di una musica eterna perché, appunto, accuratamente musealizzata - il che vuol dire, insomma, eseguita. La bravura di Honeck, in questo caso, sta nell’aver ricercato di rendere più verisimile possibile la sacralità della musica mozartiana, senza obliarne la drammaticità: sta in questo, forse, anche la scelta della Sinfonia n. 40 come apertura della serata. Ciò che fa Honeck, dunque, è abbandonarsi alla bellezza della musica mozartiana, cercando di avere sempre di mira il senso sacro di questa bellezza. Si tratta dello stesso ‘paradosso’ di molta musica sacra di Rossini: rendere omaggio a Dio con lo stesso linguaggio con cui si esaltano le passioni umane sul palcoscenico. In tal senso, Honeck lascia cantare, con ieraticità, la pura ispirazione melodica mozartiana. Esempio magnifico è l’aria «Et incarnatus est» eseguita magnificamente da Rosa Feola, la cui voce cristallina si libra sopra un’impasto dolcissimo di legni ed archi, disegnando l’indimenticabile linea melodica, ingentilita da figurazioni e abbellimenti . La Feola è certamente l’interprete migliore della serata, anche perché la sua voce limpida, magistralmente controllata dall’interprete, rende come meglio non si potrebbe la prima parta sopranile. La seconda, invece, è sostenuta da Lea Desandre, dotata di un timbro terso, ma di una voce più contenuta di quella della Feola; la Desandre si lascia apprezzare, per la sgranatura dei passaggi e le messe di voce, nel «Laudamus te». La parte del tenore è sostenuta da Mauro Peter, dotato di un timbro deciso e brunito, ove invece quella del basso è affidata a Patrizio La Placa, che si distingue nettamente per pulizia del fraseggio e volume vocale. I quattro solisti regalano uno smagliante «Benedictus», frutto della sapienza contrappuntistica della penna mozartiana. Altro protagonista centrale della serata è il coro dell’Accademia, il quale, ancora una volta, regala una performance a dir poco mozzafiato. Lo si nota fin da sùbito, in apertura, nel «Kyrie, eleison», dove il coro vibra di intensa drammaticità; ma si rammentino, pure, i passaggi di intensa perorazione nel «Qui tollis», infammezzati da momenti in cui il coro riesce a creare un commovente filato in unisono; o al potente «Credo», che si erge giubilante. Honeck sa tenere assieme tutti questi sentimenti, il sacro espresso in forma di profano; e si merita gli applausi del pubblico, copiosi e convinti.


 

 

 
 
 

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