L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Cogliere l'attimo

di Roberta Pedrotti

A Firenze, dopo Ravenna e Rovereto, un bel concerto beethoveniano diretto da Giovanni Antonini festeggia i dieci anni della Theresia Orchestra. Ottimo il violino solista di Dmitry Smirnov.

FIRENZE 27 febbraio 2023 - È una serata particolare a Firenze: la Fiorentina gioca in casa, il ribaltamento di un tir paralizza il traffico in zona Leopolda, alle 19 arriva la notizia delle dimissioni di Alexander Pereira. E, alle 20 c'è il concerto al Teatro Goldoni, inserito nel calendario del Maggio e dunque non immune dai mormorii e dai commenti generati dalla notizia dell'ultim'ora.

L'occasione, però, è festosa e la musica spazzerà via tutto. Nel 2023 si festeggiano i dieci anni della Theresia Orchestra, complesso giovanile specializzato in esecuzioni storicamente informate. Il programma è fitto, internazionale come l'organico, che raduna musicisti fino ai 28 anni provenienti da tutto il mondo, da Taiwan all'Ungheria al Costarica. Oggi è la volta di Beethoven, con un impaginato che si inquadra nel tema goethiano del Carnevale del Maggio con l'ouverture dell'Egmont, seguita dal concerto per violino e orchestra in Re maggiore op. 61 e dall'ottava sinfonia.

Sul podio, Giovanni Antonini rende immediatamente chiara la sua visione. Le prime battute di Egmont attirano l'attenzione; sappiamo di trovarci di fronte a un'esecuzione improntata a criteri storicamente informati, ma, pure, l'abitudine sobbalza e si scuote di fronte a queste arcate, a queste sonorità che un primissimo impatto potrebbe percepire più secche, sferzanti. Bene, Antonini e l'orchestra hanno svegliato il nostro interesse: ora devono dimostrare di meritarlo, devono convincerci. Lo fanno eccome, perché di battuta in battuta è sempre più chiaro che non ci sia nessuna scelta di facciata, nessuna moda o semplice volontà di rivestire una patina antica per distaccarsi dalla tradizione; viceversa c'è convinzione, c'è coerenza estrema. Non c'è la corsa in tempi frenetici, bensì un respiro ben dosato e consequenziale in cui queste sonorità snelle e asciutte dimostrano, con il gesto del concertatore, una fisicità potente, che si basa sui contrasti ma non li estremizza. Il crescendo, come ogni articolazione dinamica, dipana con naturalezza e fluidità contrasti anche febbrili, forte della grande qualità del piano, che non perde mai di timbro e sostanza anche quando si fa sottilissimo. Ciò va a tutto vantaggio della definizione della forma, dell'identificazione delle cellule tematiche, dalla loro elaborazione, dei loro rapporti, che questo suono netto, definito, non esangue mette in bell'evidenza. Allora, più che nelle letture “ex post” che enfatizzano il romanticismo con il senno di poi, risulta perfino più evidente l'esatta collocazione estetica, la filiazione dallo Sturm und Drang e dall'ultimo Mozart (quello della Jupiter, della Zauberflöte, ma anche della Clemenza di Tito), la prossimità con Weber, l'ispirazione futura di Wagner. Un Beethoven davvero storicamente informato può essere un Beethoven più vivo, comprensibile in rapporto al suo tempo e attuale rispetto a tante letture moderne. Certo, qualsiasi strada si scelga, è sempre fondamentale che non sia un'opzione di comodo e di superficie, ma il frutto di un'analisi e di una linea interpretativa ben precisa. Ed è quello che ascoltiamo qui, confermato di pezzo in pezzo, da questo notevolissimo Egmont al concerto per violino, che si avvale della presenza solistica di Dmitry Smirnov, perimenti impeccabile e convincente nel dipanare tecnica sicura, bella gestione delle cadenze e un gusto per il colore e la dinamica in perfetta sintonia con l'orchestra e il direttore. La padronanza dello stile, oltre alla sensibilità artistica e alla musicalità, si evidenzia poi nel contrasto con l'ipervirtuosismo novecentesco della Ballade Op. 27/3 di Yasaÿe, non solo uno sfoggio fuori programma, ma una spezia che si rivela essenziale per porre nella giusta voce questa lettura di Beethoven, prontamente confermata poi dalla Sinfonia. E qui torniamo a elogiare la freschezza entusiasta e la serietà che l'orchestra aveva già condiviso con il quasi coetaneo Smirnov (classe 1994). Proprio il carattere “antico” dell'Ottava, stretta fra le novità più eclatanti della Settima e, soprattutto, della Nona, con il ritorno del Minuetto nel terzo movimento, diventa il veicolo perché una lettura così analitica e ricercata in una prospettiva storica ne mostri anche il carattere propulsivo, la perfetta integrazione nel percorso creativo beethoveniano. Non mette una vernice barocca alle reminiscenze classiche di una partitura portata al debutto nel 1814, ma coglierne l'attimo e così, in queste reminiscenze, anche il pulsare di uno slancio impellente nella costruzione tematica, ritmica e armonica.

Il pubblico, purtroppo, non è numeroso come il concerto avrebbe meritato (forse qualche aggiustamento alla politica dei prezzi del Maggio si può pensare), ma gli applausi sono meritatamente prolungati, calorosi, segno di un ascolto attento, consapevole, gratificato dagli stimoli dell'entusiasmo, dello studio e della coerenza.


 

 

 
 
 

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