L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Sacro Rossini

di Roberta Pedrotti

La Petite Messe Solennelle alla Vitrifrigo Arena chiude il XLIV Rossini Opera Festival.

PESARO, 23 agosto 2023 - Anche quest'anno siamo giunti alla fine. Ancora con un concerto – in questo caso di musica sacra – trasmesso in diretta in Piazza del Popolo, graditissima opportunità gratuita che abbraccia un pubblico più vasto e tampona oneri e disagi della trasferta fuori città anche per i fedelissimi. Si dice che, comunque, sarà difficile abbandonare del tutto la Vitrifrigo Arena, così capiente, tuttavia è legittimo domandarsi se il gioco varrà la candela quando finirà la lunga attesa del ripristino del Palazzetto di Viale dei Partigiani, a due passi a piedi dal centro storico e dal mare. Tanti posti a disposizione, è vero, nell'Arena inizialmente accettata come ripiego, oggi più con rassegnazione e insofferenza: il fatto che il Festival si avvii alla quarantacinquesima edizione senza poter fare affidamento su spazi urbani moderni e adeguati impone una riflessione, chiede una soluzione. L'indisponibilità temporanea del Teatro Rossini è legata alla fatalità del sisma e non si può recriminare; sul permanere della chiusura per lavori di adeguamento funzionale dell'Auditorium Pedrotti invece la ferita resta aperta. E purtroppo si fa ancora fatica ad abituarsi alle ripetute rassicurazioni messe nero su bianco: continua a sembrare un sogno, una chimera l'idea di avere, dopo l'ultimo spettacolo del Rof al Palafestival nel 2005, una moderna e capiente struttura che permetta di vivere il Festival in città, come comunità, come sarebbe nella sua natura. La data promessa oggi è il 7 agosto 2024, con Bianca e Falliero, e la si segna sul calendario trepidanti.

Rientriamo, allora, per l'ultima sera di quest'estate nell'astronave extraurbana, sfogliando il programma 2024, che per l'anno di Pesaro capitale della Cultura annuncia cinque titoli e promette la riapertura del Palafestival ribattezzato Palascavolini ma non dismette, anzi riconferma per ben due produzioni, la Vitrifrigo.

Si ridà la Petite Messe Solennelle, versione per orchestra con il Prélude religieux affidato all'organo prescritto senza ricorrere alla trascrizione realizzata da Alberto Zedda. Con tutto il rispetto per la memoria del maestro, scelta più che condivisibile, sebbene, invero, Nicola Lamon alla tastiera non si ricopra di gloria, con una lettura piuttosto asettica e monocorde, tutta verticalizzata al limite della rigidità. Appare così quasi un corpo estraneo, più che una riflessione incastonata nel più ampio respiro della Messa e di questa stesura che, ricordiamolo, non è il riparo che la tradizione ha voluto raccontare come necessità onde evitare che altri provvedessero all'orchestrazione. L'edizione critica di Davide Daolmi ha chiarito che la genesi della Petite Messe Solennelle (nessun ossimoro provocatorio: la solennità è data dalla struttura liturgica, la dimensione dall'organico) è stata un processo continuo che lega una prima scrittura salottiera all'idea di una strumentazione più ampia, ma che comunque non arrivava a proporzioni sinfoniche romantiche e occhieggiava sonorità più cameristiche. Allora, soprattutto a Pesaro, ci piacerebbe si osasse un organico più snello, con i solisti pronti a unirsi al coro e l'organo al continuo. Non per questo si disprezza lo sfarzo dell'eccellente Orchestra Rai, semmai si constata che risulti impari ai risultati e al confronto il grande impegno del coro del Ventidio Basso, coscienziosissimo nella ricerca delle sfumature, ma povero di armonici e compattezza.

Sul podio, Michele Mariotti cerca una strada personale che talvolta lascia un po' spiazzati, specie nel contrasto spiccato fra un suono degli archi teso, chiaro, a tratti perfino diafano e, di contro, fiati e ottoni di rigogliosa presenza. Pare quasi voler mettere in comunicazione la concezione cameristica e una visione di più vasto sinfonismo, con uno sguardo deciso al pieno Novecento parigino, un po' di Stravinskij e un po' dei Six. Più che una chiave di lettura sembra uno spaccato di una ricerca, di un esperimento, con prospettive anche affascinanti che rimangono, però, aperte come in attesa di più compiuta ed esauriente definizione, fra momenti intriganti e altri protesi con programmatica volontà verso geometrie future.

Il quartetto vocale è ben inserito in questa lettura, che richiede una ricerca quasi spasmodica del piano e del pianissimo. Soprattutto nelle voci femminili di Rosa Feola e Vasilisa Berzhanskaya si evidenzia un taglio riservato e introspettivo estremamente misurato, quasi severo, ma non asettico. Anche Dmitry Korchak è meno tenorile nel solito, perfino nel “Domine Deus”, che evita tentazioni melodrammatiche in sintonia con le combinazioni di tagli geometrici e colori squillanti provenienti dalla buca. Giorgi Manoshvili si conferma voce di prima qualità e bella articolazione anche in questa tessitura baritoneggiante.

Gli applausi finali sono calorosi, in una platea che accoglie anche la fedelissima Senatrice Segre, il geniale inventore di tutto questo, Gianfranco Mariotti, e il direttore artistico che tanto ha saputo scoprire e osare negli anni '90, Luigi Ferrari. A lui si deve, fra tanti meriti, il debutto come tenore del suo successore, Juan Diego Flórez, che invece è stato difficile avvistare in questi giorni (non è mai mancato, invece, l'occhio attento del sovrintendente Ernesto Palacio). Ancora una volta constatiamo come il meccanismo congegnato e innescato da Mariotti con Zedda, Ferrari, Cagli e tutti i musicologi della Fondazione Rossini abbia del miracoloso: oliato ancora dopo quasi nove lustri grazie anche a uno staff tecnico e amministrativo, a una squadra (una famiglia) che dietro le quinte si rinnova mantenendo sempre altissimo il livello di efficienza e coordinamento. Anche grazie a loro il Festival è stato, è e potrà essere non solo una delle più importanti manifestazioni internazionali, ma un irrinunciabile luogo del cuore (chiedo venia se sembra retorica, ma il “mal di Pesaro” esiste eccome!) per molti. L'ultimo arrivederci, pensando già all'anno prossimo, a un cartellone in cui allettano soprattutto le abbinate Mariotti-Erath per Ermione e Spotti-Leiser/Courier per L'equivoco stravagante, in cui bramiamo il rinnovarsi del Rof che amiamo: Rossini al centro, con amore, dedizione, desiderio di non accontentarsi e lusingarsi, ma osare e sperimentare.


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