L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Il prisma di Anastasia

di Roberta Pedrotti

La violoncellista Anastasia Kobekina e il pianista Jean-Sélim Abdelmoula offrono al pubblico di Musica Insieme un articolato recital che affianca Schumann al Novecento.

BOLOGNA, 22 aprile 2024 - Anastasia Kobekina non è una musicista che passi inosservata. Alle soglie dei trent'anni, sfoggia una tecnica di tutto rispetto (non per nulla è arrivata sul podio al concorso Čajkovskij) e una personalità singolare. Interessante, seppur non facile da definire nel suo tracciare traiettorie fra stili, epoche e generi, nel suo prendere le distanze dalla consuetudine in termini di prassi e di fraseggio. Lo stesso programma che propone per Musica Insieme insieme con Jean-Sélim Abdelmoula non è solo una suggestiva antologia di pezzi per violoncello e pianoforte, ma è anche un confronto fra la ricerca creativa di Schumann nei Phantasiestücke, op. 73, destinati a una fruizione privata, e varie pagine novecentesche, che spaziano dal simbolismo enigmatico di Debussy (Sonata in re minore) alle miniature espressive oggettivate (nella stesura definitiva i titoli indicano solo numero e tonalità: 1. In mi bemolle minore – 2. In la minore – 3. In do diesis minore) dei Tre pezzi di Nadia Boulanger (1887-1979), dalla Sonata n. 2 in la minore di Mjaskovskij (1881-1950) alla generazione sovietica successiva rappresentata dalla Sonata in re minore di Šostakovič (1906 – 1975). Ottocento e Novecento, l'inquietudine di un genio dalla mente divisa e le poetiche del Secolo Breve, ma anche il filo conduttore di impianti sempre in modo minore: legami sottili, su cui Kobekina costruisce un percorso in filigrana, sempre nella prospettiva di una contemporaneità che guarda al passato attraverso il proprio prisma rifrangente. Con la complicità di un pianoforte che non rinuncia a uno slancio protagonistico, l'articolazione di Kobekina si fa talvolta anticonvenzionale, imprevista, quasi a voler sbalzare dall'intimità confortevole del salotto di casa Schumann – Wieck e nei fantasmi interiori di Robert i germi di opposti esiti futuri. Kobekina si muove con grande libertà, sollecitando anche interrogativi che la qualità dell'esecuzione e del suono acquietano e indirizzano su questioni estetiche ed esegetiche. Tanto più che, al di là delle scelte e delle doti dell'interprete, al di là delle possibili connessioni alla base del programma, l'impaginato squaderna pezzi di grande fascino. In particolare, la sonata di Mjaskovskij, dedicata al giovane Rostropovich, non si ascolta con la frequenza che meriterebbe, come del resto tutta l'opera di quello che viene considerato il fondatore ideale del sinfonismo sovietico, amico e sodale di Prokof'ev (a Bologna si ricorda la Sesta sinfonia eseguita nel 2014, poi poco – o nulla).

Il fatto, poi, che i bis tornino a Schumann e Šostakovič ribadisce l'idea di continuità impressa con forza – e un pizzico di audacia – da Kobekina e Abdelmoula.


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