L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Clair de lune

 di Stefano Ceccarelli

Torna al Teatro dell’Opera di Roma Salome di Richard Strauss, diretta da Marc Albrecht e con la regia di Barrie Kosky. Nel ruolo del titolo brilla Lise Lindstrom; eccellenti anche Nicholas Brownlee nel ruolo di Jochanaan e John Daszak in quello di Erode, come pure gli altri cantanti in scena.

ROMA, 10 marzo 2024 – Quali sono le caratteristiche che dovrebbe, oggi, avere uno spettacolo d’opera per dirsi nuovo, d’avanguardia? Cosa può mai fare un regista per stupire il pubblico? Fin dove si può spingere senza adulterare ciò che ha fra le mani? Queste domande possono sorgere, più che lecite, se si ha avuto occasione di assistere ad una delle recite di Salome, capolavoro di Richard Strauss, in scena al Teatro Costanzi. Il rapporto fra Salome e il Costanzi, peraltro, è stato particolarmente fortunato, fin dalla première del 1907: undici edizioni, di cui l’ultima nel 2007. Il ritorno di Salome non può che essere salutato, dunque, con i migliori auspici.

L’allestimento presentato dal Costanzi ha avuto il suo battesimo all’Oper Frankfurt nel 2020. La regia è di Barrie Kosky, che porta a Roma il gusto registico tipicamente mitteleuropeo (Kosky è direttore della Komische Oper di Berlino, ma ha lavorato stabilmente anche a Vienna), notoriamente percepito come avanguardistico. Come si desume dall’intervista nel programma di sala e dalle note ivi contenute e scritte da Kosky per la première del suo spettacolo, il regista vuole reinterpretare profondamente la Salome di Strauss, innanzitutto togliendo ogni riferimento storico e biblico e, soprattutto, immergendo lo spettatore in una sorta di buco nero dove i personaggi, in abiti da belle époque, recitano e cantano il dramma illuminati solo da un cono di luce, che ne segue i movimenti, decidendo cosa lo spettatore debba (o non debba vedere). Sulla carta parrebbe una di quelle regie che i laudatores temporis acti, gli zeffirelliani militanti, godrebbero infinitamente ad azzannare, a fare a brandelli – metaforicamente parlando, s’intende. Eppure, è una regia che funziona, non sempre, ma funziona: ha, insomma, una sua coerenza, è frutto di un vero regista, nel senso che, piaccia o no la sua idea, sa lavorare. Il lavoro attoriale, infatti, nella regia di Kosky è essenziale: non essendoci scenografia, sono i cantanti stessi ad esserlo, in un certo senso, come dimostra il notevole sforzo di chi interpreti Salome, Jochanaan o Erode. Purtroppo, direi inevitabilmente, vi sono alcuni momenti più noiosi di altri. Ne vorrei citare, almeno uno. L’occasione del tutto persa da Kosky è la resa del balletto della ‘danza dei sette veli’ di Salome; il regista afferma: «ho scelto di rappresentare la danza di Salome come un rituale, durante il quale lei estrae dal suo corpo un’interminabile matassa di capelli di Jochanaan. Non avrei potuto accettare che quel momento fosse ridotto a soddisfare le aspettative di vederla senza veli. E chi si aspetta scene di nudo, guardi un porno». Al netto della provocazione finale, del tutto senza senso (in quale regia la danza dei sette veli di Salome s’è mai vagamente avvicinata ad un porno?), è bene sottolineare che la scena pensata da Kosky è noiosa, ripetitiva e poco efficace: sempre in linea con l’idea surrealista, Kosky avrebbe potuto sfruttare ciò che possedeva in scena in maniera più creativa, senza denudare nessuno (magari sfruttando, per movimentare la scena, delle comparse – rigorosamente vestite, naturalmente). Al contrario, altri momenti della regia sono riusciti: per esempio l’enigmatico incipit dell’opera, in cui una donna, in abito da sera con un ampio copricapo di candide piume, è illuminata dalla luce lunare; ma, a rimanere impressa è soprattutto l’ultima scena, in cui Salome bacia, lordandosi progressivamente di sangue, la testa di Jochanaan, che oscilla come un inesorabile pendolo e che diventa una sorta di maschera tribale di una Salome prossima all’esecuzione. Si tratta di una scena potente, evocativa, che suggella, come meglio non si potrebbe, una regia certo non memorabile, ma in sé coesa.

La direzione è affidata a Marc Albrecht, straussiano di vaglia, che legge in maniera sublime una partitura poliedrica, la quale necessita di un polso vigoroso in taluni passaggi, ove in altri ha bisogno che vengano esaltate le trame screziate della sua tessitura. Albrecht fa bene tutto questo, guidando e facendo brillare anche le singole voci: la sua direzione è, indubbiamente, riuscitissima. L’orchestra del Costanzi si lascia guidare, producendo un suono ottimo, in tutte le componenti, come testimoniano le caleidoscopiche frasi della scrittura di Strauss.

Il cast dei cantanti è di prim’ordine. Su tutti si staglia la Salome di Lise Lindstrom, riuscitissima sul piano scenico (e, si è capito, il suo compito non era facile), tanto quanto su quello musicale. La sua corda da soprano drammatico, duttile nei passaggi, attenta alle diverse colorazioni, ma, pure, in grado di generare acuti centrati e svettanti, è perfetta per la parte di Salome. È bene citare, almeno, non solo la magnifica scena del suo duetto con Jochanaan, in cui l’interprete deliba sensualmente le iridescenti melodie e prorompe in irati fraseggi, ma anche la superba scena finale, nella quale si immerge in un canto allucinato, indimenticabile, il quale sfrutta al massimo le potenzialità della zona acuta, giocando pure con colori, filati e fraseggio. Nicholas Brownlee canta un ottimo Jochanaan; la sua voce stentorea, chiara, lo rende perfetto per la parte dell’ascetico profeta, che non cede alla seduzione di Salome. Il duetto con quest’ultima, come ricordato, è fra le parti più riuscite della serata; Brownlee colpisce, inoltre, per il canto a fior di labbra in «Tochter der Unzucht», come pure per la forza con cui interpreta la maledizione contro Salome («Ich will dich nicht ansehn»). L’Erode di John Daszak rimane impresso per la voce argentina, acuta, salda nella tessitura acuta e capace di verticalizzare con potenza; la sua recitazione, del pari, è apprezzabile (la scena in cui muove la mano sotto il fascio di luce, come un prestigiatore, è notevole, non foss’anche per l’allusione al cinema muto). Joel Prieto ha una voce ben porta, suadente, elegante, capace di interpretare il lato amoroso del carattere di Narraboth. Katarina Dalayman canta un’Erodiade ben centrata. Ottimi i comprimari, fra cui è bene citare Karina Kherunts nel ruolo en travesti del Paggio di Erodiade.

In conclusione, uno spettacolo certamente interessante, che ha nella direzione di Albrecht e nel cast dei cantanti il suo punto di forza. La regia di Barrie Kosky, pur interessante, non convince appieno. Una riflessione, però, potrebbe essere interessante in tal senso, riprendendo le domande con cui ho aperto queste brevi impressioni. Siamo forse giunti ad un punto della storia della regia d’opera in cui aggettivi del tenore di ‘avanguardistica’, ‘innovativa’, non possono più adattarsi appieno alle soluzioni che si sono viste in questa Salome. Il regista d’opera non zeffirelliano-passatista ha oramai un bagaglio quanto mai ampio e variegato di soluzioni ‘innovative’ cui attingere per dare forma a uno spettacolo. Stiamo forse entrando stabilmente in un’epoca manierista e con questa categoria mi sento di leggere una regia come quella di Kosky.


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