La terra promessa
La 67ᵃ Settimana di musica sacra di Monreale si conclude con un’esecuzione del raro oratorio La Terre promise di Jules Massenet in collaborazione con Palazzetto Bru Zane, e con l’autorevole Laurent Naouri, l’ottima prova dell’Orchestra Sinfonica Siciliana e del Chœur Philarmonique de Nice, tutti sotto la saldissima direzione di Andrea Licata.
Monreale, 17 ottobre 2025 - Minacciato fino all’ultimo minuto da uno sciopero dell’Orchestra Sinfonica Siciliana, ha invece avuto regolarmente luogo il concerto conclusivo della sessantasettesima Settimana internazionale di musica sacra di Monreale. E l’annullamento sarebbe stato un vero peccato, poiché – a conclusione di una settimana di concerti ispirati alla Genesi (dalla Creazione di Haydn, al Britten dell’Arca di Noé, fino al trecentesimo anniversario scarlattiano celebrato con l’oratorio L’Abramo) – la grande pagina massenetiana in programma, peraltro di rarissima esecuzione, conduce coerentemente il percorso biblico della Settimana fino all’ultimo libro del Pentateuco e al Libro di Giosuè, sotto il tema della Terra promessa ad Abramo.
Grazie alla prestigiosa collaborazione con Palazzetto Bru Zane, che del recupero di pagine francesi dimenticate ha fatto da anni la sua nobilissima missione, La Terre promise è eseguita dall’Orchestra Sinfonica Siciliana con il pregevolissimo apporto del compatto Chœur Philharmonique de Nice, quale compagine ospite, validamente preparata da Giulio Magnanini. L’oratorio biblico ricorre a versetti dei libri dell’antico testamento nella versione francese di Silvestre de Sacy, articolati in tre pannelli distinti (qui eseguiti senza soluzione di continuità, per una durata complessiva di un’ora esatta), ognuno dei quali è affidato ad una voce solistica. Ecco che l’austero declamato di Laurent Naouri – già bass-baryton nell’oratorio al festival massenetiano di Saint-Étienne nei primi anni ’90, agli inizi della sua carriera – si staglia nella grande navata mosaicata del Duomo di Monreale, con un riverbero non dissimile da quello che verosimilmente avrà incontrato la pregevole partitura alla sua prima esecuzione nella grande Chiesa di Saint-Eustache a Parigi, nell’anno dell’Exposition universelle che vide l’inaugurazione della prima linea métro, da Porte Maillot a Porte de Vincennes, con la non lontana fermata Châtelet. Il grande baritono francese colpisce per la saldezza dell’emissione, coniugata ad una varietà di colori a cui sa attingere con l’intelligenza interpretativa che l’ultratrentennale carriera attesta in piazze di prim’ordine. Il secondo pannello vede protagonista la schiettezza timbrica del tenore Thomas Bettinger, che nella grande Marche dialoga con le trombe dell’orchestra come solamente una scaltrita penna del teatro musicale avrebbe potuto concepire. Pur con le zampate operistiche della seconda parte, facendo grande economia di spunti tematici, in genere costituiti da ripetizioni di semplici cellule, Massenet mantiene uno stile severissimo che cede però a qualche stanchezza nell’ultimo pannello – il meno interessante – in cui si ritrova la modesta voce sopranile di Chloé Chaume sostenuta dall’organo, prima del grande fugato conclusivo.
Pare che lo sciopero di alcune sigle sindacali abbia determinato qualche avvicendamento dell’ultimo minuto fra le fila della Sinfonica Siciliana, cosa che non provoca alcuna preoccupazione ad una bacchetta d’altri tempi quale è quella di Andrea Licata, che sa tenere tutti saldamente in pugno, ottenendo sapientemente un suono ora graniticamente turgido, ora sfumato e diafano, grazie al ricorso ad un gesto sì chiaro ma mai scomposto: ossia la terra promessa per ogni direttore degno di questo titolo.
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