L'essenza della musica
Kirill Petrenko e l'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai a Bologna offrono una serata indimenticabile con interpretazioni siderali di Janáček,Bartók e Beethoven.
BOLOGNA 17 ottobre 2025 - Il teatro Manzoni è pieno come non mai e non c'è da stupirsi: si attendeva uno degli eventi musicali dell'anno, si è applaudito quello che ci si sente di definire senza tentennamenti l'evento musicale dell'anno a Bologna. Arriva Kirill Petrenko, arriva con l'Orchestra Rai e un programma favoloso.
Dal ceco Janáček, ancora suddito austroungarico, all'ungherese Bartók dopo il disfacimento degli imperi centrali e alla vigilia delle catastrofi del totalitarismo, infine la Vienna classica di Beethoven all'alba del XIX secolo. Si forma un sistema complesso di potentissime forze centrifughe e centripete, contingenze storiche, ambiti culturali, tensioni intellettuali e radici popolari.
Le danze di Lachi di Janáček, ispirate al folklore della zona della Lachia, nella Boemia settentrionale, non sono pagine di frequente ascolto, purtroppo: fortemente legate alla civiltà contadina, richiamano con esuberanza quasi onomatopeica le attività di fabbri e falegnami, riprendono le atmosfere delle feste di villaggio. Impossibile, per certi versi, non pensare all'eco delle danze popolari nella musica viennese, dove tuttavia si sublimano, mentre qui permane un aroma rustico, una fisicità che Petrenko incarna in maniera plastica e insieme inafferrabile, pieno di grazia e franchezza. Se non fosse che la collaborazione con i filarmonici di Berlino lo tiene al momento più lontano da quelli di Vienna, si sognerebbe di vederlo a Capodanno al Musikverein a dosare carnalità e leggiadria fra ritmi volteggianti.
La carne non è più gioiosa, ma livida, furiosa, famelica, notturna nel racconto espressionista del Mandarino meraviglioso di Bartók, uno dei più diabolici cimenti, sotto ogni punto di vista, per un concertatore e la sua orchestra. Siamo in un altro mondo, ma è figlio di quello precedente: il valzer dei contadini, passato all'alta società cittadina e alle penne dei compositori diventa uno spettro fra eros e thanatos; la fisicità gioiosa delle campagne ora, nel gelo urbano, è una chimera da inseguire per morirne. Il virtuosismo strumentale dalla luce passa all'ombra, con le sferzate taglienti degli archi contrapposti in blocchi, un magma in cui il materiale popolare diventa profonda voce dell'inconscio fra pulsazioni feroci e imprevedibili, riferimenti tonali contrastanti. Lascia quasi frastornati come in tutto questo Petrenko faccia percepire un controllo, una visione perfettamente ordinata e capace di dar vita a quanto di sconvolgente Bartók abbia saputo concepire. E, nella sicurezza tecnica cui nulla pare sfuggire, sa liberare l'orchestra, lasciare la sensazione che sia voce e corpo della pantomima espressionista, sottile come una lama o possente come una tempesta, interprete raggelante fra la macchina implacabile e la voluttà fatale.
Si vede durante tutta la serata come lo scambio di sguardi, i piccoli cenni, la complicità vera fra Petrenko e i professori della Rai incarnino l'autorevolezza del rispetto reciproco. Il gesto direttoriale si può dire che sia totale: fra tanti imitatori della teatralità alla Bernstein, in Petrenko vediamo un'autentica estroversione minimalista. Dirige con gli occhi, con un guizzo dei muscoli delle spalle, anche con un balzo, con ogni parte del corpo e tuttavia non c'è nulla che paia superfluo, nulla che si possa dire rivolto alla platea più che ai colleghi musicisti, estetica più che necessaria: tutto determina una risposta sonora, tutto è musica, né più né meno.
Questa profonda esattezza, questa misura che genera esaltazione è poi la cifra della seconda di Beethoven che chiude la serata e il cerchio di una traiettoria che si era spinta fino al polo opposto dell'estrema tensione dell'Europa fragile sull'orlo del baratro. Eccolo, Ludwig Van poco più che trentenne, ancora imbevuto delle lezioni di Mozart e Haydn ma già agitato da profonde inquietudini (la composizione coincide con la stesura del testamento di Heiligenstadt): Petrenko imprime un passo agile, sempre mobile, non si affretta e non indugia, lascia scorrere la frase nel suo respiro naturale, proprio come fosse l'eco del soggiorno in campagna. La tornitura del suono lascia vedere, come in un alabastro levigato fino ad apparire di velluto, in trasparenza ogni elemento e il pulsare vivo delle dimensioni del tempo, che non è durata, ma accento, metro, spessore. Torna il concetto già evocato di grazia, di una nobile semplicità che si realizza nei più teneri pianissimi, in rubati quasi impercettibili, ma che increspano la pulizia ancora classica della forma, quasi un soffio vitale scaldasse l'apparenza morbida e la delicata trasparenza dell'alabastro. Torna anche l'idea sovrana del far musica insieme, totalmente, condividendo un Beethoven sincero, antiretorico, vibrante, potente per la sua tensione interiore anche nella leggerezza.
Dopo ogni brano il Manzoni esplode letteralmente in un boato. Alla fine se non scatta la standing ovation è solo – sembra telepatia – perché nessuno se ne vuole andare e ci si inchioda alla poltrona sperando in un bis. Non arriva, ma va bene così ugualmente. Difficile chiedere di più: questo è fare musica.
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