Il ritorno del demiurgo
Nell'atteso concerto alla testa dell'Orchestra Sinfonica Nazionale, il direttore principale dei Berliner Philarmoniker presenta pagine di Janáček, Bartók e Beethoven con la consueta maestria che pone ogni sua interpretazione a pietra di paragone per le bacchette di oggi
TORINO, 16 ottobre 2025 - Dopo la grandiosa inaugurazione la scorsa settimana con la Terza di Mahler, il secondo concerto della stagione 2025/26 costituiva uno degli appuntamenti più attesi con il ritorno di Kirill Petrenko alla testa dell'Orchestra Sinfonica Nazionale in un programma di notevole interesse e per nulla scontato, come d'altronde avvenuto già in occasione della sua ultima apparizione (con Berg e Sibelius), nella primavera di due anni fa, all'auditorium 'Toscanini'. Ora, in una sala affollata ma non così gremita, la scelta di rompere il ghiaccio, di fendere il silenzio attraverso l'attacco di uno tra i massimi direttori al mondo, spetta alle rare Lachische Tänze di Leoš Janáček, tratte dal folclore dei distretti moravi della Valacchia e della Lacchia, venute alla luce tra il 1888 e il 1890 e revisionate nel 1927. Alzi la mano chi avesse avuto modo di ascoltarle prima d'ora dal vivo. L'impressione che se ne ricava è quella di uno Dvořák, a cui evidentemente l'autore guardava, più ruvido e selvaggio, assai meno edulcorato e levigato rispetto alle celeberrime Danze Slave. Intendiamoci, l'orchestrazione di Janáček è tutt'altro che rozza ed è capace di raffinatezze armoniche e timbriche a dir poco profetiche per l'epoca della prima stesura dell'opera e che sarebbero entrate nel bagaglio dei compositori solo a Novecento inoltrato. Petrenko ha buon gioco nello scandire con precisione estrema i contrasti dinamici interni, l'alternanza di tempi lenti e veloci, i guizzi dei legni e il vorticare ostinato degli archi che si affastellano in queste danze in maniera apparentemente spontanea ma dove in realtà ogni tassello contribuisce a un affresco finale studiato ed equilibrato. L'orchestra assimila le preziose indicazioni del podio, il gesto di Petrenko è sempre chiarissimo, spettacolare nel plasmare un suono pieno e in sé compiuto a fronte di una scrittura talvolta densa e debordante di materia musicale, ma in esso non vi è alcuna concessione enfatica, retorica o autocelebrativa. Tali caratteristiche si fanno, se possibile, ancora più accentuate in una partitura di maggiore complessità quale la suite da Il mandarino meraviglioso di Béla Bartók. Nonostante il gran numero di forze in campo e il sovrapporsi dei ritmi e dei piani strutturali, nella direzione del maestro non viene meno l'innato senso del giusto fraseggio, la perfetta messa a fuoco di ogni elemento, sia nelle fragorose esplosioni sonore che accompagnano l'apparizione del personaggio principale della pantomima, sia nei sofisticati impasti di timbri che contornano le evoluzioni del clarinetto solo ad impersonare la danza della protagonista femminile. La visione di Petrenko comporta senza dubbio scelte personali, e certi passi di un pezzo così noto come il Mandarino appaiono quasi inediti, con il finale dove il dialogo tra ottoni, con i tromboni in primo piano, e percussioni non prevale sovrastando gli altri gruppi strumentali ma è integrato in maniera magnifica nel tessuto orchestrale creando un autentico effetto concertante.
La mano straordinaria di Kirill Petrenko ha la propria consacrazione nella Sinfonia n. 2 in re maggiore op. 36 di Ludwig van Beethoven, proposta dopo l'intervallo. La durata indicata sul programma di sala è di 43 minuti ma, fin dall'Adagio introduttivo, si capisce subito che tale indicazione sarà da considerarsi al pari di una barzelletta. Qui non c'è necessità di far apparire la sinfonia per quello che non è. Si tratta di una splendida pagina del Beethoven della prima maturità (1802) ma considerarla un presagio di sviluppi futuri, intravedendovi in filigrana l'Eroica e la Settima è forzatura non necessaria. Eppure quante interpretazioni pesanti, solenni, viziate da eccessiva lentezza sono presenti anche tra le registrazioni recenti! Lasciando il giusto margine di individualità che ogni direttore di valore porta con sé, l'altra sera si è invece avuta una lettura fantastica e prossima alla perfezione assoluta che probabilmente, senza temere di fare un'osservazione dissacrante, lo stesso autore avrebbe approvato. Ecco allora la scintillio dei temi nell'Allegro con brio, con il magistrale bilanciamento tra archi e fiati, il poetico periodare del Larghetto staccato con piglio leggerissimo ed aereo. Negli ultimi due movimenti si raggiunge un ulteriore vertice. Sono tra le cose più ardue che Beethoven abbia scritto per l'orchestra: sotto l'immediatezza delle idee si cela un'incessante elaborazione che si nutre della contrapposizione tra blocchi di suono e, spesso, si arriva al paradosso di direttori che non si sono mai spinti oltre Schumann e i romantici che, nel tentativo di mettere in risalto il dialogo tra le parti, interpretano queste pagine con un'asciuttezza orologiera, quasi avessero a che fare con lo Stravinskij neoclassico. Con Petrenko ogni battuta scorre con una fluidità spontanea, una vivacità agogica, un'esattezza di articolazione e una velocità elettrizzante che non sacrifica alcun particolare della partitura beethoveniana ma valorizza tutti gli elementi dell'Orchestra Sinfonica Nazionale, oggetto di entusiastiche ovazioni al termine di ogni brano in una serata senza dubbio da ricordare.
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