Quasi violoncello solo
Mario Brunello e Giovanni Sollima inaugurano la stagione dell’Unione Musicale con un viaggio tra memoria, virtuosismo e spiritualità. Da Syl’vestrov a Offenbach, fino a Sollima e Knaifel, il concerto intreccia poesia, energia e introspezione, conquistando il pubblico con intensità e carisma.
Torino, 15 ottobre 2025 – Ci sono serate inaugurali che non si limitano a segnare l’inizio di una nuova stagione, né a richiamare un pubblico curioso sotto il pretesto dell’occasione mondana; ce ne sono alcune, preziose, che custodiscono un respiro diverso: quello dell’attesa che si scioglie, del rito che si rinnova, del desiderio collettivo di tornare a condividere la musica come linguaggio e passione comune. In queste serate, prima ancora che una nota risuoni, nell’aria si percepisce un fremito sottile, come se la sala stessa, dopo un lungo silenzio, tornasse a respirare. Nel foyer del Conservatorio di Torino, dove la grande macchina culturale e sociale dell’Unione Musicale ogni anno si rimette in moto, paillette e strascichi lasciano il posto a una festosità più sincera e autentica, fatta di sguardi che si riconoscono, strette di mano, sorrisi di bentornato scambiati tra volti che forse non sanno darsi un nome, ma che si ritrovano come antichi compagni di un viaggio senza fine, uniti dal silenzioso patto che la musica rinnova di volta in volta. Ed è proprio questo patto a legare, in una serata così viva, Mario Brunello e Giovanni Sollima: due artisti che della musica fanno un gesto di libertà e di amicizia, un linguaggio senza parole, una fraternità che vibra sulle corde dei loro strumenti. Diversi e complementari, intrecciano e moltiplicano le loro voci, trasformando l’arte cameristica in un dialogo gioioso e necessario, dove l’ascolto diventa complicità e la musica, ancora una volta, si fa comunione.
Ecco dunque che l’impaginato della serata disegna un itinerario, complesso ma affascinante, tra memoria, gioco e spiritualità, dove ogni pagina è un diverso modo di interrogare il tempo attraverso il suono. A inaugurare il percorso è Valentyn Syl’vestrov, figura cardine della musica ucraina contemporanea, per il quale la memoria non è un archivio ma un organismo vivente, un materiale poetico da trasformare e riascoltare. Nei due brani per due violoncelli 8.VI.1810... e 25.X.1893..., dedicati rispettivamente alla nascita di Schumann e alla morte di Čajkovskij, Syl’vestrov costruisce un mondo di suoni trattenuti, sospesi tra sogno e memoria, dove l’indicazione «quasi violoncello solo» suggerisce l’intimità estrema richiesta agli interpreti. In queste pagine, innervate da un’ammaliante cantabilità e da un lirismo che rifugge ogni retorica, i due violoncellisti fanno vibrare la materia del suono fino ai suoi margini più sottili: i pianissimi, le sordine, i pizzicati si fondono in un respiro comune, come se la musica nascesse dal silenzio stesso per poi ritornarvi. Brunello e Sollima irradiano queste rarefatte partiture con luce soffusa, fendendo la foschia dell’alba con arcate che fanno splendere il testo e rinfrancano la delicatezza del suono con la forza di una verità emotiva. L’intonazione è splendida, il vibrato pure, il Maggini e il Francesco Ruggieri intrecciano le loro timbriche in un equilibrio mirabile: il primo, più denso e venato di ombre, il secondo, più argenteo e luminoso, si completano a vicenda in un racconto di trasparenze e profondità.
Con Jacques Offenbach il clima cambia radicalmente. Il duetto n. 2 in mi maggiore dalla raccolta op. 54 è un piccolo capolavoro di equilibrio e fantasia. Nelle mani di Brunello e Sollima, questa musica diventa una conversazione vivace, un terreno di complicità ironica, di slancio e di prodezze in punta d’archetto. Col suo alternarsi di brio e melodiosità, l’Allegro iniziale trova nei due violoncellisti esecutori di grande raffinatezza: tali sono il fraseggio, misurato e nobile, la cura delle sfumature dinamiche, la naturalezza con cui la scintilla tecnica si piega alla grazia del canto. Nell’Andante, il tono si fa più intimo, quasi una ninna nanna pensosa, un momento sospeso di lirismo, fatto da impasti avvolgenti, ombre morbide, accenti febbrili che si rincorrono in un flusso narrativo di eccezionale pathos. Col suo passo danzante e col suo iridescente virtuosismo, la Polacca conclusiva esplode in un baccanale di contagiosa ebrezza. Brunello e Sollima ne esaltano la vivacità con energia travolgente e leggerezza di tocco, restituendo a Offenbach la sua inconfondibile miscela di eleganza e sorriso.
Nella seconda parte del concerto, Sollima e Brunello si lanciano oltre le colonne d’ercole della pratica strumentale e alla voce dei propri strumenti sommano la propria. Col suggestivo Dove finisce l’erba di Sollima stesso, il clima si fa più terreno e la vena poetica del compositore s’intride di tensione civile: ispirato a una poesia di Giorgio Caproni, il brano nasce come una reazione istintiva al disordine del mondo, una riflessione sull’amore e sulla distruzione, sulla fine e sulla rinascita, e include l’uso di suoni gutturali che ampliano la gamma espressiva del violoncello e creano un effetto di trance e fascinosa evocazione. Con un simile schema, Lux Aeterna del russo Alexander Knaifel trasporta l’ascoltatore in una dimensione altra, sospesa tra suono e preghiera. Anche qui le voci dei due interpreti si intrecciano con quelle dei loro strumenti, ma il registro cambia: la tensione terrena di Sollima lascia spazio a una spiritualità luminosa e contemplativa. I frammenti dei salmi intonati dai musicisti si fondono al respiro del violoncello in un canto senza tempo, in cui la linearità dei mezzi diventa veicolo di un’intensità quasi mistica che incanta il pubblico.
Stregato, il pubblico tributa festose ovazioni, che chiamano due bis: una travolgente Bohemian Rhapsody e un commosso Kyrie Eleison della chiesa ortodossa di Kiev. È un epilogo che suggella perfettamente lo spirito della serata: quello di una comunità discreta, che ogni anno si ricompone senza bisogno di sfarzo, unita dal semplice desiderio di ascoltare e di lasciarsi attraversare, veramente, dalla musica.
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