Pe'l peccator, per l'innocente, e pe'l debole oppresso e pe'l possente
Il laboratorio dedicato all'opera nel penitenziario di Parma segna una nuova tappa con Otello. In linea con i principi del Manifesto etico del Teatro Regio, Mariangela Sicilia duetta con il coro dei detenuti in un incontro commovente.
PARMA 11 ottobre 2025 - “Ed io t'amavo per le tue sventure, e tu m'amavi per la mia pietà” Mariangela Sicilia prova la frase di Desdemona e un giovanotto con il viso da duro sgrana gli occhi, che si riempiono di lacrime, resta immobile a bocca aperta. Alla fine di questa tappa di Opera in Carcere – il progetto del Teatro Regio di Parma nato nel 2016 e vincitore nel 2024 del Premio Abbiati – tutti piangiamo, commossi, profondamente, intimamente commossi.
Ancora una volta, un gruppo di detenuti ha seguito – grazie all'impegno indefesso della maestra Gabriella Corsaro e del pianista Milo Martani, oltre che dello staff di Verdi Off – un laboratorio di avvicinamento all'opera (chi può godere di questi permessi ha anche l'opportunità di assistere a una prova aperta al Regio), ha formato un coro, ha preparato alcuni brani e costruito uno spettacolo. Ancor di più, questa volta, nell'impegno enorme che richiede un'opera come Otello (e non parliamo, specie per una compagine così eterogenea per età e origini, del libretto di Boito!), questa volta abbiamo avuto anche interventi solistici, con le frasi di Cassio, Montano, Roderigo e un corifeo nella scena iniziale opportunamente abbreviata o “Ah! Ferma! - Sciagurato!” in uno straziante “Niun mi tema” collettivo. Ancora di più, rispetto all'ultima volta, troviamo la sala teatrale dotata di quinte, cielo, di un'idea di sipario: gli artigiani del Teatro Regio hanno guidato i detenuti nella loro falegnameria per trasformare via via un ambiente anonimo in un palcoscenico che si rispetti, seppur in miniatura.
Estratti dalla tempesta, dunque, e dal duetto del finale primo, il Credo di Jago declamato in staffetta in forma di melologo, “Niun mi tema”, la narrazione di raccordo della direttrice Gabriella Corsaro e la presenza di Mariangela Sicilia, Desdemona in cartellone anche questa stessa sera al Regio, commossa come non mai, che duetta d'amore, sventure e compassione, che intona la più toccante “Ave Maria”, dopo la quale un membro del coro non si trattiene da un elegante baciamano, primo omaggio in una selva di espressioni di gratitudine, richieste di autografi e dediche alla diva non diva, in mezzo a loro, alla pari.
“Prega pe'l peccator, per l'innocente, e pe 'l debole oppresso e pe 'l possente”. È un pensiero universale, che trascende anche la fede religiosa e abbraccia tutti, di qualunque credo, atei o agnostici. È la compassione nel senso di sentire insieme: è la musica, è l'arte. Frasi sull'importanza dell'ascolto reciproco, sulla necessità di essere insieme nella musica diventano spesso motti da cioccolatino appiccicati su immagini evocative e infilati online fra un “buongiornissimo kaffé” e un gattino. Invece è molto di più, è realtà: la realtà del professore d'orchestra che non può essere considerato un passivo e meccanico esecutore di ordini superiori, ma elemento attivo di una comunità artistica. È la realtà che vediamo qui con Opera in Carcere, non solo per chi sale sul palco, in un percorso che va molto oltre la pur nobile definizione di recupero e reintegro sociale, ma anche per chi da fuori li incontra ed è portato a condividerne i sentimenti, a porsi delle domande, a riscoprire Otello in una prospettiva nuova, sentirsene parte, provare dolore, pietà, terrore, compassione. Loro, lì dentro, avranno pure imparato molto, ma anche a tutti noi, da fuori, hanno dato una lezione. Sì, è un atto politico senza colore o fazione, è un atto politico di costituzione di una comunità umana: cercare di capire sé e il prossimo, inserirsi in un sistema di regole e rispetto reciproco, conoscere qualcosa di bello, qualcosa di profondo, qualcosa che permette di dar forma anche a emozioni e sentimenti forse confusi e negati. È l'atto di non ridurre l'arte a un mero diporto, al piacevole intrattenimento di qualche ora. C'è dell'altro.
Il peso di un “Niun mi tema”, di un duettare di amore sventure e compassione non sta solo nelle sublimi esecuzioni che possiamo incontrare in teatro o nei dischi, sta negli occhi di un ragazzo che sulla strada potrà aver anche visto, subito, commesso di tutto, ma che ora si scioglie cantando le parole di Boito e le note di Verdi, ascoltandole cantare da un'artista professionista per la quale, pure, quelle pagine non potranno più essere le stesse.
Questo è il più bell'omaggio a Verdi, un Verdi costruttore di ponti, di comunità, di umanità.
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