L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Suoni di natura 

di Roberta Pedrotti

La Toscanini celebra i suoi primi cinquant'anni con un concerto che celebra il rapporto fra l'uomo, la natura, sé stesso e la società attraverso pagine di Tan Dun e Čajkovskij, con la direzione di Alpesh Chauhan e lo straordinario Simone Rubino come solista.

PARMA 25 ottobre 2025 - La cosa più bella dell'Auditorium Paganini di Parma è senz'altro il rapporto con la natura. Immerso in un parco, con il suo legno chiaro fra pareti bianche, dalla vetrata sul fondo del palco proietta fra gli alberi, mostra il cielo e il calar della sera. Non aiuta l'acustica, si sa, e questo è un altro discorso già noto, fatto e rifatto. Aiuta, però, a palesare l'identità di una Fondazione, di una ICO che ha fatto dell'impegno, nella società e nell'ambiente, il suo tratto distintivo. La natura fa parte di ogni concerto al Paganini ed è anche fulcro del progetto “Ecosounds. La natura suona”, che vedrà in programma pagine di vari compositori contemporanei (Riccardo Panfili, Silvia Colasanti,Valentina Scheldhofen Ciardelli, Rosita Piritore, Martino Traversa, Delilah Gutman, Lucia Ronchetti, Alessandro Melchiorre, Leonardo Marino e Federico Gon). Ma si comincia già stasera, con l'inaugurazione della stagione – e non una qualunque, la cinquantesima – aperta dal concerto per percussioni The Tears of Nature di Tan Dun.

Idiofono è lo strumento che vibra, risuona in tutta la sua materia: non corde, non fiato, ma l'oggetto in sé, percosso, agitato, strofinato. Una concretezza tangibile a lungo sottovalutata nell'orchestrazione, specie nella generica categoria del suono indeterminato, che spesso assolve un'esclusiva funzione ritmica o, al più, coloristica. Ascoltiamo ora che mondo possano schiudere gli idiofoni come voci di natura, a rappresentata da tre catastrofi recenti (il terremoto del Sichuan, lo Tsunami in Giappone, l'uragano Sandy a New York) assurte a simbolo di forza e conflitto, di come “le lacrime della natura ci dicono che la minaccia alla nostra sopravvivenza siamo noi stessi”.

Il trentaduenne Simone Rubino è più di un virtuoso. Con una tecnica e una sensibilità musicale fuori dal comune, fa cantare la materia, la plasma, la fa vivere come forza tellurica e atmosferica, come elemento primordiale d'acqua, di terra, di vento in cui riconoscere un'anima ineffabile. Dal più sottile crepitìo all'esplodere della catastrofe, l'onomatopea si trasforma e si sublima in un continuo divenire di profondissimo impatto, cui la Toscanini diretta da Alpesh Chauhan offre il più valido sostegno.

Al termine, esplode fragoroso l'applauso, interminabile e inarrestabile se non per il bis offerto da Rubino: Bach sul glockenspiel. Dopo il contemporaneo, l'antico e l'assoluto, dopo la natura concreta il puro, astratto pensiero musicale, sempre nella stessa materia di legno vibrante. E poi, via: il solista – com'è abitudine alla Toscanini – dopo il suo impegno sul palco ne ha un altro nei “Nidi di musica” facendo scoprire ai più piccoli, mentre i genitori si godono il concerto, le meraviglie del suo strumento (in questo caso plurale).

Riposto il complesso apparato di idiofoni d'ogni tipo, l'orchestra si schiera nuovamente in formazione classica, torna Chauhan, già direttore principale della Toscanini dal 2017 al 2020. Al rapporto dell'uomo con la natura succede il rapporto dell'uomo con sé stesso e con la società, la quarta sinfonia di Čajkovskij.

Il trentacinquenne inglese ritrova una bella complicità con l'orchestra, motivata in gran spolvero per una lettura insieme nitida e lussureggiante, specie nel pathos vibrante dei due movimenti estremi. Fanno da contraltare un Andantino in modo di canzona quasi attonito e spossato più che dolce e malinconico, uno Scherzo. Pizzicato ostinato dal meccanico incalzare, non provo di ironia energica nell'Allegro che lo chiude e conduce al Finale.

Non finisce qui, però: sono i cinquant'anni dell'Orchestra, e festa sia. Il fuori programma si estende ben oltre i normali confini del bis ed esplode nella celebrazione festiva dell'Ouverture 1812, pezzo d'occasione in cui il rischio della grandeur fine a sé stessa è dietro l'angolo. Non è così stasera, un po' perché un compleanno importante concede di lasciarsi andare (e i fuochi d'artificio non sono solo metaforici, con la pioggia finale di coriandoli oro e argento), un po' perché Chauhan non perde di vista quella lucidità con cui ha attraversato anche i momenti grandiosi della Sinfonia. Non puntiamo, insomma, alla fanfara finale e ci godiamo la narrazione interna, lo sviluppo dei temi fra l'eco della Marseilleise e le sonorità slave che rievocano la campagna napoleonica e il suo fallimento con la vittoria del Generale Inverno. Ancora una volta, guarda caso, è la natura a trionfare, perfino di uno dei più geniali condottieri e strateghi di tutti i tempi.

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