L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

La Signora di Schubert

di Antonino Trotta

A distanza di quasi trent’anni, Elisabeth Leonskaja torna all’Unione Musicale di Torino con un trionfale recital interamente dedicato a Schubert: Drei Klavierstücke, la Wanderer-Fantasie e la Sonata in si bemolle fanno da colonna sonora a una serata memorabile.

Torino, 29 ottobre 2025 – Ormai da decenni, Elisabeth Leonskaja incarna una delle più alte figure del concertismo contemporaneo. Nata a Tbilisi e formatasi alla scuola russa, ha trovato in Austria la sua patria spirituale: è lì che s’è fatta custode e sacerdotessa della Prima Scuola Viennese, nella ricerca continua di un equilibrio perfetto tra forma e sentimento, tra virtuosismo e poesia. Ogni sua interpretazione sembra il risultato di una ricerca profonda, quasi ascetica, in cui la disciplina tecnica diventa trasparenza interiore e l’intelligenza musicale si unisce alla naturalezza assoluta e al controllo totale del gesto: nelle sue interpretazioni convivono sempre la severità del pensiero e la tenerezza del sogno, la solidità della forma e la libertà del canto, fuse con un’armonia mirabile che rende il suo pianismo inconfondibile per nobiltà e malia. Il suo nome si lega naturalmente a quello di Franz Schubert, ed è con un recital interamente a lui dedicato che, a distanza di quasi trent’anni, torna a stregare il pubblico torinese sotto la volta celeste dell’Unione Musicale.

La serata si apre con i Drei Klavierstücke D. 946, i tre pezzi per pianoforte che Brahms pubblicò postumi nel 1868 e che appartengono all’ultima, fulgida stagione schubertiana. In essi si ritrova la libertà formale e la ricchezza inventiva tipiche del suo ultimo linguaggio: bruschi contrasti, improvvisi momenti lirici, delicate malinconie che si alternano a slanci appassionati. Sono miniature solo in apparenza, perché in realtà racchiudono l’essenza stessa del suo mondo poetico. Elisabeth Leonskaja ne mette in luce la tensione interna, quel continuo oscillare tra impeto e raccoglimento, tra chiarezza classica e inquietudine romantica: la densità del discorso non soffoca mai la purezza del suono, ma la esalta, restituendo al pianoforte una voce quasi umana. Sotto le sue mani, l’Allegro assai acquista una forza quasi improvvisativa, un gesto drammatico che si apre a oasi di lirismo sospeso, forte com’è di un tocco che sa essere, alla soglia degli ottant’anni, ancora estremamente fluido, rotondo, preciso, capace di delicatissime carezze e affondi di sorprendente energia. Nell’Allegretto, Leonskaja svela il volto più intimo e misterioso di Schubert, popolando la pagina con ombre e chiaroscuri in un fluire emotivo in cui il tempo diventa ora affannoso ora sereno come il respiro di un’anima in cerca di redenzione: le ombre si alternano alla luce con naturalezza, i tremoli al basso sembrano vibrare come un ricordo lontano, e le modulazioni, sempre sfiorate con grazia sublime, aprono brevi spiragli di struggente bellezza. Infine, nell’Allegro in do maggiore, la pianista restituisce tutta la vitalità ritmica di un brano dalle atmosfere sornioni e giocose: è il trionfo del tecnicismo in punta di dita, della brillantezza, di quella vivacità che sa comunque vestirsi di sobrietà ed eleganza.

Con la Fantasia in do maggiore op. 15 D. 760, anche nota come Wanderer-Fantasie e scritta nel 1822, Schubert dà vita a una delle più ardite e visionarie opere del suo catalogo pianistico. Quattro movimenti fusi in un unico arco continuo, uniti dal tema del Lied Der Wanderer: l’immagine dell’uomo in cammino, alla ricerca di una patria spirituale, diventa qui simbolo dell’inquietudine romantica. Nel corso della Wanderer, Leonskaja alterna slanci impetuosi a momenti di sospensione quasi metafisica: il tumulto del primo movimento si apre a un Adagio di commovente intensità, dove il tema del viandante risuona come una voce interiore, carica di malinconia e speranza, che i rubati d’alta scuola e le pause, calibrate con eccezionale teatralità, fanno vibrare sul bianco dell’avorio. Lo Scherzo irrompe con la sua leggerezza cristallina, ma è un sorriso che nasconde inquietudine; e nel Finale, con il suo moto perpetuo travolgente, la pianista, che non si fa mai sconti in termini di puro virtuosismo, dispiega un’energia quasi dionisiaca, dominata però da un controllo assoluto e da una lucidità che sublima la passione in forma.

La Sonata in si bemolle maggiore D. 960 segna il vertice della serata. Pur rimanendo sullo sfondo la lezione di Beethoven, Schubert trasfigura completamente il genere della sonata: alla drammaticità dell’azione beethoveniana sostituisce il canto, la contemplazione, il tempo sospeso. L’approccio della Leonskaja a questo testo rivela fin dalle prime battute una maturità autentica, una saggezza musicale che rifugge ogni enfasi e ogni gesto superfluo. Il suo pianismo si muove entro una calma sovrana, fatta di respiro e di ascolto, di equilibri sottili tra densità e introspezione. Nel vasto Molto moderato iniziale, Leonskaja lascia che la musica si costruisca da sé, con un tempo ampio e riflessivo, dove ogni nota sembra nascere dall’altra con necessità inevitabile. Nulla è accentuato, nulla è concesso all’effetto: la tensione si accumula nel silenzio, nella gravità del registro basso, nel fluire lento e maestoso del canto sempre porto con grandissima sensibilità. L’Andante sostenuto in seconda posizione è parentesi di straordinaria bellezza, un momento in cui il tempo sembra scardinarsi dalle logiche aritmetiche per abbracciare quelle della sola drammaturgia musicale – un approccio, quest’ultimo, che è un po' una costante dell’intera sonata –. Qui la pianista russo-austriaca sussurra con pacatezza i temi, li proietta in un sostrato musicale evanescente, puntellato con teatralità dagli staccati della sinistra che fanno da contraltare ombratile alla limpida cantabilità della destra, creando un dialogo di luci e ombre che dona avvolgente tridimensionalità al discorso musicale. Nel successivo Scherzo, un moto lieve che dissolve la gravità precedente in una danza di luce, torna quel tecnicismo sopraffino già altrove ammirato, sempre piegato alle esigenze insaziabili dell’espressione che qui sembrano voler generare un sorriso pudico dopo tanta introspezione. L’Allegro ma non troppo, infine, porta a compimento il percorso interiore dell’opera: Leonskaja vi infonde una vitalità contenuta, un’energia che non esplode mai ma scorre come linfa, restituendo alla pagina schubertiana la sua serenità ultima.

Alle ovazioni della sala la pianista risponde con un ultimo sguardo a Schubert, l’improvviso n.3 in sol bemolle maggiore: nel tocco di Elisabeth Leonskaja, la melodia scorre come un ricordo lontano, lieve, traslucido, vibrante, carico di quella stessa emozione che ha inebriato la platea per tutta la durata della serata. Memorabile.

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