Intorno ad Heiligenstadt
La Sagra Musicale Malatestiana propone una maratona beethoveniana con gli ultimi tre concerti per pianoforte e orchestra (solisti Nicola Pantani e Maurizio Baglini) affiancati dalle tre versioni dell'ouverture Leonore. Sul podio dell'Orchestra Filarmonica Marchigiana, Manlio Benzi.
RIMINI, 23 novembre 2025 - Mentre il centro di Rimini si affolla per l'accensione delle luci natalizie e i primi mercatini, Beethoven si appropria del Teatro Galli per una maratona che, però, va oltre l'atletica scorpacciata di capolavori conclamati. Il susseguirsi – in tre tappe dalle diciotto fin oltre le ventidue, con due intervalli di cui uno di un'ora – degli ultimi tre concerti per pianoforte e orchestra si accompagna infatti all'esecuzione delle tre ouverture Leonore concepite per quell'unica opera che, poi, prenderà nella sua ultima forma il nome di Fidelio. Un ascolto non frequente in generale (ormai anche la tradizione iniziata da Bülow e Mahler di inserire la Leonore III a mo' di intermezzo nell'opera è tramontata, sicché la si vede solo talvolta nei programmi sinfonici) e ancor più raro in uno stesso impaginato, cosa da Festival, quale infatti la Sagra Malatestiana è.
Con l'eco del Testamento di Heiligenstadt (1802) ancora viva, questa rosa di composizioni così ravvicinate nel tempo si presenta in una prospettiva privilegiata, saggiando il percorso dalla relativa convenzione della prima Leonore all'ampiezza sinfonica della terza o i tre vertici in cui culmina la produzione per pianoforte e orchestra.
Sul podio troviamo Manlio Benzi, sul palco con lui la Filarmonica Marchigiana, al solito attentissima nei rapporti reciproci e con il solista (spiace solo che la posizione arretrata per far spazio al pianoforte non aiuti molto sul piano acustico). Al piano siede per primo il trentenne Nicola Pantani, cui è affidato il Concerto n.3, l'unico brano in programma in questa maratona composto (1800) prima del Testamento di Heiligenstadt e dunque ancora ancorato a un modello mozartiano, ancora animato da una tempra beethoveniana ignara dei dolori futuri, primo fra tutti l'incombente sordità. Con il Concerto n. 4 (1805-6) si volta pagina decisamente, lo dichiara già l'incipit che sorge direttamente dalla tastiera per poi crescere nell'ampiezza dell'orchestra. Ora, come per il quinto concerto, L'Imperatore, il solista è Maurizio Baglini, che sale in cattedra con una lettura d'altissimo profilo tecnico e poetico. Anche l'iterazione ha vita e moto interno, non c'è una battuta che suoni esattamente uguale all'altra, in un magistrale dominio d'ogni variabile che muove, anima la musica senza appesantirla in leziosaggini o pedanterie. Per dare la misura di quest'arte, basterebbe poi ascoltare la capacità di dosare il trillo – e qui tornano alla mente i manuali di Belcanto – allargandolo poi per trasformarlo in uno scintillare pungente di semicrome, crome, in melodia. La forma del rondò, che conclude tutti i concerti per pianoforte di Beethoven, si trova esaltata da questa capacità nobilissima di variare e lasciar confluire l'una nell'altra le idee musicali mantenendo un nitore cristallino, ma sono soprattutto nei movimenti centrali, l'Andante con moto del Quarto e l'Adagio poco mosso del Quinto, che il gusto nelle nuance di Baglini fa la differenza.
Alla fine di una maratona chiedere anche un bis sarebbe stato troppo, però qualcuno, fra i copiosi applausi, ci ha provato: pazienza, si esce dal Galli, in un profluvio di luci, ben soddisfatti.
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