Sublime Scarlatti
La stagione da camera dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia presenta un concerto di sicuro fascino, che recupera un repertorio raro: l’esecuzione di un’antologia di brani dal Vespro di Santa Cecilia e la Messa di Santa Cecilia di Alessandro Scarlatti. A dirigere l’Orchestra Ghisleri è il suo fondatore, Giulio Prandi; solisti sono: Martina Licari e Carlotta Colombo (soprani), Margherita Maria Sala (contralto), Raffaele Giordani (tenore) e Alessandro Ravasio (basso). Il coro è quello dell’Accademia.
ROMA, 26 novembre 2025 – Il 2025, per la musica barocca, è un anno importante: ricorre, infatti, il terzo centenario dalla morte di Alessandro Scarlatti, compositore che, fortunatamente, negli ultimi anni sta ritrovando una sua renaissance, anche grazie a musicologi di valore, come Luca Della Libera (autore, peraltro, del bel programma di sala di questo concerto), che scoprono ed editano partiture altrimenti condannate all’oblio, permettendo al pubblico di godere di gemme sublimi. È questo il caso delle due partiture presentate questa sera: il Vespro di Santa Cecilia e la Messa di Santa Cecilia, la cui edizione critica si deve proprio a Della Libera. «Il repertorio per la festa di Santa Cecilia rappresenta un caso unico nel panorama della musica sacra italiana. Non si conoscono, infatti, cicli analoghi realizzati da un unico compositore, comprendenti una Messa e brani per i Vespri e il Graduale […]. In questi brani, Scarlatti fu libero di creare un ciclo di grande varietà stilistica, potendosi esprimere senza alcun vincolo nell’aderire a tradizioni consolidate» (Della Libera).
La singolare bellezza di questi brani è stata certamente valorizzata dalla conduzione di un esperto di musica barocca qual è Giulio Prandi, il fondatore dell’Orchestra Ghisleri, ambedue sul palco, per questa occasione, della più raccolta Sala Sinopoli. Il concerto inizia con una serie di sezioni del Vespro di Santa Cecilia. Fin dal Cantantibus organis, la conduzione di Prandi si distingue per un’agogica controllata, larga, tesa a risaltare con ieraticità la musica scarlattiana. L’orchestra ha agio di giocare sulle sfumature, raddoppiando gli impasti delle voci con un millimetrico gioco contrappuntistico. Fin dall’inizio del concerto, infatti, stupisce il controllo geometrico di cui Scarlatti era capace nelle sue partiture, sia che si rifacessero al più tradizionale stile ‘omofonico’, sia che attingessero dal contemporaneo stile ‘concertante’. Nel Cantantibus organis si ascolta la prima parte di soprano, qui sostenuta da Martina Licari, la quale, pur vantando un timbro gradevole e impegnandosi sul lato cromatico delle dinamiche, manca di proiezione, il che si traduce in una voce minuta, che non rende piena giustizia ad una parte che, peraltro, mette a dura prova l’interprete. Nel successivo Nisi Dominus, Prandi si distingue per un’accurata ricerca sonora nell’incontro, squadrato, delle voci: il coro, che è quello dell’Accademia, mostra controllo perfetto delle dinamiche polifoniche. Segue il Valerianus in cubiculo, nel quale si distingue la più bella voce di questa serata: il contralto Margherita Maria Sala, dotata di un timbro caldo, di una voce ben proiettata, vibrata, pastosa – le variazioni, a fior di labbra, mostrano un gusto ed una musicalità di raffinato pregio. Nelle ultime due parti l’arte di Scarlatti raggiunge livelli siderali. Il Lauda Jerusalem è eseguito con luminosità, grazie ad una morbida direzione di Prandi, che trascina l’ascoltatore quasi nella stessa Basilica di Santa Cecilia, nel mezzo di una vera funzione; il Gloria finale, in particolare, stupisce per il piglio e la precisione del canone delle voci. Ascoltiamo qui, per la prima volta, gli altri tre solisti: Carlotta Colombo, il cui timbro argentino e la buona tecnica la fanno apprezzare, Raffaele Giordani (un po’ legnoso nell’emissione, non sempre sorretta da una voce piena) e Alessandro Ravasio, dotato di pienezza vocale e sicuro fraseggio. Il primo tempo si conclude col Magnificat, un pezzo realmente magnifico, soprattutto nella costruzione del contrappunto fra il quintetto delle voci soliste, il coro e l’orchestra, i cui risultati sono combinazioni di argentina bellezza; la direzione di Prandi si fa più dinamica, gli stacchi più netti, l’agogica più spedita. Applausi.
Nel secondo tempo il pubblico è stato deliziato con la Messa di Santa Cecilia. Prandi presenta una bacchetta più decisa rispetto ai Vespri, senza perdere, però, un costante senso di ieratica compostezza. Lo dimostra il Kyrie, giocato sull’alternanza di pieno/vuoto fra coro e solisti. Nella sezione del Gloria, il contralto Sala stupisce ancora; l’ampio fraseggio, infiorato da melismi, viene calibrato con gusto dall’interprete, contribuendo a creare un’atmosfera sospesa, onirica, rendendo il momento indimenticabile. Anche il successivo Domine Deus riesce assai bene, grazie alle stupende variazioni con cui si intrecciano le voci di Licari e Colombo. Poi, il tenore, Giordani, interviene intonando una serie di frasi sul Domine Deus, che confermano l’impressione di una voce poco ricca di armonici (specialmente nella tessitura bassa), un po’ fissa nell’emissione, ma che comunque porta a casa la parte, fraseggiando con competenza. Il Gloria si chiude con momenti magnifici: gli effetti, dovuti, ancora, all’alternanza di voci e coro, nel Qui tollis; la cadenza con filato del coro, sospesa tanto da creare un effetto mozzafiato, sul Miserere nobis, seguito dall’ottimo stacco sul Quoniam, cui segue una fuga. La sezione del Credo si apre con un canone eseguito ottimamente; ancora, Prandi è abile a cambiare repentinamente atmosfera, ethos del brano, e lo dimostra nell’Et incarnatus, ricco di atmosfere sospese, con le voci femminili carezzantesi l’un l’altra. Ancora, nell’Et resurrexit Prandi riesce a cogliere la luminosità del miracolo della resurrezione grazie ad una direzione controllatissima. Dopo il Credo, l’Et vitam venturi saeculi stupisce per la splendida fuga con climax, che Prandi calibra al millimetro. La messa si chiude con un sublime Agnus Dei, curato nelle dinamiche, atte a immergere l’ascoltatore in una dimensione intimistica e sospesa. Gli applausi invado la sala, omaggiando tutti gli interpreti.
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