L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Cara Teresa

di Roberta Pedrotti

Cara Teresa, Teresita,

hai lasciato detto di non volere veglie, commemorazioni, cerimonie, di volertene andare da questo mondo come c'eri entrata, il 16 marzo del 1935, "senza che nessuno se ne accorgesse". Ma tu non puoi andartene inosservata: ricordo bene quando raccontavi, fra il fiero e il divertito, di una produzione di Così fan tutte alla quale eri stata invitata da un importante teatro spagnolo. Lo spettacolo proprio non ti piacque e, dalla prima fila dove ti avevano collocata, senza dir nulla ti alzasti e lasciasti la sala. Tutti videro, videro Dorabella che se ne andava.

Ricordo quando ti conobbi, nel 2007, al concorso di San Marino. Mi sembrava di essere in un episodio della serie Cold case, in cui le immagini del rpesente si sovrapponevano ai volti delle stesse persone anni o decenni prima. Lì avevo questa splendida, irresistibile settantaduenne dalla chioma leonina, ma vedevo anche, sempre, quella ragazza che cinquant'anni prima era stata scelta come protagonista dell'Italiana in Algeri prodotta dalla Rai, quella ragazza che, abbottonata fino al mento, riusciva a esprimere tutta la gioiosa malizia per far perdere la testa a Mustafà (Mario Petri), Taddeo (Sesto Bruscantini) e Lindoro (Alvinio Misciano). 

Chi fosse Teresa Berganza penso non debba essere spiegato. Ascoltate il suo Rossini, il suo Mozart, il suo Falla, la sua Carmen. Poi, c'è chi ha avuto la fortuna di incontrarti e di quei pochi giorni a San Marino porterò sempre i ricordi del tuo spirito, della tua grazia, della tua ironia e della tua intelligenza. Ricorderò che, poco più che ventenne, alla Scala ti proposero Violetta (Violetta!) e che la tua insegnante ti aveva proposto di provare a studiarla, perché dopotutto la tua voce avrebbe anche potuto rivelare sviluppi sopranili. Ma tu fosti ferma: no. Uno di quei grandi no che hanno fatto una grande carriera. Così, ti ricorderò, cinquant'anni dopo la tua prima Isabella, lavorare con una ragazza, durante un master, su "Pensa alla patria". Nulla andava perduto e non ti risparmiavi in esempi su esempi: alla fine la cantasti tutta, più volte, e benissimo. Ricorderò l'attenzione che prestavi alla postura e alla naturalezza dell'emissione, come spiegavi a un'altra ragazza impegnata in "Che farò senza Euridice" l'importanza di lasciar libera la voce, il suo colore naturale, senza cercare di "fare il mezzosoprano". Solo che per te sembrava impossibile cantar male: anche gli esempi in cui volevi enfatizzare gli errori ti uscivano belli (certo, meno belli di quando mostravi come si fa!).

Cara Teresita, volevi arrivare e andartene senza che nessuno se ne accorgesse, ma non accorgersi di te, vera diva, era impossibile. Mentre noi giovincelli eravamo stremati dalle fasi concitate del concorso Tebaldi, tu, come se nulla fosse, chiedevi fi fare un salto a Rimini per un po' di shopping. Ti servivano delle scarpe. 

Grazie Teresita. Isabella per me avrà per sempre il tuo accento e la tua arguzia.

Roberta


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