L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Dove non arriva lo streaming

di Roberta Pedrotti

Nel momento di crisi, in cui l'attività dello spettacolo dal vivo è sospesa e i teatri chiusi, possiamo a riflettere sulle prospettive future, a partire dai vicoli ciechi da evitare.

Dopo una crisi bisogna ricostruire. E per costruire qualcosa di solido è necessario liberare le fondamenta, ripartire da basi salde e concrete, evitare gli errori passati, sgomberare le macerie e anche eliminare le strutture provvisorie allestite per le emergenze. Una crisi può essere occasione di rinascita e rilancio e non deve calcificare detriti e sostegni di fortuna.

Per ricostruire, dunque, proviamo innanzitutto a ragionare su ciò da cui dovremo liberarci, ciò che non funziona e non deve funzionare, né ora né, a maggior ragione, per un ritorno alla normalità. Prendendo spunto da Francis Bacon, che per poter delineare la Pars costruens del suo Novum Organum filosofico le antepose una necessaria Pars destruens, può essere utile cominciare a dire cosa, in questa turbolenta quarantena, proprio non va, per la musica e la cultura.

In particolare gli streaming, i social, la tecnologia come ancora di salvezza può essere un'arma a doppio taglio su cui conviene subito far chiarezza.

Indubbiamente, sia come appiglio transitorio nel momento critico, sia come strumento utile nelle condizioni di normalità, il web e le risorse digitali sono preziosissimi e meriteranno un'attenzione particolare nella riflessione su una pars costruens. Però, bisogna fare molta attenzione e ricordare che nulla può sostituire l'esperienza diretta e personale dell'osservazione di un'opera d'arte, della visita a una mostra, a un monumento, a un centro storico. Il rapporto fisico fra il soggetto osservatore e l'oggetto, se filtrato attraverso un mezzo di riproduzione viene inevitabilmente alterato. Ne scrisse quasi novant'anni fa Walter Benjamin, ora, nel'era del world wide web queste osservazioni non possono che essere amplificate, stringendo ancor di più le maglie della ragnatela mediatica in cui viviamo.

Se l'osservazione di una riproduzione in HD della Gioconda non può equivalere né sostituire l'osservazione diretta della Gioconda e resta un'esperienza sostanzialmente diversa, pur trattandosi della visione dello stesso volto della stessa donna nello stesso paesaggio, tanto più un filmato, una registrazione non possono sostituirsi o paragonarsi all'esperienza della musica, della danza, del teatro. Il motivo è molto semplice: la musica, la danza, il teatro sono materie fisiche e viventi in quanto realizzate in un istante preciso e inafferrabile da esseri umani per altri esseri umani. Rappresentano il culmine di un percorso di studi e di prove che incontra un pubblico, un'interazione hic et nunc, qui e ora che coinvolge tutti i sensi in un momento irripetibile.

Essere costretti a rinunciare alla componente fisica, immanente dell'arte ci ricorda che il suo valore sta proprio nell'umanità che le dà vita e che in essa si rappresenta. I mezzi tecnologici possono diffondere, amplificare, divulgare. Non possono sostituire. Ecco perché esistono aspetti dell'attività artistica che non possono, nemmeno in via emergenziale e transitoria, essere trasferiti sul piano digitale e virtuale.

Un perfetto esempio di ciò che non si può fare online sono le audizioni, i concorsi. Ritengo che chiunque abbia avuto esperienze in merito non fatichi a comprendere il perché, ma ugualmente può essere utile riassumere alcuni punti fondamentali.

In primo luogo, il musicista classico e il cantante lirico si esprimono dal vivo e senza amplificazione. Studiano per controllare il suono, gli armonici affinché si pieghino alle esigenze del brano e alle loro volontà di interprete arrivando al pubblico. Ascoltare un cantante in una stanza non equivale ad ascoltarlo in teatro, figuriamoci in registrazione! Possono esserci voci che appaiono ampie e rigogliose a distanza ravvicinata o al microfono, ma in teatro non passano la buca dell'orchestra, e viceversa; capita addirittura che una voce sembri avere una vibrazione diversa, per non parlare di casi in cui la resa degli armonici può alterare le impressioni sull'intonazione dal vivo e in regstrazione. Queste differenze, riassumibili grosso modo con la questione delle voci “fonogeniche” o meno, sono evidenti anche di fronte a strumenti professionali: proviamo a immaginare quali danni potrebbero fare nel confrontare performance di artisti diversi catturate da apparecchi diversi in situazioni diverse. E queste considerazioni valgono presupponendo la buona fede dei concorrenti, senza voler insinuare che qualche candidato più abile con le tecnologie ma meno onesto possa attuare anche qualche aggiustamento alla sua registrazione.

Insomma, tecnicamente il concorso on line è inutile e, anzi, può essere dannoso e falsato, anche procedendo con attenzione e buona fede. Al massimo si potrebbero realizzare concorsi per creatori di contenuti social, per performer web a tema musicale, ma sono e devono essere altra cosa rispetto al concorso di canto lirico.

Queste sono mere considerazioni tecniche. Un concorso, però, ha valore in quanto esperienza umana di incontro e confronto. Il concorrente si mette alla prova, prima di tutto con se stesso, poi nei confronti degli altri partecipanti e di fronte alla giuria, da cui non attende solo un freddo voto, una classifica, ma anche un consiglio, un riscontro. E per la giuria, parimenti, non si tratta di appuntare pro e contro alla maniera di un asettico Beckmesser, ma di sentire la responsabilità di capire la persona, il giovane artista che si trova di fronte. Si tratta di andare al di là della nota e cercare di intuire il potenziale, l'intelligenza, le prospettive future di chi un giorno potrà presentarsi davanti a un pubblico come, ora, si sta presentando di fronte a una commissione. Anche per la giuria un concorso è un'esperienza umana di incontro e confronto non meno che per il candidato. Si tratta di persone e di persone che dedicano la loro vita a un'arte che vissuta fisicamente con il pubblico.

A maggior ragione in un momento di crisi, non c'è nessun bisogno di brutte copie virtuali che dell'originale (il concorso) non possono avere nessuno dei veri pregi.

Per ripartire è a questo che dobbiamo pensare prima di tutto: all'arte come incontro, agli artisti (e aspiranti tali), al pubblico e a tutti coloro che sono coinvolti come esseri umani, persone, presenze fisiche. L'opera, il teatro, la danza, la musica sono vive perché dal vivo si esprimono. La lontananza alla quale ci costringe l'emergenza deve proprio spingerci a puntare su questo valore e a indirizzare la tecnologia per riportarlo alla ribalta, non per imboccare vicoli ciechi.


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