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Il doppio ritorno dei Puritani

Joel Poblete

Dopo ventun'anni l'opera di Bellini torna con pieno successo e due compagnie differenti nella capitale cilena. Diretti da José Miguel Pérez-Sierra e da Pedro-Pablo Prudencio, con la regia di Emilio Sagi, si sono distinti soprattutto Nadine Koutcher, Shalva Mukeria, Sergey Artamonov e Natalia Lemercier.

SANTIAGO del CILE, 30 maggio/11 giugno 2014 - Dal suo debutto e nel corso del tempo , pubblico e critica hanno unanimemente riconosciuto che trama e intreccio dei Puritani sono assai deboli e incongruenti, ma redenti dalla bellezza della musica di Vincenzo Bellini. Le esigenze vocali non sono da poco, ma, quando tutto funziona, offrire momenti indimenticabili al pubblico, e fortunatamente così è stato nelle recite che il Teatro Municipal de Santiago ha offerto dal 30 maggio all'11 giugno e che riportavano l'opera in Cile dopo ventun'anni di assenza. E con questo possiamo aggiungere che si è trattata di un'edizione molto più soddisfacente e meritevole d'essere ricordata rispetto a quella cui abbiamo assistito nel 1993.

Questo grazie all'unione fra una messa in scena solida e collaudata e un cast di interpreti eccellenti. Considerando che il noto regista spagnolo Emilio Sagi guidava l'allestimento dopo aver realizzato in passato già sei spettacoli in Cile - la più recente, l'inaugurazione della stagione 2012 del Municipal con Carmen - non stupisce che abbia lavorato così bene nonostante la fragilità del libretto, riuscendo a brillare ed emozionare con un ottimo apporto visivo.

Una volta di più, il talento teatrale di Sagi si è visto amplificato grazie al sostegno fondamentale dei suoi collaboratori abituali: tanto la stupenda cornice scenografica di Daniel Bianco quanto i costumi di Pepa Ojanguren e la suggestiva e raffinata illuminazione di Eduardo Bravo, hanno saputo farsi portavoce dei sentimenti e delle situazioni espressi nella musica di Bellini. La produzione ha ricordato in più di un aspetto un altro emblematico titolo belcantista affrontato da Sagi al Municipal, la sua lodata Lucia di Lammermoor del 2005, ma nondimeno risplendeva di luce propria; la predominanza del bianco e del nero l'ha resa ancora più affascinante, permettendo di evidenziare i momenti in cui la luce di rendeva protagonista e si imponeva su questa neutralità cromatica. Allo stesso modo è stata particolarmente ispirata ed efficace la gestione degli elementi scenici e dello spazio, come la sabbia che copriva il suolo o i ventotto lampadari che permettevano momenti di grande bellezza e impatto visivo, specialmente quando si moltiplicavano nei riflessi della scenigrafia. In un'opera che suole esser molto statica e perfino monotona, Sagi si è peraltro preoccupato di valorizzare i movimenti dei solisti e del coro,contribuendo a rendere teatralmente molto più fluida la produzione.

Quanto alla musica, al suo debutto cileno, il direttore spagnolo José Miguel Pérez-Sierra a capo della Filarmónica di Santiago ha dimostrato una grande affinità con lo stile belcantista, così come sensibilità e attenzione ai dettagli, nonché un fattore indispensabile in un'opera come I puritani: cura per i cantanti, per sostenerli in ogni momento dal podio; Pérez-Sierra si è distinto tanto nei momenti più lirici e intimi quanto nelle eccitanti sonorità marziali, come nel vibrante duetto "Suoni la tromba".

L'artista più applaudita ed apprezzata di queste recite è stata la bielorussa Nadine Koutcher, che al suo debutto in Cile ha superato uno a uno, con sorprendente abilità, tutti gli scogli del difficile personaggio di Elvira, che unisce le esigenze vocali della tipica eroina belcantista (acuti e sovracuti, coloratura) alla difficoltà teatrale di rendere credibili ed emozionanti le sue cadute e ricadute nella follia. La cantante ha commosso con il suo canto e il suo impegno scenico, convincendo tanto per il candore e la tenerezza della giovane sposa, quanto nel dolore e nella tristezza che la sommergono nel delirio del finale primo, quanto ancora per l'evocatrice malinconia della sua scena nel secondo atto. Una eccellente cantante che ha reso momenti memorabili, e che ha saputo trovare un perfetto affiatamento con il tenore, fondamentale in un'opera come questa, soprattutto nell'acutissima stretta del duetto dell'ultimo atto, "Vieni fra queste braccia".

Per quanto presente solo in due dei cinque quadri di cui si compongono i tre atti dell'opera, il ruolo di Arturo Talbo è senza dubbio uno dei più esigenti dell'intero repertorio tenorile, sia per gli ardui acuti che costellano la parte dall'inizio alla fine, sia per lo stile stesso del canto, sempre molto esposto, così che ogni problema o minimo dettaglio risalti in una recita dal vivo, mantenendo in continua tensione tanto l'interprete quanto il pubblico. Fortunatamente, al Municipal abbiamo potuto contare sul debutto latinoamericano del georgiano Shalva Mukeria, in possesso di un timbro e di un colore che potranno non piacere a tutti - per quanto a noi sembrava ricordare a tratti grandi colleghi del passato, come Tito Schipa - ma esibiva un canto agguerrito, sensibile e sicuro, e ha saputo affrontare tutte le note più acute con efficacia e intelligenza, senza mostrare sforzi eccessivi, ma confermando sempre la presenza teatrale di un personaggio romantico e risoluto.

Da parte sua, il basso russo Sergey Artamonov, che aveva già cantato al Municipal in Aida (2011) e Don Giovanni (2012), ha realizzato quella che senza dubbio è stata finora la sua migliore prestazione su queste scene, come stupendo Sir Giorgio Valton, assai ben cantato con una potente voce, a suo agio in tutta la tessitura, e una recitazione sobria, che ha sottolineato con efficacia il tratto quasi paterno del suo rapporto con la nipote Elvira, anche se la giovane età restava evidente e si sarebbe potuto rendere più maturo con il trucco.

Peccato che completando il quartetto protagonista, il giovane cinese ZhengZhong Zhou non si sia posto al medesimo livello dei tre colleghi e non abbia tratto tutto il partito auspicabile da uno dei ruoli più belli scritti per la sua corda nel repertorio belcantista, Sir Riccardo Forth; il baritono asiatico possiede un materiale interessante e ben timbrato, ma di volume ridotto e di insufficiente proiezione, per cui la sua splendida scena nel primo atto non ha sortito l'effetto richiesto, benché almeno come attore esprimesse adeguatamente la malinconia del personaggio.

Il mezzosoprano locale Evelyn Ramírez ha saputo ben sfruttare le opportunità offerte dal breve ruolo della regina Enrichetta di Francia, che invece di apparire in incognito come una prigioniera ignota, si presentava sorprendentemente con un abito sfarzoso e una parrucca colorata che ricordavano fin troppo la regina Elisabetta I. Il baritono cileno Pablo Castillo era corretto nei suoi brevi interventi quale padre della protagonista, Lord Gualtiero Valton, mentre il tenore, pure cileno, Exequiel Sánchez era un Sir Bruno Robertson ben cantato, ma anche esagitato ed esagerato nella recitazione.


 

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