L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Faust e Ur-Faust

di Roberta Pedrotti

C. Gounod

Faust, version 1859

Bernheim, Gens, Foster-Williams, Bou, Mars, Séguin, Perruche

direttore Christophe Rousset

Les talents lyriques

Flemish Radio Choir

saggi di A. Dratwicki, G. Condé, H. Cao, P. Prévost, C. Gounod in francese e inglese

179 pagine illustrate

3 CD Palazzetto Bru Zane, 2019

registrazione effettuata nel giugno 2018

 

Tutti conosciamo il Faust di Gounod.O quasi, magari al netto, nel corso del tempo, di tagli, taglietti, inversioni di scene, trasformazioni di Siebel da mezzosoprano talora in tenore. Il bicentenario della nascita del compositore, nel 2018, ci ha portato la possibilità di conoscere il Faust inaspettato, quello relegato nelle note storiche introduttive che raccontano come quel Faust arcinoto fosse la seconda stesura (1869) di un opéra-comique nel 1859 scomparso dalla circolazione. Facile immaginare, semplicemente, alla mancanza dei balletti, ai dialoghi invece dei recitativi. Altra cosa è l'ascolto effettivo del Faust del '59 nella sua peculiarità di opera di carattere che mantiene in perfetto equilibrio commedia, dramma e fantastico.

I parlati arricchiscono la drammaturgia, concedendo uno spazio maggiore anche a personaggi il cui spazio si riduce notevolmente nella versione corrente: Dame Marthe acquisisce spessore comico e prende parte più attiva e piccante all'intreccio, Wagner si stacca dalla massa per farsi notare come amico di Siebel, il quale a sua volta si rivela l'altro allievo di Faust. Ecco dunque che il dottore ha una piccola classe di due discepoli (e si assiste a una lezione, quando nella versione del '69 lo vedremo sempre solo nellos studio) che si fa rivale in amore di uno di loro. E così la pièce diventa meno sentimentale, più sfaccettata, anche per la caratterizzazione più umoristica e pittoresca di Méphistophélès, che non intona ancora la travolgente "Le veau d'or", bensì la Chanson du Scarabée, decisamente più lieve e spiritosa, a riprendere un aspetto comico già ben presente in Goethe. Tutto si fa più agile e dinamico, in effetti, ma non manca la terrificante scena della chiesa, e la Notte di Walpurgis quell'atmosfera da sofisticato boudoir che troveremo della stesura successiva gioca ancora con guizzi stregoneschi. Insomma, non manca il gusto romantico e popolare per un coté magico e orrorifico non privo di tratti grotteschi, non manca il retaggio delle nubi di zolfo del Robert le Diable o delle tinte forti di Victor Hugo, prima di essere levigate e ingentilite per la borghesia del Secondo Impero che danza sulla soglia di Sedan. Fra i due Faust scorrono anni cruciali della storia francese: il massimo fulgore di Napoleone III, alla vigilia della cauta, della disfatta nella Guerra Franco-Prussiana, della Comune, della successiva Repubblica nazionalista che fa di Dreyfuss il suo capro espiatorio. Tutto questo tempo è raccontato, per esempio, dalla satira di Offenbach e dei suoi colleghi d'operetta, ma anche nelle metamorfosi di opere come Faust, molteplici non solo nelle possibili interpretazioni, ma anche nelle diverse versioni del testo.

E la partitura di questo primo Faust di Gounod difficilmente poteva trovare miglior guida della bacchetta di Christophe Rousset, così sensibile, mobile, leggera e profonda, tanto agile ed elastica nel dare consequenzialità a tutte le sfumature del testo, nel mettere in evidenza le peculiarità della versione sempre con franco buon gusto, senza dar mai l'impressione di affondare il freddo bisturi nell'opera per esibirne l'anatomia.

Un solo appunto gli si potrebbe muovere, ed è quello di non aver imposto una pronuncia omogenea al cast. Infatti la punta di diamante è senz'altro il protagonista, Benjamin Bernheim, che canta splendidamente (che meraviglia il suono misto sul Do di "Salut demeure"!), con una facilità, una ricchezza di sfumature, una sapienza stilistica e una comunicativa schietta ammirevoli, ma segue la moda recente delle "R" pronunciate come nel francese parlato. Un errore, storicamente parlando, che rende anche meno fluido il legato e rischia di indurire l'emissione. Se solo Bernheim evitasse questo rotacismo eccessivo, avremmo non solo un grande Faust, avremmo un Faust da sogno. Nel resto del cast il problema non si pone, e anche se non abbiamo fuori classe dello stesso livello del tenore, si fanno apprezzare il sapido e incisivo Méphistophélès di Andrew-Forster Williams, il Valentin di Jean Sébastien Bou, voce un po' opaca ma fraseggio sempre ben misurato a fuoco, il fremente Siebel di Juliette Mars, il cui timbro decisamente asprigno in alto ben rende l'adolescenza del personaggio, la Marthe piccante di Ingrid Parruche, il Wagner di qualità di Anas Séguin. Véronique Gens ha sempre dalla sua la classe dell'esperienza, e può far piacere sentire una vocalità più ricca al centro e meno cinguettante, se non fosse che la gioventù di Marguerite richiederebbe comunque maggior freschezza e un acuto più facile e limpido.

D'altissimo livello le prove di orchestra e coro, preziosa tutta la pubblicazione, al solito un vero e proprio libro a contenere i CD con saggi sostanziosi e un bell'apparato iconografico. Una pubblicazione indispensabile per chi volesse conoscere meglio il Faust.


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