L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Poppea l’eretica

 di Francesco Lora

Al Festival della Valle d’Itria il regista Gianmaria Aliverta e il concertatore Antonio Greco firmano uno spettacolo di orizzonti disinvolti e non sempre condivisibili, ma preparano una compagnia di canto tra le più dotate e consce degli ultimi anni.

MARTINA FRANCA, 29 luglio 2015 – Quando tornò alle scene contemporanee, nei primi anni del Novecento, L’incoronazione di Poppea fu eseguita in una sfrontata revisione di Vincent d’Indy: tagli drastici, brani riassegnati, scene invertite, situazioni reinventate, musiche limitate a quelle che, in modo dichiarato e generico, il revisore aveva ritenuto le più belle e interessanti. Il nuovo allestimento del Festival della Valle d’Itria – tre recite a Martina Franca, nel chiostro di S. Domenico (16-29 luglio), più altre due nelle vicine Monopoli e Cisternino – riporta la mente a quegli albori non filologici. Anche qui il gioco può piacere o meno, ma si dichiara per ciò che è e afferma chiare le sue regole: se l’opera di Claudio Monteverdi (e collaboratori) è tramandata in due versioni e altrettanti manoscritti, la locandina itriana annuncia una «riduzione drammaturgica» preparata dal regista Gianmaria Aliverta stesso.

Come in Indy, si taglia, si cuce, si ridispone; a tratti si rimodula il plot medesimo o – novità – si propongono simboli: Amore e Arnalta sarebbero la voce e l’incarnazione dello spettro di Agrippina, rispettivamente, anche se a sipario aperto si insinua un’interpretazione ben più forte, e cioè che Ottavia sia non più la moglie ripudiata di Nerone, bensì la sua stessa madre che si duole e agisce dall’oltretomba. Per forza di necessità, l’esito è interlocutorio: capolavoro drammaturgico in sé, L’incoronazione di Poppea non potrebbe in alcun modo essere migliorata da manomissioni alla sua calcolata struttura, al suo sviluppo teatrale e al suo programma retorico; può tuttalpiù divenire altro da sé. Se si passa dall’astratto su carta al concreto in scena, il lavoro di Aliverta è però esemplare: a dispetto d’infiniti colleghi, egli sa tradurre l’idea in spazio, immagine e gesto, e trasformare ciascun cantante in attore entusiasta capace d’interagire alla pari con ciascun altro.

Tutto ciò, vincendo una doppia sfida. La compagnia di canto è tutta di giovanissimi semidebuttanti, allievi dell’Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”, dove spesso si lavora sette giorni su sette, a ritmi serrati, e davvero si insegna il mestiere del cantante anziché quello del perditempo tra vane masterclass e inutili concorsi. Per ferreo obbligo di low cost, poi, tutto ciò che si vede ha dovuto rientrare nel budget di circa duemila euro: compresa la casa praticabile di Poppea disegnata dallo scenografo Raffaele Montesano, integrata dall’architettura non effimera del chiostro e bianca e fiorita al balcone come quelle di Martina Franca; e compresi i costumi confezionati da Alessio Rosati, fatti di stracci dipinti e trovarobato, e che tuttavia sono in più d’un caso piccoli capolavori di sartoria. Una bella lezione: da un’Incoronazione di Poppea eretica viene il modello etico ed economico per ogni altra Incoronazione di Poppea ortodossa.

Alterne sono le prerogative del concertatore Antonio Greco, che dirige dal clavicembalo l’ensemble strumentale “Cremona Antiqua”. Non piace la sua accondiscendenza al dissesto della partitura originale, tanto più che il suo approccio avanza tacite pretese di filologia. Non piace il suo scarso polso nel tenere coordinati l’ensemble di concerto e il canto in scena. Non piace il suo amore per la microstrumentazione, ossia la continua variazione, anche per brevi frasi, dell’organico strumentale nelle stesse parti (parti non designate in partitura ma da assegnare ad archi e strumenti del basso continuo; arbitrario è peraltro l’uso teatrale e non cubicolare della viola da gamba, nonché quello teatrale e non ecclesiastico del cornetto torto). Eppure, l’esecuzione va lodata per una vivacità mai frettolosa, nonché per l’indubbio e pregevole lavoro di esegesi della partitura condotta, insieme con Sonia Prina, affinché ciascun giovane cantante fosse in grado di comprendere, elaborare e restituire.

Anche da lui dipendono dunque l’alta preparazione e la solida tenuta di una compagnia di canto al di sopra di ogni più rosea aspettativa. Tutti recitano superbamente nel muoversi e nel porgere, non solo con fonetica e pronuncia impeccabili persino quando non italiani, ma anche con una maestria retorica tale da far ombra ai più acclamati specialisti sulla piazza; e la forbitezza tecnica e stilistica del canto non si discute. Quiteria Muñoz Inglada è la Poppea la più adolescenziale e bella, elegante e sfumata, ironica e sensuale vista negli ultimi anni sulla scena internazionale; e tale è il pudore con il quale va a prendere gli applausi, da far credere che nemmeno si sia accorta del proprio valore. Altrettanto eccellente è Shaked Bar come Nerone, incisiva nella parola, dispotica nel gesto, sopraffina nella modulazione. Non edonistica e nemmeno fresca nel canto, ma struggente e persin graffiante nel declamato è l’Ottavia di Anna Bessi.

Velluto e bronzo si uniscono nel timbro e nel piglio di Francesca Sartorato, un Ottone di pasta pregiata e commovente affettuosità. Singolarmente altera e mai caricaturale l’Arnalta di Margherita Rotondi, mentre l’omologa parte della Nutrice è risolta in piena chiave comica da Giampiero Cicino, né contralto né tenore, ma addirittura baritono (a costo di una trasposizione). Come Seneca, Nicolò Donini va tenuto d’occhio per il raro pregio di un’autentica voce di basso già tanto ricca d’armonici in un’età ancora assai giovane. Innocente di modi espressivi e radiosa di mezzi canori, Tal Ganor tiene le parti di Drusilla e Amore, mentre Graziana Palazzo è una Fortuna deliziosamente piccata e Daniela Milanese è una Virtù filosoficamente divertita (oltre che una luminosa Pallade). Compagnia di canto completata con puntualità da Vlad Alexandru Robu (Primo Soldato), Vittorio Dante Ceragioli (Secondo Soldato) e Kristian Lindroos (Mercurio).

foto Paolo Conserva


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