L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Le rose di Siviglia

 di Andrea R. G. Pedrotti

 

Gradito ritorno veronese del favoloso allestimento di Hugo De Ana del capolavoro rossiniano. In grande spolvero il cast maschile, composto da collaudati interpreti dei rispettivi ruoli: Antonino Siragusa, Bruno De Simone e, esordiente all'Arena, Mario Cassi. Del tutto deludente, invece, il debutto come Rosina di Jessica Pratt, poco a fuoco musicalmente e teatralmente. Non troppo incisiva nemmeno la concertazione di Giacomo Sagripanti.

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VERONA, 1 agosto 2015 - Con il ritorno del Barbiere di Siviglia, tornano in Arena la gioia e la festa per antonomasia. Pensare che gli elementi atmosferici avevano tentato giocare brutti scherzi all'immortale fiaba rossiniana, ma la marmorea Ala ci ha protetti, una volta di più, guardiana e profetessa pagana del rito della città che fu di Cangrande.

La regia di Hugo de Ana adatta l'opera del genio pesarese ai grandi spazi, senza perdere l'intimismo dei numeri meno popolati e senza lasciar fastidiosi vuoti che minassero l'effetto di movimento e colore del raffinato componimento buffo che si andava a rappresentare. La magia dell'Arena era resa da un grande e immaginifico giardino incantato, che faceva da contraltare al generale incanto di Verona, stilizzato quanto basta per far tornare tutti noi a sognare come quando eravamo bambini. Alcune siepi mobili nel centro aiutano a raccogliere e riflettere il suono e i numerosi ballerini impegnati nelle coreografie di Leda Lojodice fungono da cornice irreale, quanto lo sono i sogni di noi bambini, ignari ed entusiasti verso il futuro, ancora lontani dall'odioso conformismo arcigno del mondo degli adulti. Noi crediamo alla magia, questo allestimento è colmo di magia e la magia dell'Arena ne risulta esaltata e stimolata in reazione di chimica gioiosità.

Noi bimbi come fu bimbo il protagonista del Barbiere di Siviglia, Mario Cassi quando  - come ha raccontato a un giornale locale - venne in Arena per assistere alla sua prima opera. Professionista noto nel mondo come uno di più celebri interpreti del ruolo, pare leggermente emozionato nel suo primo attacco vocale, ma assume la spavalderia e la sicurezza che gli conosciamo non appena pone piede sul palco: fa diventar bambini noi, per tornar bambino lui, nel ringraziare l'anfiteatro per l'ovazione concessagli dopo la sua cavatina. La sua voce è, nonostante il debutto, ottimamente proiettata e sonora, lo squillo notevole e l'omogeneità dei registri inappuntabile. Pur non avendo perso duttilità nella corda e nell'esecuzione delle agilità, notiamo come la sua vocalità risulti quasi costretta nel personaggio di Figaro, poiché riteniamo che questo sia il momento per lui di affrontare anche ruoli d'altro carattere, specialmente all'indirizzo d'un Donizetti serio. Notiamo con piacere la prova dell'attore, particolarmente a suo agio nell'allestimento, sia nei movimenti, sia nel fraseggio.

Uno dei punti di forza del cast è stato l'irrinunciabile Conte d'Almaviva di Antonino Siragusa. Il tenore siciliano è uno dei migliori interpreti rossiniani al mondo e sicuramente il miglior italiano in attività. La voce non solo ha mantenuto freschezza, ma ha acquisito spessore e personalità. Le colorature sono eseguite in maniera ineccepibile e non una vocale viene scostata dalla nota a cui Gioachino Rossini l'aveva destinata. È stupefacente ascoltare come, grazie alla sua perizia tecnica, ogni sospiro e ogni mezzavoce giunga perfettamente all'orecchio dei numerosi presenti. Non da meno l'espressione e gli accenti, così come la prestazione scenica, divertente senza mai eccedere e perfettamente conforme a quello che dovrebbe essere lo stile rossiniano. Ogni cosa che possa apparire difficoltosa a un normale artista, appare facile e spontanea a Siragusa, che possiamo, a questo punto, definire una delle più belle certezze del belcanto degli ultimi venti anni.

Discorso del tutto simile per Bruno De Simone. Ormai il buffo napoletano è il Bartolo per eccellenza in Arena e non solo. Migliore del cast nel fraseggio, nel porgere al meglio la parola e nel gestire gli accenti, è un medico barbogio spiritoso quanto basta. Anch'egli non scade mai nella macchietta o in atteggiamenti che si pongano al di sopra o al di sotto delle righe. Potremmo definire la sua prestazione una poesia passionale, scritta a un corso di calligrafi, con gambe e pance dei vari grafemi perfettamente inserite negli spazi previsti. Sicuramente una bella conferma nel panorama dei buffi che si vorrebbero nobili, come fu il suo indimenticato, quanto indimenticabile, maestro Sesto Bruscantini.

Anello debole del cast la deludente Rosina di Jessica Pratt: il soprano australiano erra numerosi attacchi sia nei numeri solistici, sia in quelli condivisi con gli altri colleghi. Il personaggio è quasi completamente assente, con una disarmante piattezza espressiva e di fraseggio. Molte parti della sua prova vocale appaiono semplici esercizi di colorature non sempre eseguite alla perfezione, con variazioni e picchiettati privi di senso drammatico. Assai discutibile la scelta di inserire un Fa sovracuto al termine della cavatina di Rosina, senza, tra l'altro, che questo venga eseguito in modo impeccabile, bensì alquanto fisso e poco proiettato. Spesso è stata coperta da altri interpreti, forse più adatti all'Arena. Decisamente poco convincente anche l'idea di inserire l'aria di baule “Deh! Torna, mio bene” di Heinrich Proch, presentata comunque come aria dell'Inutil precauzione, e cantata con disarmante piattezza espressiva. L'opera si tratta comunque di teatro in musica: da parte di Jessica Pratt di musica ne abbiamo ascoltata poca e di teatro non ne abbiamo trovato per nulla.

Bene il Basilio di Roberto Tagliavini, incisivo per colore, espressione e proiezione. Forse risulta il meno carismatico fra gli interpreti maschili, ma bisogna sempre tener conto del fatto che si cimentava alcuni fra i più importanti artisti rossiniani contemporanei.

Completavano il cast con onore e professionalità Nicolò Ceriani (Fiorello\Ambrogio), Silvia Beltrami (Berta) e Victor Garcia Sierra (Un Ufficiale).

Non entusiasma la concertazione di Giacomo Sacripanti, in luce di una scarsa personalità. La sua direzione è caratterizzata da una diffusa piattezza dinamica e scarsa precisione nel rapporto con la buca (specialmente con ottoni e percussioni) e nel gestire i cantanti. Per larghi tratti non risulta nulla più che un corretto accompagnatore. Certamente la pioggia che ha costretto la Fondazione a interrompere lo spettacolo dopo solo un quarto d'ora può aver influito, ma spesso si trattava di scelte ponderate e palesemente nelle mani del Maestro.

Discreta la prova del coro diretto da Salvo Sgrò e, come sempre, precisa e puntuale quella del corpo di ballo preparato da Renato Zanella.

foto Ennevi


 

 

 
 
 

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